someone should have taken
a photograph of me
with cats asleep on either side
wrapped in a furry dream.
[nel titolo del post prima c’era un refuso: folastrocche.]
someone should have taken
a photograph of me
with cats asleep on either side
wrapped in a furry dream.
[nel titolo del post prima c’era un refuso: folastrocche.]

no, non mi riferisco ai blog ma al lavoro di sophie calle (c’è una molto sbandierata mostra al centre pompidou). foto, scritte, oggetti che ricostruiscono un momento della vita propria o altrui. di un inseguimento per la strada, di una crisi amorosa, di un’indagine sociologica rimangono tracce raccolte in installazioni e libri. i libri di sophie calle li pubblica la casa editrice di arles actes sud. una foto sua – l’ho scoperto oggi – è quella della copertina di hotel world di ali smith: cosa che non sapevo quando ho scritto questo post.
poesie e incipit di romanzi, per lo più letti dagli autori, nella pagina audio della rivista americana di recensioni boldtype. molti sono americani a me ignoti (come tanti dei poeti pubblicati nella pagina di poesia). star: jeremy irons legge lolita, sylvia plath lady lazarus.
22.04.2004 aggiungo link bbc: out loud (poets perform their own work)
aiuto, pare si stia facendo il film della guida galattica per gli autostoppisti di douglas adams (notizia via movieblog). io sono ancora alquanto immersa nella lettura: non solo è una «trilogia in cinque parti» ma ho letto prima la quarta, poi la prima, e ora sono a metà della seconda. non ridevo tanto da tre uomini in barca. È la mia lettura da metropolitana, quindi durerà ancora un po’, ed è l’antidoto ideale a qualsiasi malumore da ora di punta (qualche anno fa avevo adibito allo stesso uso la trilogia di pennac, in autobus).
questa è la voce su hitchhiker’s guide to the galaxy di h2g2, il sito della bbc che sta sviluppando proprio una guida «alla vita, all?universo e a tutto il resto».
restano in mente, dopo aver visto master and commander. ci trovo quasi sempre qualcosa di buono in peter weir; fa spesso film magniloquenti o commoventi, ma con stile. qui c’è la nave che sembra viva. il suo film che avrei voglia di rivedere: fearless, con quel meraviglioso attore che è jeff bridges (sito sorprendente, da vedere). il suo film che ho visto troppe volte: green card (o forse witness?). il suo film che ho visto solo in tv: picnic a hanging rock. il suo film che non ho visto: mosquito coast. il suo film che mi ha trovato giovane e vulnerabile all’adagio di albinoni: gallipoli. a pensarci bene, peter, non lo pigi un po’ troppo questo pedale della musica barocca?
l’8 e il 27 gennaio john peel ha trasmesso su bbc1 diversi brani dei modena city ramblers registrati dal vivo all’ultimo festival di groningen.
dice che dopo il festival ha cercato ripetutamente di contattarli, ma loro l’hanno ignorato.
bertolucci ha tradotto l’abbazia degli incubi di peacock nel 1951 per guanda; ora si può leggerlo nei grandi libri garzanti. Divertente, anche se qualche sbadigliuccio qua e là lo suscita.
queste ultime letture depongono decisamente a favore dell’utilità di una distinzione tra classici maggiori e minori (ognuno faccia la sua), e del canone – che in sé, come forma di giudizio, non mi piace – come forma d’inventario.

ecco la domanda che sorge spontanea davanti a questa incredibile copertina di tascabile degli anni 70 – su cui, sarà la suggestione pugliese, sembra aleggiare l’ombra di carmelo bene – fornita della didascalia «particolare da una fotografia di marc cramer». questo è un caso in cui il libro come oggetto finisce per essere più importante del testo: spunto feticista che non sarebbe forse spiaciuto allo stesso sir horace il quale, oltre ad assemblare la casa-capolavoro di strawberry hill con maniacale collezionismo, è arrivato a compilarne, delizia delle delizie, un inventario (ehi, possibile che la sellerio non abbia un sito?).
per tornare al il castello di otranto, confesso che mi ha deluso, complice probabilmente la traduzione vecchia e bruttina. anche qui, legi oportet, si dice, per arrivare alle radici di un genere: il romanzo nero (per cui s’intende gotico, non noir), la storia horror e via dicendo. radici moderne ed editoriali, immagino si voglia dire. È un po’ antipatico, in fondo, questo tipo di classificazione; utile per la storia dell’editoria, noioso per la letteratura.
in treno, in aereo, ai bordi della piscina, a letto prima di dormire (durata del match: 5 minuti al massimo). così, più o meno, diceva il mese scorso il comodino di nick hornby, la rubrica che internazionale riprende da the believer (in originale si intitola stuff i’ve been reading; contenuto: se fosse su internet sarebbe un blog, da manuale). me lo ricordo – anche se non cito alla lettera, causa scomparsa della copia della rivista – perché mentre hornby lottava, credo, con no name, io lottavo con the moonstone esatttamente nello stesso modo (mai però ai bordi di una piscina, vorrei dirlo). vinceva quasi sempre il vecchio wilkie, per forza: 550 pagine di prosa impeccabilmente vittoriana dove, nel racconto a più mani del mistero, ogni personaggio scrive rigorosamente con la forma e i formalismi imposti dalla classe sociale di appartenenza e dalle numerose idiosincrasie derivanti dal profilo psicologico, rigorosissimo, costruito dall’autore per ognuno. scritto benissimo, ma inesorabilmente pesante a leggersi oggidì. per fortuna verso la fine ci sono la zampata oppiacea del vecchio wilkie e l’esotico personaggio di ezra jennings a dare qualche chance al lettore di avere finalmente la meglio del tomo. da leggersi senz’altro, si dice, in quanto considerato tra i testi fondatori del romanzo poliziesco – è tra i primi romanzi, forse il primo, ad avere tutti gli ingredienti del giallo inglese (e in effetti lascia con l’impressione di aver ingollato un’overdose di libri di agatha christie). per questo the moonstone è tornato di moda e disponibilissimo in italiano: fazi, nord, rizzoli, garzanti.