dopo un po’ di ricerche

sulle fonti del famoso in my end is my beginning di eliot, ho lietamente trovato una pratica sintesi sull’argomento in un weblog (scendere al 9 febbraio, il permalink non funziona).
mi risulta invece infondato che, come ho visto su una raccolta di citazioni online, il motto sia anche in una favola di la fontaine (III, 5).

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sky tg24

non si può guardare: ma non è venuto in mente a nessuno che usare l’espressione «lo 007 italiano» stasera era un tantino improprio?
(ma per la verità lo fanno tutti. sarò io, che trovo grottesca la suggestione di un immortale sean connery in smoking.)

abbecedari

ho finito di leggere l’ultima finestragiraffa di péter zilahy (trad. di bruno ventavoli, alet, padova 2004): l’avevo adocchiato mesi fa non solo perché fresca di viaggio in ungheria, ma anche perché attratta da certi libri a cui per comodità si potrebbe far subire l’etichetta di nonfiction letteraria – non saggi, non romanzi, magari illustrati come gli amati anelli di saturno di sebald, possibilmente con un rigore interno forte come underground di murakami o i libri di john berger – insomma, quelli lì. (è un periodo, invece, che faccio molta fatica a leggere romanzi, ma forse, dopo aver passato anni e anni a non fare altro, va anche bene così.)

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what’s in a name?

da queste parti ogni tanto si parla delle proprietà dei nomi: continuo con una nota ispirata da un post di palmasco (scritto in appendice a una riflessione a più voci su quello che si dice nei weblog e come lo si dice) a proposito dei nickname e della possibilità che celino soltanto una pusillanime volontà d’anonimato.
ci pensavo un po’ di tempo fa, leggendo su nazione indiana due vecchi interventi di carla benedetti (1 e 2, giugno 03) sulla valenza «politica» del nickname nei weblog, tema contiguo a quello che ora torna qui: a parte il fatto che nei blog italiani il fenomeno salta all’occhio perché i nick sono spesso strani (mentre nel web angloamericano si usa più di frequente un/il nome proprio, anche se si omette il cognome), non credo che questa scelta indichi automaticamente uno scarso senso di responsabilità verso quello che si scrive, né un insensato adeguarsi a un costume. a me sembra normale che il weblog rappresenti per i più un eteronimo, e normale invece che si firmi con nome e cognome chi nei weblog esercita un’attività omogenea alla sua vita quotidiana (o tiene un sito informativo in cui fa parte dell’informazione dire da che persona fisica viene). per questo non ha in effetti molto senso che marsilioblack si firmi marsilioblack (questo era uno degli esempi di CB), mentre ha senso che chi vuole sperimentare la forma di comunicazione e di elaborazione di contenuti del blog senza essere influenzato dalla sua «prima» identità lo faccia con un nickname. è chiaro, no? il soggetto implicito è diverso, che il nome sia diverso è solo una conseguenza – anche se stimolata, al suo nascere, da un istinto di difesa da occhi indiscreti (quelli di chi ci conosce).

labyrinth e maze

dublinopartendo da un sito sul labirinto medioevale, ho fatto un po’ di navigazione sull’argomento sempre attraente* dei labirinti, e mi è parso di capire che le due parole inglesi per indicarli abbiano polarizzato nell’uso significati diversi: labyrinth nei testi in rete è prevalentemente il labirinto bidimensionale, tracciato a terra o come motivo ornamentale, maze invece il labirinto tridimensionale, per lo più quello di siepi, da giardino.

navigando bisogna fare lo slalom tra siti per appassionati di giochi, siti per appassionati di mistero, siti che vendono e noleggiano labirinti.

tra i risultati di una ricerca in italiano prevalgono nettamente i noiosi usi metaforici della parola labirinto.

* specie se, gira gira, vi ritrovate sempre a disegnare oziosamente spirali, e se magari avete ogni tanto paura di perdere l’equilibrio. dico «se».

update 2006: the labyrinth society

non si smentisce il costume francese

di produrre neologismi pur di non rassegnarsi ad accogliere termini stranieri: c’è chi il weblog lo chiama joueb, inteso come contrazione di journal e web (in realtà journal potrebbe essere anche una parola inglese; qui sono più l’ordine delle parole e la pronuncia a fare affermazioni d’identità).

journal in verità non è male perché in francese si può interpretare sia come «giornale di bordo» sia come «diario» (journal intime); a me però piace più log – neutro, ma con quel pizzico di follia che mi permetterebbe di chiamarmi, se torno a nascere (in rete), log lady.
tra l’altro è proprio la stessa parola di «ceppo», dice il webster, non, come si potrebbe pensare, un’abbreviazione di catalog.

PS ho fatto una ricerca, per scrupolo – log lady come nickname l’ho trovato solo in un blog lynchofilo italiano purtroppo chiuso (redrum).