metodi per imparare l’inglese utilizzati nei tempi antichi

seguire appassionatamente alla televisione il corso della bbc follow me, condotto da francis matthews.
ricopiare a mano le parole degli lp dalle buste interne (molto scomode da fotocopiare – tra l’altro parliamo di un’epoca in cui la tecnologia della fotocopia su carta comune, non termica, era ancora agli albori).
fermarsi al liceo al pomeriggio per usufruire di apposito corso integrativo bisettimanale.
farsi mandare a un soggiorno studio tjaereborg (mi pare) di tre settimane a londra, durante il quale non si spiccicherà una parola d’inglese però ti faranno fare dei temi.
surriscaldarsi le orecchie con le cuffie per carpire le parole delle canzoni di sylvian e dei prefab sprout, che non ci sono sulle buste degli lp.
imparare dalle canzoni molteplici elementi fraseologici totalmente inutilizzabili in qualsiasi conversazione quotidiana.
dare alla facoltà di lettere un esame di lingua inglese.
con questa scusa, farsi comprare dai genitori un vocabolario decente.
ostinarsi a leggere nme e melody maker senza capirci un piripicchio (come si sa, i giornali sono i testi più difficili da leggere in un’altra lingua).
consultare con perplessità i libri dell’arcana con le canzoni testo a fronte.
chiedersi perché chi presenta le canzoni alla radio rifiuta di imparare la pronuncia dalle canzoni stesse.
andare a vedere le rassegne di film in lingua originale senza capire nulla.
fare di tutto per rendersi ridicoli parlando con musicisti di madrelingua inglese.
andare a lavorare per la reader’s digest association.
leggere caterve di libri inutili in inglese e neanche un classico della letteratura.

it was 14 years ago today

non proprio oggi (25 marzo, sarebbe). ma a proposito di giardini, e come prayer for rain, riesumo ora un branetto d’epoca vagamente panico o, alla peggio, dannunziano.

Piove molto lentamente adesso, senza rumore. Non come lo scrosciare di sabato, che accade solo in un giardino dove ogni foglia ascolta o sulla pensilina della stazione, sopra la carriola di legno vecchio. A tratti piove un po’ più forte, mai abbastanza forte per i rumori della città (possono deciderlo solo i temporali di agosto). I miei capelli amano l’umidità, quindi la mia testa ama l’umidità, che chissà quando ha corrugato questo quaderno trovato in un cassetto non mio. La mia testa – le mie orecchie questa volta – ama i giardini, perché sussurrano piano come un uomo non potrebbe mai fare e perché sanno muoversi stando fermi. La mia testa – i miei occhi questa volta – ama la nebbia, piccola o grande, e la freschezza che si sente fin dentro le palpebre, il verde che viene incontro e i rami scuri che stanno prudentemente lontano. La mia testa – il naso questa volta – ama sapere che i fiori vengono dalla terra, ma lo stesso sono fiori, e non terra. La mia testa – la bocca questa volta – vuole rinfrescarsi senza bere, parlare senza dire niente. Le mie dita sono fredde nella pioggia, ma sono sottili e bianche e dure e contente di somigliare alla lucidità delle foglie. E io sono le mie mani e la mia pelle e i miei capelli e le mie sopracciglia, come tutte le donne, come non tutti gli uomini. E mi conosce il gatto che cammina con me nel giardino bagnato, non chi pretende da me la risposta giusta.
Non mi spaventa il freddo, mi spaventa ciò che è troppo chiaro e i pomeriggi in cui non c’è più niente da vedere. Non voglio chiudere gli occhi per imbarazzo e impotenza, voglio avere spazio per battere le ciglia, vedere quanto luccicano i sassi piccoli, non essere costretta a guardare sempre in su. Tutto dovrebbe piovere per sciogliere la rigidità cui non si rimedia solo avendo spazio (bisognerebbe forse avere tempo). Tutto dovrebbe essere mobile e abbastanza scivoloso per cambiare forma senza cambiare, e non lo è mai. Non bisogna correre dietro a niente, solo avvolgersi in spire sempre più larghe e risparmiare fiato per farlo condensare sul vetro freddo della finestra.

q come quaderni

ma che calligrafia tonda ha il giardiniere! oggi sbirciamo addirittura dentro i suoi quaderni, dentro i giardini della sua vita e… dentro il suo photoblog, nientemeno.
i giardini sono davvero dei posti speciali, veri o sognati che siano. se anche voi che leggete ne avete qualcuno a cui siete particolarmente legati, magari raccontatecelo.

Quaderni

apro a tradimento il cassetto centrale della mia scrivania e scatto. c’è il quaderno che ho chiamato «a so called gardener’s notebook» dove sono andato appuntando brevi note di queste lettere verdi man mano che uscivano i post, e mi sono reso conto di come anche la maggior parte degli altri miei quaderni ha copertine a fantasia di fiori. sarà un caso?

per fare un tavolo ci vuole il legno – come per fare la carta, no? in che modo i giardini della mia vita sono legati alla parola scritta?
nel giardino di g. in provincia di varese ho trascorso le estati della mia infanzia. un magnifico glicine si arrampicava su per la casa e incorniciava la veranda. è da allora, penso, che detesto questa pianta e il retrogusto amaro e dolciastro del profumo dei suoi fiori. come quello di uno sciroppo. allora coltivavo portulache, scrivevo sulle pietre con il succo della celidonia. in questo giardino devo aver letto i pochi fumetti che ho letto in vita mia.
giardini dell’adolescenza: il campetto, e un giardino pubblico nei dintorni di holland street a cambridge dove ho letto delitto e castigo.
giardini dell’adulta età: i giardini della guastalla a milano, le aiuole della facoltà di scienze agrarie, sempre a milano. lì mi sono innamorato.
e poi ci sono i giardini che ho sognato: ne troverete un’immagine qui e una qui.

l’aria che tira

in queste mattine all’arena di milano c’era una manifestazione sportiva per le scuole (medie, credo). oggi ero già ben oltre l’ingresso, impegnata a chiedermi perché al parco sempione ferva il montaggio di baracchini da luna park in quaresima, quando mi è giunta all’orecchio una voce stentorea all’altoparlante che annunciava a beneficio delle scuole un concorso, consegna elaborati a fine marzo, premi ecc.
tema del concorso: «da grande farò l’imprenditore».
mi sono sentita improvvisamente in un film di terry gilliam, non so se mi spiego. oggi pomeriggio ho pensato di averlo sognato, e sono andata a cercare un link. (non che un link dimostri la realtà di qualcosa, come il cinema di fantascienza ben c’insegna, ma è sufficiente a finire di deprimermi, per il momento.)

in mancanza della febbre

una valida alternativa per sfuggire alla realtà che, si dice, ci circonda (come in «gettate le armi, siete circondati»), è vedersi un film alla tv.
e il satellite che ti propone? una dose massiccia di film di arthur penn. ieri bersaglio di notte, oggi la caccia (con robert redford giovanissimo e marlon brando che dice cose come «io non ne allevo bambini sopra una galera» e cammina coperto di sangue).
ora che male potrà mai farmi un notiziario?