vintage hat pins

Hat_pins

should be bakelite. maybe I’ll try to go back and photograph the wonder/colourful array of old pins this lady has on display.

(ci si mette anche la collega fra, a portarmi alle bancarelle… ci si mettono anche le bancarelle a venire sotto l’ufficio… uffa.)

nessuna verità

di ridley scott non funziona molto, se non nelle sequenze d’azione.  dicaprio non risulta tormentato come in the departed, la sequela di episodi ambientati in vari luoghi è un equivalente pseudoimpegnato delle cartoline alla 007, l’artificio narrativo per provocare lo sviluppo decisivo è un love interest abbastanza pretestuoso (e che esistano persone mediorientali più avvenenti, furbe e sagge di molti americani ce lo immaginavamo già da soli, grazie).

mi è sembrato autentico e comunicato con efficacia, invece, il senso di smarrimento di una società che ha cercato di raffinarsi e tecnologizzarsi al massimo per poi scoprire quanto ciò la renda vulnerabile. e questa sensazione di vulnerabilità, con relativo vittimismo, è poi un ottimo antidoto al senso di colpa di una società ricca e benestante verso il resto del mondo, no?

penso che capiti a molti anche sul piano personale, di uscire da una modesta tana da qualche parte per provare a capire come funzioni un po’ di mondo, come migliorare se stessi e la propria vita, tentando di esprimere quel po’ di capacità che si hanno, cercando di stare meglio per quanto possibile, per poi trovarsi con un gran senso di inutilità di fronte a sviluppi storici maggiori, a dinamiche più primitive, alla necessità di guardare oltre il proprio orticello.
e sul piano personale forse una consapevolezza del genere può portare ad atteggiamenti più «socialmente utili».
ma sul piano collettivo (politico, sociale)?

standard operating procedure

è il nuovo film di errol morris, su abu ghraib, visto a milano il 29.11 nella rassegna di filmmaker.

l'unico punto di partenza oggettivo per studiare l'accaduto sono le foto, e sulle foto em lavora ossessivamente: fin dai titoli le presenta e ripresenta, parla con chi le ha scattate, con chi era lì con chi le ha analizzate a posteriori. come sempre le sue interviste sono bellissime, tridimensionali, attente, e non si sentono mai le domande (tranne, come al solito, qualche sua precisazione quasi urlata fuori campo).

poi, un altro suo metodo ricorrente, ci sono le sequenze delle ricostruzioni. questa volta persino il «new york times» (sul cui sito morris tiene un blog) sembra suggerire che abbia un po' esagerato (recensione).

e per quanto io abbia amato la serie first person e i lungometraggi precedenti, è difficile non avere questa impressione. la scelta è di suggerire allo spettatore il peggio che le foto possano suggerire, pur con lo scopo condivisibile di mettere in discussione la moralità dei metodi definibili dall'esercito «procedura operativa normale».

dal blog, la teoria di errol morris sulle ricostruzioni nel documentario:

I used to tell people I was only re-enacting subjective accounts, I was never re-enacting reality, per se. Now I look at it differently. It is a part of an investigative process. I take a retrospective verbal account, and then try to bring the audience’s attention to a specific detail that will allow them (and me) to think about some detail, what it means, what it tells you about reality. It allows you to think about a scene in a different way.

tutta questa incetta di scarpe

Richelieues
potrebbe assumere senso alla luce di una momentanea sindrome della trottola. sembra mi sia tornata l’energia per uscire, incredibile. bene, consumiamole, ’ste scarpe.
(non affrontiamo invece la questione di quali/quante scarpe siano necessarie per ballare sull’orlo di un baratro, economico o chissà che.)

i miei peregrini consigli moda per freddolose oggi sono:

– asportare da promod certi simpatici capi tartan che, essendo di cotone, verranno buoni l’estate prossima (non vedo l’ora di usare come gonna da mare una soi-disant sciarpa invernale)

–  l’uso sensato per tutti quei bellissimi scaldapolsi, mezzi guanti ecc., se non si sta in una casa fredda (in ufficio fanno caldo, fuori non coprono le dita), è di sovrapporli a guanti più leggeri, che altrimenti andrebbero in letargo fino a primavera.

torino

mi attira un po’ morbosamente, vagheggiavo di tornarci dal 2004 (quando ci andai per due concerti abbastanza epocali – in realtà credo di esserci stata solo alle medie per il museo egizio e poi… per altri concerti – e un po’ di salone del libro) e invece sono riuscita ad andare prima a new york, bah.

peraltro, anche stavolta niente donna della domenica, poca cioccolata, niente musei, niente porta palazzo, niente valentino… però un poco di torino film festival, un poco di luci d’artista, atmosfera invernale. cielo limpido su piazza vittorio veneto. la prossima volta ci sto almeno 2 giorni, promesso.

la città dentro il fiume

Nyc_mapsa new york cambiano macroscopicamente le dimensioni rispetto, che so, a parigi, dunque la città dentro il fiume non è un piccolo gradevole ma prevedibile nucleo originario, ma una città intera. per qualche motivo trovo mindboggling pensare a un centro urbano così grande e compatto circondato da acqua, banchine portuali, isolette, traghetti. il suo cuore alla fine non mi è sembrato central park ma bryant park, più chiuso dai grattacieli ma ugualmente così piacevole, un tutt’uno con la biblioteca che rappresenta quei luoghi istituzionalmente rassicuranti di manhattan, come anche grand central e il general post office, che non mi danno assolutamente il senso di smarrimento dei loro analoghi milanesi. al parco, tra l’altro, le seggiole americane con tavolino incorporato acquistano improvvisamente una ragion d’essere.