pulendolo dentro e fuori com’è d’uopo fare in questi casi, ho tratto in salvo un ritaglio di giornale ormai ingiallito: sarà almeno di un anno fa l’articolo del manifesto in cui busi deplorava l’invasione dei giornali da parte della pubblicità, della quale propugnava invece una forma «organica» ai contenuti editoriali. posto che alle merci è assai difficile sfuggire, almeno facciamo una pubblicità consapevole a quelle che ci piacciono.
qui sotto, l’altrimenti irreperibile ritaglio. manca l’inizio dell’articolo (ho conservato solo la parte merceologica); il segno bianco è quello del magnete che lo attaccava al frigo.
e un’altra memorabile manifestazione di busi-pensiero mi torna alla mente: la stroncatura dei cosiddetti festival della letteratura (verso settembre scorso, se non erro su carnet – vado a vedere se ne ritrovo copia).
Da 1,55 zloty, provenienza ignota. l’ho tenuto perché era colorato, e per tutti gli altri motivi, futili e meno futili, che mi fanno amare i francobolli. e per i quali mi è piaciuto molto l’articolo di sofri sull’argomento, su panorama (via wittgenstein perché non leggo panorama). tra l’altro, è verissimo che per i bambini è bello raccogliere i francobolli così, non per la loro importanza ma per curiosità dei paesi stranieri e di tutte le cose bizzarre che vi si trovano raffigurate sopra. mio papà mi dava da tenere quelli delle buste dei missionari, che erano un po’ l’unica corrispondenza straniera che arrivava a casa mia, in compenso da molto lontano. avevo anche un bell’album verde con tutte le striscioline trasparenti, regalato da uno zio che faceva della filatelia seria, ma in effetti non me n’è mai importato niente del dentino mancante che avrebbe dovuto squalificare per sempre il francobollo. però lo si staccava col vapore, con tutti i crismi. e devo dire che ancora adesso ho il dubbio, quando incollo un francobollo, che se non ha tutti i dentini integri la lettera non arrivi a destinazione.
questi sono arrivati oggi, da napoli. la cartolina riproduce un’immagine di totò, peppino e la malafemmina, la scena dove peppino scrive sotto dettatura. ce l’ha mandata s. e va a unirsi all’ormai cospicua collezione di quelle che ci spedisce da ogni angolo della penisola e a volte del globo, con un talento per scovare quelle più buffe, strane o assurde; pensavo di scannerarle e raccoglierle. forse l’idea mi è venuta dalle immagini inglesi anni 70 raccolte nel libro boring postcards (regalato a m. per natale) da martin parr. sono deprimenti immagini inglesi di hall di alberghi, squallidi centri abitati degli anni 70 et similia, che viste tutte insieme sono un vero documento nonché monumento al cattivo gusto.
nell’articolo di cui sopra c’ è anche un rapido ma preciso accenno all’operazione di mail art che è l’abbinare alla cartolina il francobollo: io mi sono trovata a farlo circa tre settimane fa, incurante delle prese in giro di px, con i francobolli francesi che hanno le foto di monumenti nazionali e abitazioni tipiche. ecco, i francobolli con le foto però non mi piacciono: molto meglio le illustrazioni. quelli irlandesi, nella miglior tradizione, raffigurano le specie di uccelli dell’isola.
quando arrivano nella casella è sempre una bella cosa, e un piccolo viaggio.
ma se chi riceve la posta sa di non poter viaggiare affatto, si può solo immaginare di quanta malinconia si carichi l’amata e un po’ ingenua arte postale.
