i gatti dormono

come al solito, lui sulla sedia di vimini in cucina, lei sotto il calorifero, dietro la porta.  p., che sta cercando di dare un minimo di dignità alla presenza di dischi jazz in casa seguando i dettami della bibbia, mi ha lasciato da sentire brilliant corners di monk.
l’idea era di lavorare un pochino, ma mi hanno spostato la scadenza e questo incentiva subito a perdere tempo, per esempio cancellando accidentalmente delle foto in shoebox (forse perché in italia non l’abbiamo, l’abitudine di tenere le foto nelle scatole da scarpe), che ho cominciato a usare in sostituzione dell’esasperante iphoto. che però perlomeno non si chiudeva da solo, come fa ogni tanto questo simpatico programma kavasoft. il quale tuttavia è capace di trasformare le categorie d’archiviazione in keyword visibili da spotlight – questo per quando avrò spotlight, visto che non mi pare il caso di aggiornare da panther a tiger questo ai suoi tempi ottimo pb che con ogni simpatico ronzio pare ricordarmi la sua vecchiaia (e dopo un po’ che non lo si riavvia diventa lentino a fare certe cose, diciamolo). peraltro, attivissimo si pronuncia sulla questione della probabile presenza del chip palladium nei nuovi mac intel, dettaglio sconfortante che non fa proprio correre al negozio più vicino (peraltro vicinissimo) per mettere le mani su un portatile nuovo. anche ammesso di avere i soldi necessari, il che non si dà al momento. ma non sarebbe almeno il caso di pigliarsi un imac g5 su macexchange? vengono via sui mille euro, anche meno.

(inside, my heart remains the same)

sorprese milanesi: i tuxedomoon lunedì scorso alla rassegna «suoni e visioni» della provincia, a prezzo modico, senza stress da prevendita. bizzarro, come un déja vu ma di natura radiofonica, ritrovarsi nel 2006 a sentire cotale gruppo presentato da enzo gentile (come del resto la sera prima, a radio popolare, sentire ernesto de pascale presentare donald fagen – corsi e ricorsi acustici, voci memorizzate in età impressionabile).
tutt’altro che nostalgici tuttavia – né c’era da aspettarsi niente di diverso – steven brown e compagnia.*
– assaggi del disco più recente sul sito della crammed, che sfoggia anche un gustoso video live.
– qualche canzone remixata qua, un vecchio pezzo live qua.
– ignoto in rete georgios kakanakis, l’autore di un accompagnamento video piuttosto bello (fatto quasi tutto in diretta con una camerina e vari fogli, pennarelli, una vaschetta d’alluminio, una lampadina…)
– reperti domestici, insufficienti: un vinile piuttosto consunto di half mute; due amate cassette di holy wars e suite en sous-sol.

* o piuttosto blaine reininger e compagnia, visto che sul palco il nostro (già visto nei paraggi qualche anno fa in uno spettacolo di santagata – qua ormai non si fa che linkare il suo sito) ha gigioneggiato in un italiano improbabile.

notizie da un blog trascurato

lui sta online, e ha una vita propria anche mentre qui la sottoscritta annaspa tra il secondo e il terzo lavoro (e di giorno decine di ristampe, il marasma delle copertine e dei copertinari, i risvolti da ricucinare ecc. ecc. leggere un libro? mai. pregusto il massimo lavoro di concetto necessario questa settimana: controllare le ciano di un libro di novecento pagine).
intanto, arriva gente di ogni tipo dai motori di ricerca:

Keywords

e per fortuna che ogni tanto mi ricordo di guardare i referrer (un po’ a caso: sono abbonata a un servizio che me ne conserva solo 100), altrimenti mi sarei persa mirabilia e traduttrice (ciao!)

i film di sean penn

hanno sempre qualche particolare intrigante, che in tre giorni per la verità si si manifesta sotto forma di: presenza folgorante di john savage all’inizio (che poi sparisce), presenza consolante dell’omone buono david morse (già protagonista di the indian runner), presenza ammiccante di robbie robertson e soprattutto king’s highway di joe henry, canzone che non sentivo da anni, ora oggetto di riascolto ossessivo da una settimana.  a me jh piaceva di più prima della svolta jazzata.

short man’s room samples; scar samples