ephemera

ramadicollectibles (as posters, broadsides, and tickets) not intended to have lasting value (merriam-webster online). sul webster che ho io a casa (vecchio, è il third) questo significato non c’era. quindi non è molto che gli americani hanno assegnato a questa parola il compito di indicare l’eterogeneo oggetto di collezionismo per il quale anch’io ho uno spiccato interesse (senza arrivare al collezionismo). comodo: c’è una cosa e non c’è una parola? facciamola o adattiamone una. che poi è greca, non è un grande sforzo: potevamo farlo noi, invece degli americani.§
siti (alcuni dal moom, segnalati anche da milton, altri da scribbling woman, una miniera di link):
the ephemera society of america.
il meraviglioso ephemera now (illustrazioni pubblicitarie, anni 50-60).
the imaginary world (idem, ma tutto per bambini).
la collezione della library of congress, con cui si va indietro nel tempo.

§ sono quasi sicura: non ho un oxford aggiornato, ma il cambridge advanced learner’s dictionary, online, si limita a «the type of objects which, when they were produced, were not intended to last a long time or were specially produced for one occasion».

documenquête

non mi pare un neologismo felicissimo (documinchiesta?). invece il film di henri-françois imbert che ho trovato definito così, ovvero no pasaran, album souvenir, mi è piaciuto molto (qui apro un credito, perché ne ho visto solo la prima metà). è un documentario in cui la molla per ricostruire un episodio storico piuttosto misconosciuto (i campi di concentramento in cui i francesi chiusero i rifugiati provenienti dalla catalogna alla fine della guerra di spagna) è un episodio privato, un ricordo infantile del cineasta: sei cartoline dell’epoca, che immortalavano l’arrivo dei profughi, trovate in un vecchio album di famiglia. da lì parte un’inchiesta paziente, che dura anni, per trovare altre immagini della stessa serie e identificare precisamente i luoghi dei fatti, scrutando tutto quello che può dire uno scatto in bianco e nero del 1939. (trovato all’infinity festival, che si presenta male per quel titolo new age dietro cui si cela il concetto da oratorio di «cinema e ricerca dello spirito», e invece vale la visita, perché fa tanti bei film che opportunamente si coniugano alle attrattive enogastronomiche di alba. al contrario del pretestuoso tema del festival, che al massimo si coniuga con gli artificiosi fumi alla cioccolata provenienti dallo sponsor ferrero.) un nuovo sito francese di interviste di cinema: kinok.

biblioterapia

è una parola che ho trovato per la prima volta nel libro di cui parlavo ieri. marc-alain ouaknin ci ha scritto un altro libro (bibliothérapie: lire c’est guérir, seuil 1994), per mostrare «in quale modo la lettura e l’interpretazione aiutino a sciogliere i nodi del linguaggio e anche quelli dell’anima» e «l’esistenza di una forza del libro i cui effetti sono preventivi e curativi; un lavoro di apertura che consiste nel riaprire le parole ai loro significati molteplici e evidenti, consentendo di sfuggire alle chiusure e alla stanchezza per inventarsi, vivere e rinascere a ogni istante». un po’ enfatico, ma affascinante. la parola «biblioterapia», in realtà, è diffusissima in america per indicare una cosa un po’ più banale, ovvero un metodo didattico e di aiuto alla persona (o autoaiuto) che utilizza la lettura di libri adatti. online ho trovato un’altra segnalazione: un bell’articolo di biblioteche oggi parla a lungo del libro di jorge larrosa la experiencia de la lectura (laertes 1998) che descrive una biblioterapia «separata dalla tradizione censoria, ordinatoria, comminatoria di matrice scolastica» (il contrario del metodo americano); è invece «una somministrazione omeopatica e involontaria» «che lavora molto al di sotto della soglia di visibilità e di consapevolezza»; «la lettura disfa di notte quello che la memoria ha costruito di giorno, e compie un lavoro terapeutico che in molti casi è vicino a quello del sogno e del sonno». insomma, il valore psicologico, formativo e trasformativo della lettura va molto al di là del contenuto del libro.

refusi memorabili

sono anni che mi riprometto di scriverli. devono essere veri (provenienti da un testo realmente pubblicato o esposto o consegnato così) e avvistati da me o da testimoni diretti di comprovata fiducia. comincio oggi che me ne hanno riferito uno delizioso: giardini prensili. e già che ci sono ne registro altri due:
– un cartello reclamizzante la vendita dei giubbini con catari frangenti
– ottanta ciccioni morti in piazza duomo (la mia teste dice che apparve su repubblica).

stepford

sul new york times ira levin commenta il successo del titolo del suo romanzo the stepford wives (la fabbrica delle mogli, garzanti 1977) per indicare personaggi di una perfezione meccanica e stereotipata: ormai stepford è entrato nel vocabolario come aggettivo, non solo per mogli ma anche per mariti o altre cose. levin coglie anche l’occasione per auspicare che il prossimo remake del film sia più… aderente – nei costumi delle signore – al libro.

questo blog: inventario vs archivio

come metodo per registrare tracce mentali, conservare memorie (di ciò che si trova momento per momento, ma anche con l’elasticità della mente che «inventa»), nell’impossibilità di una registrazione esaustiva, come invece si può fare con dei dati elettronici.
riflessione nata vedendo che a golem si è parlato di: «se si potesse fare un backup del cervello…». un commento particolarmente succoso cita lurija, le amnesie alla memento e il pensiero di buñuel (famoso perché citato da oliver sacks in l’uomo che scambiò la moglie per un cappello, a quanto ho potuto ricostruire; cercherò la fonte) che dice: Hay que haber empezado a perder la memoria, aunque sea sólo a retazos, para darse cuenta de que esta memoria es lo que constituye toda nuestra vida. Una vida sin memoria no sería vida, como una inteligencia sin posibilidad de expresarse no sería inteligencia.
Nuestra memoria es nuestra coherencia, nuestra razón, nuestra acción, nuestro sentimiento. Sin ella, no somos nada… (Viene por fin la amnesia retrógrada, que puede borrar toda mi vida, como le sucedió a mi madre…)

si può non essere d’accordo?

mi è nato un io narrante

dalla sera alla mattina. nel senso che a scrivere il blog è proprio un’altra persona. si dimostra per l’ennesima volta vero che è il linguaggio a parlare noi e non viceversa, come sa benissimo chi parla una lingua straniera (finisci per dire e pensare cose un po’ diverse a seconda di che lingua usi). e qui mi fermo perché suppongo ci sia (e se non c’è dovrebbe esserci) una regola che proibisce di parlare di semiotica in un blog.

my junk is like a friend

collezione o accumulazione? stuff o junk? bell’articolo del new york times. è di franz lidz che ha scritto un libro sui fratelli collyer, famosi a new york per essere morti, negli anni 40, imprigionati dalla «roba» accumulata in casa negli anni. nell’articolo parla anche di suo zio arthur: è lui che dice «la mia roba è come un amico». come disturbo, l’hoarding (qualcuno sa se c’è una parola italiana?) è collegato al poco spazio delle case di città all’enormità di carta che pervade la nostra vita. ma come subentra l’incapacità di buttare via? secondo lo zio arthur «forse mi è mancato qualcosa nell’infanzia, qualcosa di grosso. il fatto è che la roba trovata non la paghi. è gratis».