imitiamo allurette e confezioniamola subito, una busta con la cognizione del dolore di gadda e il libro dell’inquietudine di pessoa. teniamola a casa, in ufficio, nella baita di montagna. si può anche conservare in macchina, chi ce l’ha. un’unica cosa dovrei verificare: la resistenza di pessoa alle riletture, perché il libro mi fulminò temporibus illis, ma poi non l’ho più rivisitato. adesso si può fare: mi sembra non ci sia più il rumore di fondo della moda-pessoa di qualche anno fa. sempre d’attualità, invece, l’Ingegnere: pare sia stata prorogata a marzo la mostra del gabinetto vieusseux io sono un archiviomane, il cui mero titolo tange i punti teneri di questo blog. si tratta di carte gaddiane (o meglio, carta gaddiana: anche biglietti di viaggio, liste della spesa…) alluvionate e restaurate. sperando, con un frisson veramente perverso, di potervi gettare un occhio, un salto in cucina: la ricetta del risotto patrio.
da anni e anni, in origine perché è dedicata a lei la canzone (che adoravo) mercy street di peter gabriel. non era capitato finora, anche perché in italia per molto tempo non si sono trovati libri suoi. ora mio padre ha regalato a mia madre la raccolta, pubblicata recentemente dall’editrice le lettere, poesie su dio, ma lei le trova troppo deprimenti e quindi il libro è arrivato a me. l’ho leggiucchiato oggi in treno, e non c’ è bisogno che lo dica io che le poesie son belle – di certo però non valeva la pena di aspettare queste traduzioni, inutili se non perniciose (che idea è tradurre in rima dei versi che in originale non ce l’hanno?), disseminate di inesplicabili licenze (i grew: io fortificavo???) e di sintagmi improponibili in italiano. del resto, è un libro a cura di tizio ma in cui la traduzione letterale è di sempronio e la revisione del testo a cura di caio… stendiamo un velo pietoso. per fortuna in mezzo ci sono anche alcune traduzioni di edoardo zuccato, che è una persona per bene.
spero che a queste povere poesie sia andata meglio negli altri due volumi della sexton pubblicati in italia: poesie d’amore (sempre presso le lettere) e l’antologia l’estrosa abbondanza (crocetti).
ad aspettarsi di ritrovare, nella mostra arrivata da lione al pac di milano, l’atmosfera di certi dischi di l.a. (e degli spettacoli, immagino: io non li ho visti) si rischia di restare delusi. il titolo, the record of the time, viene proprio dal testo di una canzone e rappresenta senz’altro il suo lavoro – che, proprio perché in gran parte indaga sul tempo e si articola nel tempo, si presta male a essere ridotto a singoli pezzi rappresentativi da fruizione rapida. p., che ci è venuta con me, ha trovato il tutto un po’ freddo, e in effetti, restando precluso il coinvolgimento di una performance, quello che resta sono delle idee persino troppo furbe (rimane quasi l’impressione di trovarsi davanti degli scherzetti da prestigiatore, quando non subentra la frustrazione nell’osservare schizzi preparatori o documentazione video e fotografica di spettacoli che non vedremo). interessante, comunque, la panoramica sul lavoro di un?artista le cui cose più riuscite forse sono quelle equidistanti sia dall’arte concettuale che dalla musica pop: quelle che trascinano lo spettatore in una dimensione da cui si vede e si ascolta il mondo in modo diverso (sto ascoltando bright red: funziona).
carino, per me che non ne sapevo nulla, avere un’idea di cosa faceva agli esordi e vedere i 3 libri d’artista: handbook (vero «manuale»: bisogna sfogliarlo tutto, e il testo riflette sul gesto di sfogliare), windbook (qui sono due ventilatori in una teca a sfogliare a caso un libro), light in august (un elenco di oggetti – quelli spariti dalla casa di l.a. in occasione di un furto – abbinato a una lezione di osservazione della quantità di oggetti rappresentati nella melencholia di dürer: in ogni copia un elemento è evidenziato in rosso). la cosa più bella è senz’altro il tavolo manofonico, ma il cuscino che ti racconta le storie all’orecchio sarebbe carino averlo a casa. l.a. fa spesso cose che c’entrano col sonno e col sogno.
