il sensore della serialità

o ce l’hai o non ce l’hai: è quella parte del cervello che ti fa piacere le serie televisive, le trasmissioni radiofoniche quotidiane, i weblog, topolino. tutte le forme di testo il cui valore non sarebbe lo stesso senza la ripetizione. (anche l’abusata metafora della malattia può essere adatta: il piacere della serialità come un germe delle modalità cognitive [ma come parlo? questa carenza di lessico scientifico è scandalosa]: si installa, e cerca continuo nutrimento).
comunque sia, colui che notoriamente non ce l’ha (il sensore, oppure è immune al germe o verme) ieri sera tornando a casa e trovandomi davanti al computer – come accade, diciamo, spesso – si è messo a ridere e mi ha detto: «mi pare che sei entrata nella P2!»

per la verità, mica sempre sto lì a leggere/scrivere blog (cosa che tra l’altro, in questo periodo mindboggingly dull, posso fare, ehm, in ufficio).
è vero invece che il computer per me (e ovviamente anche per milioni di altre persone, che però non vivono in casa mia) non è più solo uno strumento per lavorare o per fare alcune ben delimitate altre cose.

un po’ è la rete, sì: il computer c’entra con tutto, in particolare da quando c’è la linea veloce (è interessante mettersi in casa un pezzo di tecnologia in più e stare a vedere che cosa farà di te): banca e altre cose burocratiche. ricerca informazioni. ricerca robe da comprare che altrimenti non si trovano. lettere agli amici. pigrizia: faccio prima ad aprire il portatile che a prendere un’enciclopedia.

un po’ è la possibilità di digitalizzare, be’, tutto. siccome per me la sintesi (ho un ossessivo bisogno di sintesi, una compulsiva tensione alla sintesi), ormai l’ho capito, alla fine è più importante della qualità, la possibilità di tenere vicini parolefotofilmusicaestratticontoebook eccetera è di importanza inestimabile e mi pare foriera di una vita migliore. non so bene perché. ma sono sempre lì ad aggiungere pezzettini.
si tratta anche di una via una fuga dai problemi logistici: in una casa mancherà sempre spazio, oppure bisognerà traslocare. il powerbook, non lo nego, è piccolino e un po’ vecchiotto, ma se gli regalo un masterizzatore e un altro hd, chissà mai dove potrà arrivare.
il giorno che riesco a sostituire la scarpiera con un hard disk, sarà meraviglioso.

ma credetemi, esistono!

si cominciava a disperare, ieri sera, dopo aver passato ore in un mazdapalace semideserto in attesa degli anarchistes (anche stavolta, la sincronia vita mia-concerti estivi è finita in un buco nero – ma delle quattro cinque band per sentire le quali la festa di liberazione estorceva cinque euro, neppure il nome rimanga, anche se forse sarebbe giusto additare al pubblico ludibrio le loro nefandezze).
ieri sera, pubblico poco. ma les anarchistes sono arrivati. e hanno suonato.

un’oretta più un paio di stornelli popolari con la chitarra senza spinotto, perché ormai si era fatta l’una e mezza e ci stavano cacciando via. si è sentito qualche pezzo del disco che uscirà dopo l’estate, e qualche cavallo di battaglia. l’inno a oberdan che mi aveva fulminato all’inizio del concerto dell’anno scorso (assai diverso: una torrida serata piena di gente al teatro della cooperativa) è arrivato alla fine, in un arrangiamento tirato da uno shuffle ballerino. les anarchistes sono da vedere ogni volta che capitano a tiro, che gente che suona così non ne gira mica tanta. (e bisogna andare numerosi, perché di pubblicità loro non se ne fanno, e portare la macchina fotografica, perché ieri non c’era nessuno che gli faceva le foto e in rete ci sono sempre le solite tre, dove non si vede né nicola toscano chino a maltrattare con amore le sue chitarre né mirco sabatini scalzo alla batteria.)
di attenzione e d’anarchia (un bel covo di splinderiani della notte, quelli col template nero) è il blog del cantante marco rovelli, che tiene anche il blog della banda. essa ha un sito, purtroppo flash e poco aggiornato (colpa del tastierista, pare).

ndr: l’uso di parole come «stornelli» e «shuffle» in questo post potrebbe non avere alcuna attinenza con il significato dei termini stessi.