griffin dunne? ecco che me lo trovo a fare il cattivo in un episodio di law and order c.i., tanti anni dopo aver incarnato gli incubi – da me fedelmente coltivati – di fuori orario e un lupo mannaro americano a londra. devo dire che non è cambiato molto (solo, a tratti, manifesta una leggera somiglianza con il deprecabile andy garcia). la serie mi pare buona; aspetto con impazienza le stagioni con annabella sciorra.
visioni
sul binario
battuto da pioggia e vento, in attesa di un treno che non arriva e non dà segno di sé (niente campanella, passaggio a livello aperto), mi chiedevo dove fosse il ferroviere. a vederlo arrivare dal parcheggio della stazione sotto la pensilina male illuminata, una scatola di cartone sopra la spalla e un ombrello leopardato nell’altra mano, sembra un’entrata in scena da teatro dell’assurdo. la stazione, perso con la chiusura della biglietteria il fascino ordinato dei particolari in legno e ferro primo novecento, è un deserto devastato di macchine che non funzionano, graffiti e arredi sopravvissuti a stento al vandalismo, tocco finale un inutile e orrendo sottopassaggio tra gli unici due binari. lui è rimasto da solo, è rimasto perché abita con la famiglia al piano superiore del fabbricato. deve controllare che il personale addetto ai servizi di manutenzione e pulizia faccia il suo lavoro, e basta. la notte sente i rumori dei teppisti che passano a scassinare il distributore di biglietti, oppure la mattina trova i rifiuti di chi si è fermato a dormire lì. lo si può vedere che dà una passata di candeggina al pavimento, perché gli addetti non puliscono abbastanza e lui ha paura che la bambina si prenda «un virus». quasi tutte le domeniche c’è qualche disservizio che dà adito a infinite lamentele del ferroviere, se gli si dà corda, contro la privatizzazione prodiana che ha moltiplicato la selva degli appalti moltiplicando le occasioni di corruzione e disfunzioni. ora tutti i treni passano sul secondo binario, quello lontano dall’edificio, perché a deviare sul primo perdevano tempo, e trenitalia, che paga alle ferrovie il pedaggio «sul ferro», avrebbe avuto il diritto di chiedere i danni per il ritardo. così almeno dice il ferroviere della stazione abbandonata, col suo accento del centro-sud che suona sempre stranamente caloroso, lì tra la montagna incombente e il lago. (e non ci vuol molto a capire che è un po’ un nostalgico di «quando i treni arrivavano in orario».)
ieri ho fatto
– una cosa furba, andare a vedere un eduardo di santagata al crt. ce ne sarà un altro a marzo, e perché negarselo. questo voci di dentro era cosa di fantasmi domestici, fantasmi in cucina per così dire, non solo quelli dei sogni dei protagonisti ma quelli evocati da pochi piccoli oggetti scenici di grande concretezza, come le teglie per i maccheroni (quelle di alluminio), un pentolino per il latte, le vecchie cucine a gas (i cui sportelli del forno formano per lo spettatore di oggi una parete di piccoli schermi), due sfolgoranti spicchi di luminarie da festa patronale.
– una cosa estremamente poco furba, di cui dirò una volta chiarito l'esito ancora incerto. (per ora definiamolo un bucato molto distratto.)
la mano (de profundis rock)
riporta lo spettatore del teatro delle albe alla gloriosa alcina – ermanna montanari e le sue multiple personalità/voci protagoniste di una scena allucinata dove ogni altra presenza è fantasma. bene. un po’ meno bene, questa volta, l’intervento sonoro del maestro ceccarelli: pardon, ma il rock, dov’è?* ho avuto questa reazione un po’ contenutistica (certo di scarso interesse drammaturgico), un po’ fanzinara, da finta specialista, ma insomma, per spiegarmi perché lo spettacolo non mi abbia del tutto compreso (a teatro faccio così, di comprendere io m’importa poco, il viceversa è necessario): la musica non è bella. non è «spiritualmente» rock, e nemmeno rock sperimentale come vorrebbe. forse è rock abbastanza per scandalizzare l’anziano spettatore del teatro grassi che ha pensato bene di inveire ad alta voce nella prima parte dello spettacolo (prima di andar via), ma certo non per me. dico, vogliamo essere devastanti, come minimo – dico minimo – ci voleva thurston moore (ma dai, ci accontentavamo anche delle officine schwarz). non quella cosa tendente al metal, che contribuisce assai a rendere monocorde uno spettacolo molto intenso ma senza climax (forse per reazione, per me la parte più bella rimane quella meno esasperata, il primo monologo e lei che gira gira su se stessa, emergendo dal buio, immaginando… le clarisse col mascara).