pessima l’idea di proiettare su schermo grande i brutti videoclip promozionali degli anni 80, tra l’altro quasi senz’audio, e il cd-rom puppet motel, che così sembrava avere una grafica bruttissima.
ci provo, ma non ci riesco. cerco qualcosa che mi faccia pensare, mi trovo travolta dalle informazioni. li sfoglio, tengo delle cose da leggere «domani», mi arrabbio… in questo periodo, nella grande confusione su cosa-perché leggere in merito all’attualità e ai problemi del mondo, che ormai ci schiacciano con un senso di colpa individuale abbastanza difficile da gestire, la mia ancora di salvezza è il già citato commento settimanale di monbiot, per almeno due motivi: intanto scrive con chiarezza tale da infondere una sia pur minima fiducia che valga la pena di cercare, informarsi, provare a capire qualcosa, e poi dopo la lettura non si rimane annichiliti dall’oscurità del futuro ma rimane una sana voglia di parlare, discutere, al limite (stante la pigrizia del lettore medio, io) anche fare. polemica, ma stimolante. l’articolo di ieri ha questa lucidità geniale (anche un po’ da schiaffi, se vogliamo): la biodiversità merita di essere salvata perché è bella. non bisogna giustificare il bisogno di conservare le specie – quelle la cui estinzione si può evitare e sta avvenendo a precipizio per cause umane – col fatto di trovare principi attivi per i farmaci o mantenere l’equilibrio esistente negli ecosistemi, che peraltro sono in perenne mutamento. dovremmo farlo per noi, mica per il pianeta. segue un brano esemplare per inflessibile pessimismo leopardiano:
al pianeta, non potrebbe importargliene meno. è un ammasso di pietra. è abitato da grumi di molecole che si autoreplicano chiamati da noi forme di vita, il cui scopo è di invertire l’entropia il più a lungo possibile, catturando energia dal sole o da altre forme di vita. l’ecosistema è semplicemente il flusso dell’energia tra queste forme di vita. non ha valori, non ha desideri, non ha pretese. non pratica né riconosce crudeltà o gentilezza. come altre forme di vita, noi esistiamo solo per riprodurci. siamo diventati così complessi solo perché questo ci permette di rubare più energia. un giorno, la selezione naturale ci spazzerà via dal pianeta. le nostre opere non saranno neppure dimenticate: non ci sarà nulla capace di ricordare. ma una curiosa componente della nostra complessità è che in noi, come in altre forme complesse, si è sviluppata la capacità di soffrire. soffriamo quando il mondo diventa un luogo meno piacevole e interessante. soffriamo quando percepiamo la sofferenza altrui. a me sembra che l’unico scopo superiore che possiamo aspirare ad avere sia tentare di alleviare la sofferenza: la nostra e quella delle altre persone e degli altri animali. questa è di sicuro una motivazione sufficiente per qualsiasi progetto vogliamo intraprendere. è una motivazione sufficiente per la protezione delle belle arti o dei libri rari. è una motivazione sufficiente per la protezione delle forme di vita rare. la biodiversità, in altre parole, è importante perché è importante. se vogliamo proteggere la natura, dobbiamo farlo per noi stessi. non è necessario pretendere che qualcos’altro ci spinga a farlo. non è ecessario far credere che qualcuno abbia un assoluto bisogno della protea reale, del rospo d’oro o dei sifaka per sopravvivere. ma possiamo dire che, per quanto ci riguarda, senza di loro il mondo sarebbe un posto più povero.
quindi mi ha attirato subito la segnalazione del supplemento del sole24ore (non di oggi, di domenica scorsa) di un libro di marc augé che si intitola proprio rovine e macerie. in senso del tempo, in uscita da bollati boringhieri. parliamoci chiaro, il libro non lo leggerò mai, quindi mi trascrivo un brano riportato dal giornale che contiene qualche idea utile a sentirsi meno tonti quando, in vacanza, si rimane rapiti davanti a qualsiasi vecchio sasso o residuo di vita urbana ci si pari davanti (così almeno faccio io di solito). e magari faccio anche delle foto, che mi pare vengano sempre male: e ci credo, senza saperlo cercavo di catturare il «tempo puro»!
