costretta a evolvermi

diigo si è mangiato furl. il cui nome mi piaceva di più, ma ho accettato questo fatto. pare che anche questo servizio sia intenzionato a conservare una cache delle pagine (per ora non lo fa – mi serve per ricette e articoli che non voglio smarrire né stampare).
già che c’ero ho importato lì anche i link di delicious, compresa quella che chiamo la lista dei glossari, ossia link su linguaggi settoriali vari, possibilmente bilingui ita/eng oppure multilingui, per adesso in allegro disordine privo di tag.

les chats de balthus (torna a casa, mitsou)

trovando questo libro a prezzo abbastanza conveniente su ebay, non ho più pensato alla faccenda del pacco internazionale: il pacco internazionale, a differenza del pacco celere italico, in caso di assenza del destinatario non viene lasciato dall'ignava sda presso l'ufficio postale di zona, bensì riportato nella sperduta landa di cinisello, nel magazzino presso la tangenziale e la superstrada. l'anno scorso mi ci accompagnò pi a ritirare una certa borsetta francese di colore rosa, vabbé. questa volta ho espiato la dimenticanza affrontando il viaggio tanto temuto con i mezzi: soluzione radicalchic, ovvero la nuova metrotranvia dietro casa (che i manifesti leghisti di cinisello proclamano inutile, reclamando il ripristino dei vecchi autobus) + camminatina di un quarto d'ora. arrivare dalla superstrada sarà più comodo ma non si vede villa ghirlanda, la biblioteca di cinisello dove ha sede un nuovo museo di fotografia, circondata da grazioso parco. comunque, a parte il superamento dei miei tabù riguardanti l'hinterland, il senso dell'escursione si è rivelato essere il seguente: mentre aspettavo l'apertura dell'ufficio dell'ignava sda, altri due passi nel fresco mattino di primavera mi hanno portato sulla soglia della storica arti grafiche amilcare pizzi.  e quando sono venuta in possesso del mio libro, cos'ho scoperto?  che flammarion l'aveva stampato da amilcare pizzi.  anche i gatti a volte tornano a casa.

essere attempati al cinema

è di solito cosa più accettabile che nel controverso ambiente musicale con i suoi miti giovanilistici.
e clint eastwood continua a veleggiare ispirato verso gli ottanta: dopo il meno azzeccato changeling ecco gran torino, imperdibile cattiva commovente summa di tutti i suoi personaggi, dal western a dirty harry e oltre.

la mostra di magritte

Magritte l’ho vista domenica scorsa con v. che non può non ricordare la canzone di john cale magritte, e john cale a sua volta mi aveva in effetti ricordato dopo anni how often we saw magritte: c’era già dappertutto questa serie di cartoline (io avevo le due ai lati della foto, quella in mezzo l’ho presa alla mostra dalla stessa serie, nel frattempo dotata di codice a barre), di cui colpivano le immagini più a sorpresa, magari anche un po’ escheriane, e poi c’era l’incanto dell’impero delle luci, iperriprodotto e visto quasi sicuramente a venezia alla collezione guggenheim (ce ne sono anche altre versioni – in mostra qui a milano ce n’era una orizzontale, o sono impazzita io?) durante un viaggio d’istruzione mio e di c. (dormivamo dalle monache) l’anno dopo la maturità.*
e dopo esserne rimasta incantata per un po’ mi ero resa conto che di magritte quella è una delle immagini meno surreali: in una giornata molto limpida e luminosa, in certi paesaggi, è possibilissimo al tramonto avere il buio alla porta di casa e la luce in alto, ma anche dopo che te ne sei reso conto, tutte le volte che vedi quel fenomeno pensi a magritte, che ti segue pinned to the edges of vision.  di magritte non ti scordi, anche se la sua nitidezza da rebus (le  figure in apparenza stereotipate in ambientazione metafisica) magari non ti piace, anche se la sua metadiscorsività magari ti stufa (comunque il librino di foucault sulla pipa e altro – questo non è una pipa, se studio editoriale 1988 – è molto interessante**).
però la rilevanza delle sue immagini non mi sembra quella del surrealismo da manifesto delle frasi d’autore riprodotte nel (bruttino) allestimento della mostra, tese a illustrare appunto il titolo il mistero della natura: la pittura che svela quello che di inquietante c’è nella realtà. no, per me sono importanti l’onirica realtà di quelle casette dalle finestre illuminate, il peso di quei macigni, gli oggetti fuori posto, la ricombinazione degli elementi quotidiani nella logica altra del sogno, così difficile da catturare, e qui per una volta intrappolata con tutti i suoi colori.

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* allora per l’appunto vedemmo anche la mostra futurismo e futurismi a palazzo grassi, per cui questa volta passo, grazie.

** non sto a entrare nel dettaglio ma vi riporto la chiusa, che giunge dopo un discorso sulle immagini che nell’arte contemporanea non possono/vogliono più essere le cose che appparentemente rappresentano: «verrà un giorno in cui l’immagine stessa, con il nome che porta, sarà disidentificata dalla similitudine indefinitamente trasferita lungo una serie. campbell, campbell, campbell».