una settimana di festival

 

una settimana fa, attirata dal kernel festival di musica elettronica e immagini digitali, lasciavo speranzosa la metropoli per andare a esplorare uno dei comuni dell’interland (il più infiltrato dalla camorra, dicono sempre alla radio).  bella la villona neoclassica che faceva da schermo alle proiezioni luminose, decisamente protagoniste (questa, per esempio, vista dal vivo non era affatto male) rispetto a esibizioni musicali non particolarmente memorabili – almeno fino a mezzanotte e mezzo, nella notte poi non so. quello che mi ha deluso è che il festival che doveva svolgersi «nella villa e nel parco» era invece confinato in un praticello delimitato da un lato dalla villa stessa e su tre lati da abominevoli transenne blu che, oltre a impedire di infrattarsi nei boschi come secondo me presuppone un festival di musica elettronica, toglievano completamente la visuale. niente da fare, la brianza ha colpito ancora (commento dei brianzoli stessi).

martedì 5 invece soltanto le zanzare del parco sempione hanno tentato di funestare il bellissimo concerto degli arcade fire, mentre l’arena pavesata di striscioni con l’assurdo titolo del milano jazzin’ festival tentava di accogliere l’ambizioso suono (che su disco rischia sempre il troppo pieno e a volte mi stufa) di una band che ha passione e idee da vendere. quanto ai gruppi spalla, ho sentito solo la coda dei cloud control e il concerto gradevole dei white lies, ma gli arcade fire sono un’altra categoria (nel lessico famigliare, la categoria «concertone»). ottimo stare un po’ lontani sulle gradinate di pietra esalante calore, in modo da vedere bene il palco con gli schermi per le proiezioni in alto, le 2 batterie e i componenti che passano da uno strumento all’altro. scaletta (+ crown of love, pezzo che non mi piace eseguito su richiesta di uno dei white lies):  non suonano certo ore – del resto, hanno fatto 3 dischi – ma la sequenza risulta intensa, con appropriato effetto catartico su rebellion, e ti dispiace veramente quando finisce. suggestione canadese, régine mi pareva vestita un po’ da pattinatrice, con un abitino corto di paillette oro e stivaletti bianchi (?).

ieri sera, cari che non siete venuti al concerto di lou reed, vi siete persi solo un concerto senile e noioso – irriconoscibile anche la voce del nostro, molto incerta. la band non è risultata coinvolgente neanche nei momenti migliori; nei peggiori, batteria dalle tentazioni progressive e violino che ancora un po’ ci suonava un minuetto di boccherini. nessuno più di me apprezza le esecuzioni poco ortodosse, ma qui non ha funzionato: quasi tutti i pezzi mi sono sembrati trascinati e allungati in esecuzioni assolutamente tediose.
ho apprezzato smalltown introdotta da un commosso (e/o un po’ brillo?) ricordo di warhol, ho tollerato venus in furs cercando di non pensare alle incendiarie esecuzioni caleiane, sto tentando di dimenticare la sequenza acustica di sunday morning e femme fatale, imbruttite e svuotate. la cover di mother di lennon l’ho trovata imbarazzante.
la scaletta la trovate sul sito degli esperti italiani, che evidentemente vivono in una dimensione parallela non solo a noi non esperti, ma anche agli intenditori amici miei (sono d’accordo solo sull’esecuzione di sweet jane, anche se, ripeto, non ero andata in cerca di consolanti esecuzioni di pezzi noti.)
la medicina, ovviamente, sarebbe partire per uno di questi luoghi ameni.

