vampiros en la habana!

giunse venerdì a milano, purtroppo in una brutta videoproiezione, il bellissimo cartone animato vampiresco del cubano juan padrón (già animatore della mafalda di quino). non ho avuto voglia di fermarmi a vedere mas vampiros en la habana e l’incontro col regista, ma forse ho fatto male.

la fotografia

sembra spuntare sempre più spesso tra i materiali e detriti del lavorio subacqueo da cui ogni tanto vien fuori questo weblog. (e la cosa non stupisce affatto.) in questi giorni ho letto molto volentieri un post di heavy little objects sulla polaroid sx-70, che ho immediatamente desiderato (mi frena un po’ la questione della reperibilità della pellicola in italia) e mi ha portato via (o regalato, non so) un po’ di tempo il sito della national library of scotland pencils of light, dedicato al primo club di fotografico del mondo, l’edinburgh calotype club, che utilizzava la pionieristica tecnica fotografica diwilliam henry fox talbot. pare che la calotipia non si sia imposta, nel confronto con il dagherrotipo, perché talbot volle proteggere con brevetto la propria invenzione. in realtà questo procedimento dava anche immagini meno definite, a fronte del vantaggio di permettere più copie (riproduzione a contatto) dell’immagine originale.

testo a testo (II)

ovvero, risorse a confronto sulla disponibilità in rete di testi digitalizzati (o di facsimile di opere a stampa).
qui avevo preso qualche disordinato appunto sulle iniziative non istituzionali, mentre oggi, mentre mi beavo delle riproduzioni di stampa popolare ottocentesca della biblioteca nazionale di scozia, mi sono detta: basta esterofilia, che il sentierino dell’informazione ci conduca alle biblioteche italiane!
prendo pertanto nota di due fatti:
1. sul sito dell’iccu (istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche italiane e per le informazioni bibliografiche, ben – o tristemente, access-wise – noto a chi si sia trovato a fare ricerche bibliografiche in rete) c’è un censimento delle attività di digitalizzazione in atto nelle biblioteche italiche. (bene! mi son detta – prima di essere presa dallo sconforto, perché seguendo i link si arriva su dei siti che più brutti non si può, e ben raramente si trova qualcosa consultabile online.)
2. l’attività di ricerca sulle modalità di esecuzione di questi progetti è già a dei livelli di bizantinismo tali da scoraggiare qualsiasi lettura dilettantesca sul tema.
e pensare che a volte mi vien voglia di cambiare lavoro e di buttarmi sul ramo biblioteche… non so com’è, però, mi passa molto in fretta.

ahi, la luccicanza

ieri ho fatto un saltino sulla sedia vedendo che acoolsha apre un post su shining citando instant karma di john lennon.
infatti quel pezzo lo trovo tuttora inquietante proprio perché mi capitò di ascoltarlo (stava sulla compilation apparsa poco dopo la mai troppo rimpianta dipartita di jl) appena prima di uscire, andare al cinema e vedere shining.
Il film mi fece così paura che da allora il ritornello citato, we all shine on, ahimè, ha perso tutto quel che poteva avere di solare. e da allora, se penso alla canzone penso un po’ al film, e spesso anche viceversa.

mi era già tornato in mente tempo fa, leggendo un post di webgol in cui antonio sofi da piccolo accosta indissolubilmente venditti all’isola del dottor moreau (il libro). saranno cortocircuiti che si creano in età impressionabili, per lo più, ma sono ben diversi dal banale effetto «colonna sonora», nonostante il meccanismo sia quello della contemporaneità (o giustapposizione, nel mio caso) di musica e… qualcos’altro. c’è anche un effetto di senso, che qui è spiegabile dalla presenza di una parola comune, ma in altri casi è più misterioso.
(il banale effetto cs è invece l’abbinamento musica-ricordo che si costituisce quando la musica si abbina per mera compresenza a un momento della vita: che so, magari a me vita spericolata ricorda la gita della terza media, ma non si tratta di un fatto molto interessante, una volta esaurita la rievocazione. in proposito mi viene in mente hornby quando dice che per lui l’effetto colonna sonora funziona poco, perché poche canzoni per lui sono legate a un momento storico: quelle che gli piacevano ha continuato a sentirle sempre, e dunque hanno con la sua vita una relazione ben più intensa.)

adesso me lo dite? bastardi.

concerto a sorpresa dei cure a milano stasera: non mi servivano né il treno né l’auto né la bici per andarci. bastavano i piedi, al limite un tram.
ci siamo passati, volendo potevo chiedere se c’erano biglietti, o sentirmelo da fuori, ma per i miei nervi è stato un colpo troppo duro.
dopo gli schermi e le videocamere di imola, la mediazione continua: me lo sto guardando in tv. spero che tra la mia vita e i concerti estivi si manifesti per il seguito maggior sincronia, sennò sono fritta.

