il ritorno dell’azzurro

polvere, carta da zucchero et similia.  già una quindicina d’anni fa avevo avuto un’inclinazione per questo genere di colore – ricordo un vestito estivo, un paio di scarpe, un golf estivo, uno invernale, di cui in seguito mi sono disfatta chiedendomi come avevano fatto a piacermi in the first place.
eppure, ci risiamo. mi ripiace, al momento. odio chi ha deciso di farlo riapparire tra i colori della stagione. (al viola elettrico però sono riuscita a sfuggire. ha.)

Blue_scarfbag
Blue_bag
Blue_shoes

i libri non ancora finiti, invece

includono soseki, umoristico e divertente quanto prolisso e noioso (forse solo un giapponese ci può riuscire) e il volume di tutti i racconti di angela carter (sì, solo ora ho cominciato a leggere ac). dei racconti che ho letto sinora, quelli giapponesi mi hanno interessato più delle famose rivisitazioni inquietanti delle fiabe – forse proprio perché famose, mi sembrava di conoscerle già, e dopotutto non ho forse visto in compagnia dei lupi quand’ero giovane e impressionabile?

Both Angela Carter and Natsume Soseki found new insights into their respective homelands when living abroad (non è strano, trovare a posteriori un link così?)

solidarietà con lo straniamento giapponese di angela

passion and the mirror: angela carter’s souvenir of japan (saggio in pdf)

mentre gennaio avanza

tra malanni e varie ansie e grane, stranamente ho finito alcuni libri.
primo romanzo dell’anno the road di cormac mccarthy, molto bello ma alla fine ho pianto come una vite tagliata. subito dopo mi è venuto da riprendere in mano il mago di oz (che volevo leggere prima di natale) e dopo tutto i due viaggi di ragazzini che devono trovare una famiglia – con annessa questione se sia meglio la famiglia naturale o quella che ti ritrovi/scegli a prescindere dai legami di sangue –  in qualche strano modo si sono completati a vicenda.
quindi ho letto i racconti di truman capote, che sono belli assai, quasi tutti, e inoltre mi hanno fatto tirare fuori the collected dorothy parker – immagino che leggerò tutti i racconti, non ricordandomi più se li ho già letti o no.
pare infatti che mi sta venendo un po’ un’ossessione newyorkese (chissà che non si riesca prima o poi a fare quel viaggio). oggi ho visto la prima edizione di new york. l’isola delle colline di maffi (il bel volumetto del saggiatore) e me ne sono impadronita; la settimana scorsa ho guardato pelham 123 con un interesse forse superiore alle reali attrattive del film – che comunque piace, se, scopro oggi, lo rifarà tony scott con denzel washington e john travolta. (ma per quanto io ami denzel washington, mi arriva un’impressione di noia a immaginarmelo in un ruolo di walter matthau.)

l’epifania

Strawberry_candletutte le feste si porta via, ma lasciandosi dietro un bel virus di quelli che fanno venire la febbre, tiè.
prima dell’escalation odierna sono riuscita ad andare alla mostra di lynch alla triennale: d.l. al suo più tetro, a parte l’installazione finale. 
assai interessante, visto pure il corto grandmother (il muto second lynch, 1970), in una saletta fatta come un piccolo cinema d’antan.
direi banalmente che bazzicare un lynch tridimensionale inquieta quanto se non più che incontrare quello cinematografico.  e poi sarà un po’ difficile guardare i classici disegni infantili («io e la mia casa») con occhi innocenti.
ma qualcuno sa che tecnica usa il nostro usa per incrostare quelle tele di materia pseudorganica?

il film londinese di cronenberg

alla fine è arrivato (e non è tratto da martin amis). come già si è detto, è uno history of violence 2 – non solo per l’immane presenza di viggo mortensen – dove la violenza è ancora più inevitabile e ambigua (ogni azione «professionale» del protagonista richiede prima qualche orrenda brutalità; la personalità che rimane nascosta per sempre è quella «buona»).  e non mancano i rovelli cronenberghiani su indentità incerte e corpi mutanti, né i grandi attori.  eppure qualcosa manca:  i nessi narrativi sembrano un po’ ridotti a una serie di andirivieni in macchina e in moto, la voce fuori campo non mi ha convinto del tutto, e l’epilogo mi ha colto di sorpresa – mi pare che il finale arrivi troppo presto.
insomma sono abbastanza d’accordo con recensioni come reelviews e antagony and ecstasy.

posterismo

Feria
visto definire così il collezionismo di affiches in un negozio di siviglia.
per non collezionisti, ci sono le cartoline dei manifesti della feria de abril: in rete se ne possono vedere un po’ qui o qua (quelli di flamenco, non quelli di tori).
la cosa bizzarra è che i manifesti spagnoli degli anni 50-60 sembrano più vecchi.

mark lewis

visto al centro andaluz de arte contemporáneo di siviglia, dev’essere la stessa mostra di londra.
notizie su di lui: per esempio qua .
il progetto haygate estate.
cose salienti: è canadese; fa brevi film in 35mm (poi riversati in hd per la videoproiezione nei musei), lavora sulla durata e sui movimenti dello sguardo.  insegna al central saint martins college of art and design di londra.  che i suoi film stiano nelle gallerie d’arte è molto appropriato, è come vedere un quadro che con estremo rigore si anima o impercettibilmente si sposta.
mi sembra un lavoro interessante, proprio cinema sperimentale, non equivoca «videoarte» (forma ibrida che spesso mi dice poco, magari per scarsa attenzione al mezzo e la bruttezza non voluta delle immagini).