torno

ed eccoci in quella stagione in cui il click pad ustiona il pollice, e il desiderio di un felino di spalmartisi addosso viene accolto con entusiasmo decisamente minore di prima.
mentre la lavatrice va, volevo avvisare chi stesse partendo per santorini sprovvedutamente, come me, che gli scavi di akrotiri sono chiusi al pubblico da un anno e fino a nuovo ordine, uffa. (là nessuno ti avvisa, forse perché la chiusura è dovuta a crollo di una tettoia con morte di visitatore.)

parto

armata di scarpe con la para e disco nuovo dei primal scream per difendermi dall’ostile volo alle 7 di mattina da orio al serio. il lato positivo è che, all’ora in cui normalmente mi alzerei la domenica, domani dovrei ritrovarmi a santorini. (nuove del mio eritema solare non prima di domenica prossima.)

i romanzi di diego marani

potrei a buon diritto tenerli nello scaffale traduzione: quelli che ho letto, nuova grammatica finlandese (bompiani 2002) e l’interprete (bompiani 2004), sembrano esorcizzare i pericoli della professione dell’autore con le loro storie estremamente inquietanti sull’inconscio linguistico; nell’ultimo ci sono addirittura personaggi che vengono «parlati» non dico dalla lingua del capro ma da un idioma parimenti primordiale e pre-umano.

una lingua estranea iniettata nella nostra mente porta il contagio di suoni sconosciuti, la visione di mondi a noi incomprensibili, la vertigine di altre verità e il desiderio diabolico di possederne la conoscenza.

(l’assunto o artificio narrativo, allora, è che questo desiderio cui normalmente si indulge potrebbe essere molto molto pericoloso.)

un dubbio

in volver di almodovar, la borsa rossa di vuitton è da leggere come palesemente taroccata, cioè un dettaglio realistico rispetto all’ambientazione sociale, oppure come un particolare meravigliosamente sopra le righe come potrebbe essere nelle corde dell’autore? (in un film invece molto sobrio, senza esagerazioni, a parte l’intreccio e le tette di pc.)