 

 

sabato sera al miami

oltre al freschino dell'idroscalo, con un po' di fanghiglia che faceva festival nordico, e alla gradevole sensazione della presenza di tanta gioventù sveglia (che, era piacevole immaginare, il giorno dopo sarebbe andata a votare ai referendum) ho apprezzato la scoperta degli iori's eyes che mi sembrano una band da seguire – il primo pezzo loro che ho sentito era questo, ma non bisogna lasciarsi ingannare dalla tastiera così, per citare loro, 1982, perché le canzoni risultano dotate di un loro spessore versatile, come si può sentire da un live radiofonico acustico.
piaciuta meno la scelta dei concerti di punta dei due palchi (casino royale e marco parente) che ho trovato un filo retrograda per questo tipo di festival (anche se coerente con la varietà del programma).
in realtà non ho poi visto granché, vagabondando fra i 2 palchi per qualche ora, ma parevano interessanti gli LNRipley di cui mi sono poi ritrovata un'intervista nel volume londra zero zero comprato al banchetto dell'agenzia x.  conto di leggiucchiarlo per lumi su grime e dubstep; per ora ne ho evinto che nel terzo millennio si può ancora planare dall'italia a londra e atterrare in uno squat, ma sarà a hackney.

una chitarra color pistacchio, due native digitali e il bello della new wave

oggi riso in bianco e streaming del disco nuovo dei wire dal sito del guardian.

martedì 22 al bloom di mezzago (dove non andavo da quasi vent’anni, me lo ricordavo tutto diverso e mi sa che era diverso – uno spazio tipo capannone mentre ora è molto più accogliente) il concerto è stato si può dire complementare a quello che vedemmo nel 2003 (agli albori delle mie ricerche sulle rockstar attempate): allora più breve, tiratissimo, con ancora bruce gilbert alla chitarra (implacabile seppur veramente anziano); stavolta con più spazio per collegare le varie anime della musica dei wire (punk, dark, divagazioni strumentali, pop: kidney bingos!) la compresenza delle quali – nonostante ci siano ancora, decenni dopo, critici bacchettoni che non lo capiscono – è la sostanza stessa di quel che si suole chiamare new wave.
stavolta ero abbastanza vicino per vedere la luce vispa negli occhietti azzurri di colin newman (da queste parti amato anche in quanto produttore di if I die… I die dei virgin prunes).
come da manuale, buzz in the eardrums alla fine (non la canzone, il rumore che ti accompagna fino a casa).

ah, i «bambini» cui accenna la recensione di rockol erano in realtà due toste dark lady della prima media (la piccola m. l’avevamo già incontrata nel salotto dei residents), presissime dal concerto senza mollare mai i loro telefonini. il pubblico è stato gentile e, su richiesta del nostro amico zio di m., le ha lasciate passare davanti. ma diciamo pure che c’era una platea di posapiano: non che sia nostalgica del pogo, ma neanche un saltello durante i pezzi più veloci… bah.

utile ricerca su youtube: la band al rough trade east lo scorso gennaio (con lo stesso chitarrista di questo tour, tale matt simms)

l’estate dell’85

[per ernesto de pascale, 1958-2011]

l’estate dell’85, dunque, avevo diciassette anni.  davo l’esame di maturità.  andavo per la prima volta a londra, sola con un’amica, con l’alibi conservatore di un viaggio studio.  vivevo in un paese piccolo, terminavo il liceo in una città piccola, non avevo una vita sociale degna di questo nome.  attendevo di cominciare l’università in un concentratissimo buco nero di aspettative, frustrazioni, estasi adolescenziali.
ascoltavo la radio.
scoprivo tutta la musica che c’era perché me la raccontavano.  non esisteva a priori, nella vita quotidiana non ne sentivo da nessuna parte.  se la prima storia musicale a catturarmi era partita dalla morte di john lennon e la seconda narrazione sul tema era uscita dalla stilosissima scatola sonoro-visiva di mr fantasy, la terza affabulazione musicale ad agganciare qualcosa dentro di me monopolizzando emozioni cavate da un nucleo inesplorato fu raistereonotte. [e qui scusate se divido il post ma ho intenzione di dilungarmi.]