ps anzi, non potevo chiedere se c’erano biglietti: solo inviti per fan della coca-cola e di mtv. bisogna rassegnarsi: sono orribilmente fuori target.

alle 23.45, fine dello psicodramma: era un set di mezz’ora. posso tranquillamente completarlo con il video di orange senza ulteriori patemi…

sfuggire alla contrapposizione (culturale) tra natura e cultura

l’altro giorno mi ha colpito un post di babsi jones, che esprime un concetto a me ben noto: una volta, anch’io della natura me ne sbattevo, proprio, e invocavo come mie solo le giungle d’asfalto. adesso, quando vedo un fiore poco ci manca che il trucco (tanto caro a chi ama l’artificio come arte di costruirsi un mondo) mi si sciolga indecorosamente. un’interpretazione possibile, oltre a un rammollimento forse fisiologico e progressivo, al quale però una mente vigile dovrebbe pur riuscire a opporre resistenza, è questa: davanti a un’umanità che tanto spesso dà il suo peggio, datemi la natura, ecco. spiacevole finché si vuole – non ci sono solo i fiori – ma almeno so con chi ho a che fare (poi ci penso io a stare a distanza di sicurezza, grazie). e anche i gatti, anche i gatti non mi sembra che mi piacciano per il loro essere «i meno animali delle bestie quadrupedi» (per quanto la loro adattabilità a vivere con noi chiusi in appartamento abbia dell’inquietante) ma proprio perché bestie sono; anche dietro al più domestico la bestia sempre c’è, e l’indifferenza inconsapevole che le è propria è così vera da farmi venire un groppo in gola.

per la cronaca

il mio viaggio di sabato verso imola si è svolto con tre mezzi di trasporto: treno, auto e bicicletta.

al matrimonio della mattina avevo un vestito verde bandiera a grossi bolli bianchi, con una giacchina che per caso è dello stesso verde e sandali bianchi. il mio moroso ha detto che ciò sarebbe stato più adatto a un matrimonio nell’ohio degli anni 50, a patto di avere un grande cappello. mio padre ha detto che sembravo miss lega lombarda.

anche questo esperimento di ubiquità è fallito. ho mollato il matrimonio ben prima del taglio della torta, ma questo non mi ha impedito (coda in autostrada) di arrivare al festival troppo tardi per vedere i pixies :-(((( per i quali dovrò continuare a vivere dei ricordi del secolo scorso. la disperazione mi ha impedito di gustare il solare concerto di ben harper, ma mi ha sicuramente predisposto nel migliore dei modi al concerto dei cure.

a un certo punto mi sono convinta della legge dell’impenetrabilità dei corpi, e mi sono rassegnata a restare un po’ indietro sulla destra, più avanti del mixer, ma lontano dal palco. il luogo si è rivelato infestato di fan dediti a cori da stadio assolutamente incongrui per un concerto dei cure (perlomeno nel secolo scorso, dev’essere cambiato qualcosa) e altri fan dediti a un’assidua fotodocumentazione dell’evento. poiché la mia statura mi permette di vedere pochino, anche se rispolvero le nozioni di danza classica necessarie a rimanere a lungo in punta di piedi, è stato il primo concerto che ho guardato prevalentemente attraverso gli schermi ai lati del palco (ovviamente px conosceva gli operatori – l’ho sollecitato a procurarsi a sua volta lavori simili) e attraverso i viewfinder delle videocamerine dei vicini. poiché queste facevano dei totali mentre le riprese ufficiali erano per lo più primi piani, la cosa ha funzionato in una sua maniera un po’ spettrale piuttosto adatta alla circostanza. robert smith canta arricciando il naso in una maniera molto carina. continua a fregarsene della linea, sul palco lavora convinto e si diverte (veramente toste le canzoni nuove – il disco esce venerdì).

robert smith è un grande: va detto, credo, perché a forza di parlare dei cure sempre e soltanto in relazione a un sottogenere si rischia di scordarsene. venticinque anni di carriera di un rigore invidiabile. un suono inconfondibile, ricco, evoluto. qualità media delle canzoni: alta. concerti ottimi: lunghi, compatti, belle varianti negli arrangiamenti. costui dice pure cose intelligenti nelle interviste, non so se mi spiego. però, si dice, «eh, i cure… saran bravi, ma devono piacere»…
a me piacciono. e sentire quella voce è come tornare a casa.

ps a proposito dei megaconcerti, tuttavia, mi allineo al mood del toccante post di polaroid.

stirpe rossa

il capostipite, e un effetto di moltiplicazione.
in realtà i rossi (anche femmine) sono almeno sei. a volte li si può vedere arrampicarsi – o scendere alla tarzan – su un rampicante che porta al terrazzo del piano di sopra. dovrei riuscire a fotografarli per far capire che scena paradossale è.