* nello spettacolo è usato assai meglio un altro oggetto pop: la testa di topolino.
percezione del piombo

cominciare a vedere un film che si chiama piombo rovente. (chiedersi perché, visto che in originale è sweet smell of success.) dover guardare sul mereghetti per riesumare la nozione che alexander mackendrick è il regista della signora omicidi. (avendo però perfettamente presente che è un regista inglese e dunque cosa ci fa in america?)
arrivare alla fine del film chiedendosi, in effetti, quand’è che cominciano a sparare. rendersi conto solo dopo la fine che il piombo del titolo, dal 1957 con furore, era senz’altro quello della tipografia dei giornali su cui scrivono i velenosi protagonisti della storia. sfido chiunque…
(musica e luci di ny grandiosi, vicenda amarissima, quasi insopportabile.)
rivisto klute
(una squillo per l’ispettore klute): poster.
la fotografia è di gordon willis, cioè, mi hanno spiegato, il geniale cinematographer dei woody allen più belli (e protagonista involontario di questo racconto).
non faccio quasi nulla
ho visto: me and you and everyone we know
e mi è venuto in mente che da piccola disegnavo piantine di case. (basta, tutto qua, non credo ci siano reperti.)
non è mai troppo tardi
non avevo mai visto mezzogiorno e mezzo di fuoco. alla mia età.
viggo e i suoi fratelli (+ more 80s music)
(att., spoiler)
a history of violence: una storia (clinica, si potrebbe dire), un passato di violenza, ma anche «una storia della violenza», quasi una teoria della violenza: un film stilizzato – già il piano sequenza iniziale sembra fatto per intrecciare inestricabilmente la violenza alla quotidianità – con una sceneggiatura che sembra una dimostrazione geometrica, perché la violenza le è necessaria. se tom non fosse stato joey, non potrebbe compiere il suo atto di eroismo. se tom non tornasse a essere joey, ancora e ancora, i suoi figli rimarrebbero orfani. la violenza esiste, non può non esistere, può essere accettata, può essere addirittura perdonata, ma non c’è mai un pareggio, la violenza crea un continuo squilibrio tra ragione e torto, tra moralità e immoralità, e il residuo c’è sempre, la colpa.
penso che il film di cronenberg mi abbia fatto particolarmente impressione perché solo domenica scorsa avevamo visto il primo di una montagna di dvd in prestito, lupo solitario (the indian runner, 1991) di sean penn, ispirato a highway patrolman di springsteen, film nel quale il personaggio di viggo mortensen, sempre lui, torna dal vietnam – come già in riflessi sulla pelle? o era la seconda guerra mondiale, o la corea… – e dice al fratello poliziotto: non capirò mai perché se lo fai tu sei un eroe, se lo faccio io mi sbattono in galera. (quella di frankie non è la violenza eletta a sistema dalla malavita, ma la reazione di chi non si adatta, di chi non può davvero mandar giù che il mondo sia com’è.) nothing feels better than blood on blood – ma le occasioni di smentire il ritornello proprio non mancano, nella stessa canzone, figuriamoci nella vita (r.: è grave che mi sia immedesimata in tutt’e due i fratelli? p.: è strano che tu ti sia immedesimata nei fratelli…).
volendo, confrontare il finale dolente ma caldo del film di sean penn con quello devastante di cronenberg. siamo sempre dalla parte del fratello «buono» – solo che qui il fratello buono ha appena fatto saltare le cervella a quello cattivo.