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ho forse bisogno del cofanetto di springsteen?

sinceramente non pensavo proprio di dover aggiungere nulla alla versione di the promise del celebre bootleg all those years, registratami più di 25 anni fa dal compagno di classe springsteeniano collezionista.

tutavia le notizie sull’uscita degli inediti di darkness e del relativo documentario mi hanno piantato in testa un così insistente ritorno della canzone* da imporre la verifica hardware.

dunque, the promise si sente abbastanza bene (anche se il fruscio del nastro minaccia di soffocare gli adorabili crepitii del vinile), for you pure,** ma un tentativo di fast forward fino a because the night ha rivelato la natura mortale della ampex e del suo commovente bollino dorato.
because the night
c’era già sul cofanetto live 75-85 che coronò, suggellò e sigillò*** il mio springsteenianesimo (del quale non ho nostalgia), eppure, con i tempi che corrono, inizio a pensare che di tali capolavori possa essere opportuno foderarci la casa. 3 cd e 3 dvd? improvvisamente non sembrano troppi.

* le canzoni di springsteen fino a born in the usa le so praticamente a memoria, pur avendole assimilate nel giro di pochi anni e poi quasi più ascoltate perché mi fanno male alla salute. (quando mi imbatto in un dj radiofonico che mette the river come una qualsiasi canzonetta vengo colta da impulsi omicidi.)
** l’ho mai detto che greetings è forse il mio album preferito di springsteen? (di solito non lo dico per non fare un torto a darkness e nebraska).
*** vedere il concerto del tour di tunnel of love fu praticamente un rito di passaggio: ho anche qualche disco successivo, sì, ma la fase acuta – pur mai rinnegata, tant’è vero che parto lancia in resta al sentire definizioni spregiative come «il piangina del new jersey» – era terminata.

 

che vogliamo dire dei pixies a ferrara

purtroppo ero in un posto un po’ infelice (ai concerti si sta o vicino o lontano, a stare in mezzo non vedo nulla tranne quando salto, specie in una piazza acciottolata lievemente in discesa), però non mi lamento: la visuale appannata ha contribuito a farmeli ascoltare un po’ come se fosse ieri, a parte che, intendendo ieri come il 1990 al rolling stone di milano, accanto non avrei avuto uno che usava l’iphone per riconoscere jane says fra i pezzi diffusi durante l’attesa… ma non divaghiamo.
dunque non si sa se allora ero più vulnerabile o se il ricordo si confonde con l’asprissimo disco live alla bbc, ma in confronto, stavolta, ho sentito un concerto tondo come le bolle luminose che c’erano sul palco, gradevole come i colori da caramella delle luci (belle – la band che attacca con cecilia ann in controluce fa un figurone, epica).
certo, urlato e frenetico dove doveva, ma – complice forse il volume non alto imposto dal centro città; comunque si sentiva bene – elaborato, rodato, rifinito come un classico. ciò che, giustamente, è.
mi è piaciuto tanto, e ti pareva; più peculiare sarebbe a questo punto ricordarsi se l. ha mai finito il video di bone machine (era bone machine?) per girare il quale era necessario un uccello morto e salire sul tetto del duomo con la sua camera vhs. un ricordo bizzarro che non mi ha mai abbandonato.

gruppo prevalente sulle tshirt: sonic youth.

setlist

viva david lovering

che un concerto venisse interrotto a metà per pressione sulle transenne non mi era mai capitato, neanche in stadi strapieni dove stavi in piedi pur senza sostenerti tanta era la gente. forse i pacifici romagnoli organizzatori avrebbero dovuto assoldare qualche energumeno in più… va be’, ci abbiamo guadagnato una surreale conversazione su neil young fra kim deal e frank black.
comunque negli ultimi anni pare si vada di continuo a ferrara, e tutte le volte tempo bellissimo.

anfibi

oggi in un negozio mi ha parlato una rana da giardino.