Contemplare rovine non equivale a fare un viaggio nella storia ma a fare esperienza del tempo, del tempo puro. Riguardo al passato, la storia è troppo ricca, troppo molteplice e troppo profonda per ridursi al segno di pietra che ne è emerso, oggetto perduto come quelli ritrovati dagli archeologi che scavano le loro fette di spazio-tempo. Riguardo al presente, l’emozione è di ordine estetico, ma lo spettacolo della natura vi si combina con quello delle vestigia. Ci accade di contemplare dei paesaggi e di ricavarne una sensazione di felicità tanto vaga quanto intensa; più quei paesaggi sono ‘naturali’ (meno devono all’intervento umano), più la coscienza che noi ne abbiamo è quella di una permanenza, di una lunghissima durata che ci fa misurare per contrasto il carattere effimero dei destini individuali. Allo spettacolo del perpetuo rinnovamento della natura può tuttavia ricollegarsi anche il confortante sentimento di una totalità che trascende quei destini o nella quale essi si fondono, l’intuizione panteista o materialista del ‘nulla si crea e nulla si distrugge’. La natura, in questo senso, abolisce non solo la storia, ma il tempo. Le rovine aggiungono alla natura qualcosa che non appartiene più alla storia, ma che resta temporale. Non esiste paesaggio senza sguardo, senza coscienza del paesaggio. Il paesaggio delle rovine, che non riproduce integralmente alcun passato e allude intellettualmente a una molteplicità di passati, in qualche modo doppiamente metonimico, offre allo sguardo e alla coscienza la duplice prova di una funzionalità perduta e di un’attualità massiccia ma gratuita. Conferisce alla natura un segno temporale e la natura, a sua volta, finisce col destoricizzarlo traendolo verso l’atemporale. Il ‘tempo puro’ è questo senso senza storia, di cui solo l’individuo può prendere coscienza e di cui lo spettacolo delle rovine può offrirgli una fugace intuizione. […] quel che di esse si lascia percepire è una sorta di tempo al di fuori della storia a cui l’individuo che le contempla è sensibile come se lo aiutasse a comprendere la durata che scorre in lui.
o, per meglio dire, ai gatti fa uno strano effetto il giradischi di casa, che per problemi tecnici non ha mai girato i dischi fino a poche settimane fa, e ora invece si dà un bel da fare. per lo più fissano il piatto come sotto ipnosi, ma a volte appoggiano la zampina sul coperchio trasparente o ci camminano sopra. il vinile fa uno strano effetto a me, invece. potrebbe essere un bel surrogato di psicoterapia: recuperare una collezione di dischi rimasta intatta per quasi dieci anni, e cominciare a riascoltare. no, non gli album che si sanno a memoria, che qualcuno ce lo eravamo anche ricomprato in cd per poterlo sentire più comodamente, ma ripescare la compilation seeds I della cherry red records, acquisita probabilmente non quando uscì ma in quel momento di panico in cui il vinile stava sparendo e si abbrancava quel che si poteva. ascoltarla, dunque, e… desiderare di trovare anche gli altri volumi della serie. be’, decisamente come psicoterapia non vale una cicca. ma ci saranno altre sedute, è sicuro.
uno dei «romanzi d’immagini» di frans masereel, ristampato dalle éditions cent pages di grenoble nel 2002 (formato piccolino, 192 pp, 14 euro). xilografie sempreverdi. è la storia dell’uomo senza cappello: non si sa chi sia, ma «attorno a lui fluttua qualcosa di puro, di straniero, di libero, d’indipendente» (thomas mann).