torino

mi attira un po’ morbosamente, vagheggiavo di tornarci dal 2004 (quando ci andai per due concerti abbastanza epocali – in realtà credo di esserci stata solo alle medie per il museo egizio e poi… per altri concerti – e un po’ di salone del libro) e invece sono riuscita ad andare prima a new york, bah.

peraltro, anche stavolta niente donna della domenica, poca cioccolata, niente musei, niente porta palazzo, niente valentino… però un poco di torino film festival, un poco di luci d’artista, atmosfera invernale. cielo limpido su piazza vittorio veneto. la prossima volta ci sto almeno 2 giorni, promesso.

la città dentro il fiume

a new york cambiano macroscopicamente le dimensioni rispetto, che so, a parigi, dunque la città dentro il fiume non è un piccolo gradevole ma prevedibile nucleo originario, ma una città intera. per qualche motivo trovo mindboggling pensare a un centro urbano così grande e compatto circondato da acqua, banchine portuali, isolette, traghetti. il suo cuore alla fine non mi è sembrato central park ma bryant park, più chiuso dai grattacieli ma ugualmente così piacevole, un tutt’uno con la biblioteca che rappresenta quei luoghi istituzionalmente rassicuranti di manhattan, come anche grand central e il general post office, che non mi danno assolutamente il senso di smarrimento dei loro analoghi milanesi. al parco, tra l’altro, le seggiole americane con tavolino incorporato acquistano improvvisamente una ragion d’essere.

su quantum of solace

ho il brano di fleming da cui viene il titolo
e la considerazione che, pur rischiando di essere un film di vendetta, ne esce molto bene: bravo daniel craig, maledetto ma non completamente dannato.
rischia anche di essere un film d’azione esasperata, ma in qualche modo si riscatta pure da questo. insomma, l’abbreviazione poco rispettosa sul biglietto, che recitava "quantum of sola", è stata smentita.
[io ovviamente mi identifico sempre più con M, sempre meno con le bond girls :o]

les choses

non ho intenzione di parlare del libro di perec, ma è da un po' che penso al rapporto che si ha con gli oggetti e in particolare a come la «vita digitale» lo modifichi.

negli ultimi anni mi è successo di avere a che fare con moltissimi oggetti (fare/disfare case e/o personal belongings di qualcuno; shopping abbastanza compulsivo di cose nuove, forse causa reazione alle immersioni tra le vecchie, oltre a sufficiente disponibilità di reddito ed esposizione via web a velleitarismi di ambito, uhm, lifestyle) e parallelamente di cominciare a usare la fotografia digitale, vederne molta via internet ed essere attirata morbosamente dai siti che osservano cose (eg simply breakfast, what did you buy today, flickr in generale, ma soprattutto e prima di tutto heavy little objects: cercando il link per questo post ho scoperto che è ricominciato! sì!)

nel complesso, ho una maggiore attenzione alle cose nuove legato all'apprenderne l'esistenza in rete, e una maggiore attenzione alle vecchie legato a tentazioni di collezionismo. (entrambe collegate a un bisogno di evasione «oggettivizzato», una sorta di perversione, forse? o di «ritorno» dal websurfing: da una dimensione immateriale a quella materiale che ci contiene, e penso di non essere l'unica a sentire la frattura.)

non ricordo bene perché ho preso la piccola nikon, circa quattro anni e mezzo fa, ma credo sia stato per poter produrre facilmente immagini da mettere sul blog e forse anche perché speravo che la semplicità d'uso (immediatezza, portabilità, libertà di scatti infiniti) sbloccasse l'imbarazzato/insoddisfatto rapporto con la fotografia che – soprattutto causa imperizia tecnica –  avevo fino a quel momento.
un risvolto imprevisto è stato la tentazione di guardare qualsiasi oggetto quotidiano «con un obiettivo», forse quello di trovare il suo valore aggiunto (estetico, sentimentale), forse di stabilire un distacco che favorisca la comprensione, l'assimilazione (per me funziona appunto così, col distacco – che ci vuoi fare).

la tentazione di fermo immagine-riproduzione riguarda non solo ma soprattutto le cose vecchie. seguono due esempi che mi stanno un po' ossessionando, in cui mi pare di aver ottenuto «qualcosa» (non una buona o bella foto, ma di aver estrapolato qualcosa dall'oggetto).

qui abbiamo: un oggetto ritagliato fino a essere irriconoscibile, un particolare più importante del'oggetto da cui viene e che sembra rappresentarne perfettamente l'epoca (illusione), un oggetto sfocato appiattito su uno sfondo sfocato fino ad alterare la percezioni delle superfici (profondità e grana).

qui abbiamo: un oggetto nuovo eppure vecchio (e viceversa), osservato a prescindere dalla sua funzione originaria, un manufatto giustapposto per caso a due elementi vegetali, una superficie dalla funzione sufficientemente astratta da non essere più il davanzale di una finestra, una macchia di colore (vernice della persiana) non degna di osservazione se non ritagliata così dall'obiettivo. esaltazione di filamenti, macchie, grana.

divergenze linguistico-generazionali

sto seguendo uno stagista, giovane aspirante redattore alla sua prima revisione. molto interessante.
mi ha appena obiettato che l’espressione «il cellulare della polizia» è incomprensibile: il lettore medio venti/trentenne pensa a un telefono. ho dovuto riconoscere la mia appartenenza a una generazione in cui, non essendoci i telefonini, il cellulare era solo un furgone.
per non obliterare questa accezione dell’aggettivo (eventualmente sostantivato), ho suggerito di adottare l’espressione composta sul vocabolario: furgone cellulare.

the league of extraordinary gentlemen

mi ha colpito fra le altre cose per l’urbanistica visionaria di kevin o’neill – simile a certi sogni che faccio, con delle città-mosaico di stili e dimensioni.  una tavola di parigi mi ha ricordato una cartolina che avevo con un disegno assolutamente fumettistico di victor hugo – non ho ritrovato la cartolina, ma il disegno era questo.

da compulsare avidamente le note online.

pensavo, che buffo il titolo italiano del film: la leggenda degli uomini straordinari. la ricerca di un termine alternativo sembra quasi ispirata dall’«aspetto» del titolo originale.

dunque ecco halloween

e oggi neil gaiman firmava libri a londra. mi è piaciuto, the graveyard book. mi incanta la grazia con cui gaiman va a fondo della scrittura del fantastico (rivitalizzando qui anche un certo numero di deliziosi stereotipi), la vive, la nutre senza mai arrivare all’esercizio di stile, senza mai separarsi dai suoi temi forti.
il rapporto con la morte, dunque. prima ho letto pet sematary di stephen king–ambedue romanzi sul fatto che i vivi devono vivere finché possono, i morti è meglio per loro e per tutti che restino morti, e la tentazione di cercare una terra di mezzo ci sarà sempre (anche se nessuno che vi abbia messo piede ci si trova bene).
accettarlo serenamente forse non si può: sono sempre alla ricerca di libri che ci aiutino negli esorcismi.