arrivata a casa ho trovato la mia copia di globe of frogs di robyn hitchcock, A&M 1988 (sì: pur non volendo darmi al completismo o a un impossibile collezionismo, ho deciso di colmare alcune lacune della discografia hitchcockiana. maledetto ebay.)

rosso floyd

sono passati già una decina di giorni da quando il fluido viscoso del romanzo nuovo di michele mari , finito con grande concentrazione durante un fine settimana, mi ha risputato in un mondo in cui se vai in centro a cercare un libro non trovi il libro ma ti prendi un gran raffreddore, poi guarisci, poi devi installare un videoregistratore, poi ti stranisci per il caldo improvviso, poi non trovi il tempo di ripensare a quello che hai letto, poi se hai tempo preferisci cercare pennelli per il trucco su ebay eccetera.

il secondo libro comunque l'ho fatto arrivare da ibs (primo acquisto da ibs in vita mia), era milano fantasma, volume illustrato di edt dove il testo di mari naufraga un po' nelle tavole eterogenee e spesso (stranamente?) molto colorate di velasco vitali. un libro secondo me non tanto riuscito, ma non capisco se è solo il progetto grafico che non mi aggrada o se proprio nel loro senso quel testo e quelle immagini sono poco compatibili.

resta però un fatto inquietante: finché michele mari continua a scrivere di cose che mi interessano – mitologia del rock, parigi e benjamin, la stazione centrale, l'infanzia – non capirò mai se i suoi libri mi piacciono sul serio o se non faccio che inseguire il suo metodo nel rapporto con la realtà, questo precisare una folla di dati per poi vederne emergere un senso occulto e delirante ma a quel punto inequivocabile.  la smetta, mari, al limite faccia come del giudice, che mi è sempre piaciuto perché scrive di cose di cui non so un accidente…  la mia prova del nove sarà leggere filologia dell'anfibio, che dovrebbe essere sul servizio militare (ma siccome temo sia ambientato dalle mie parti, ancora una volta non concluderò granché).

per tornare al libro – il primo – mi sa che ci siamo giocati l'unica chance da qui all'eternità di veder comparire robyn hitchcock come personaggio di un romanzo (italiano, per di più). sì, nell'intreccio di testimonianze idiosincratiche che dovrebbero comporre una sfuggente, oscura verità sul rapporto fra syd barrett e i suoi ex colleghi (e qui devo dire che speravo il libro esagerasse un po', alla fine, invece lascia il lettore alle sue più o meno soprannaturali intuizioni) appare per ben due volte l'uomo che, da cambridge allo spazio profondo fra dylanismo, verdura e insetti, più di ogni altro ha tenuto accesa la torcia barrettiana. (se siete in vena potete ascoltarlo cantare dominoes.)  c'era a suo tempo anche una certa somiglianza fisica: barrett più bello, ma confrontare la foto dei cipollotti che si vede nel booklet di barrett e quella dei ravanelli, per esempio, fa una certa impressione.
ah, pure rh, come i pink floyd, ha scritto una canzone su vera lynn (youtube, lyrics).

e per tornare proprio ai pink floyd: approfondendo i temi di the wall, il libro con me sfonda una porta aperta. il film, visto al ginnasio, mi devastò abbastanza; nella mia classe poi c'era una delle sorelle c., adoratrici della band (della musica ma soprattutto di david gilmour, ai tempi incontestabilmente belloccio), che probabilmente mi registrarono i dischi.  segue nella mia mente lo stemperamento del rancore rivoluzionario di the wall nella malinconia di when the wind blows.  stacco fino alla notte in cui ho sentito per la prima volta alla radio l'urlo di careful with that axe eugene.  dissolvenza del mio episodico interesse per i pink floyd. ritrovamento la settimana scorsa fra i vinili di una copia di atom earth mother non mia. riascolto dei dischi di barrett indotto dal libro. alla fine – come sempre, maledizione – ti tocca ammettere che è vero, il modo migliore per restare è scomparire.