neverland

peccato, che un soggetto interessante e johnny depp siano finiti in un film così melenso e poco immaginifico.
un po’ di background su james matthew barrie. uno scozzese, ricordiamolo.
a searchable online version di peter pan.
project gutenberg etext.
la curiosità cinematografica del giorno.
e poi rinnovo il link al pp di rackham.
perderei volentieri un po’ di tempo a compilare un glossario parallelo del lessico di pp nelle versioni italiane – nella versione del 22 che ho in mano adesso la fata si chiama «tintinna», e neverland il «paese della favola». che campanellino e l’isola che non c’è siano eminentemente disneyani?

t come tempesta

oggi il post del giardiniere arriva sotto un cielo cupo. un piccolo thriller su una quercia abbattuta dalla tempesta: anche se è una quercia urbana mi ha fatto pensare ai temporali nei boschi, a cui non si assiste ma di cui si trovano le tracce camminandoci in mezzo in pomeriggi asciutti e sicuri. a quello che rimane dopo l’intervento del giardiniere o della forestale: ai ceppi delle piante sconosciute (alla loro vita, magari lunga come quella della sequoia della donna che visse due volte), e di quelle con cui si è diviso qualche anno in un certo posto (penso a un certo abete di mia conoscenza, che ora purtroppo sta a tocchetti sotto una tettoia).

lo schianto di una farnia in seguito al temporale estivo. fummo chiamati d’urgenza. si dovette intervenire con funi e motoseghe. dell’imponente quercia non resta che una sezione di tronco a raccontare i suoi anni…

heimat 3

uhm, ho visto il primo episodio… perché mi è parso così banale? sarà il doppiaggio? sarà che non mi piace come sono diventati i protagonisti? sarà che del film corale non c’è quasi più nulla? sarà che è brutto?

stasera una replica di heimat 2 non me la toglie nessuno. metto il dvd dei lupi di natale e cerco di scordare che il muro tra hermann e clarissa sia mai crollato.

ho cominciato a leggere

la misteriosa fiamma della regina loana di eco. l’avevo preso perché sapevo che era illustrato e autobiografico, quindi si inseriva nei miei percorsi, ma non speravo neanche lontanamente di trovarci proprio (si parva licet)… un inventario: la compilazione di un elenco delle cose che ci hanno fatto diventa un modo per trovarsi o ritrovarsi (o ritrovare il tempo perduto, vabbé).
immagino che come romanzo debba risultare deludente, perché la storia è proprio un pretesto, una scatola.  che, certo, si è sempre rivelata molto capiente, ma forse siamo ancora alla ricerca di altre forme espressive che diano conto dell’intreccio di in-formazioni che ci affolla la mente, che diventa la mente (una volta mi è venuto in mente come sottotitolo per un weblog: unwinding the mind) e che io, per dire, immagino sì vicine alla narrazione ma lontane dalla fiction.
comunque ritrovo qui lo struggente relativismo echiano – si può dire? – che a studiare semiotica negli anni ottanta veniva da trovare davvero illuminante (specie a me che lo vedevo contrapposto alle teorie del senso «con l’ancora» propugnate all’università cattolica).
da quel che ho leggiucchiato di recente in rete, peraltro, mi pare che la semiotica sia ampiamente passata di moda, ovvero diventata così mainstream da esaurire un po’ il suo potere euristico: è considerata da molti una cosa stuffy e noiosamente accademica, pensa tu. mentre una volta, ad arrivarci da certi licei ottocenteschi, non mancava di aprirti con gaudio nuovi orizzonti, come potrebbe essere trovare un passaggio segreto in fondo all’armadio della nonna. (ma anche l’armadio in sé non è tanto male, si potrebbe ricavare dalla misteriosa fiamma.)