… e arrivo di itunes music store italia

ieri sera ho aggiornato il programma e curiosato un po’, ma senza fare danni, nonostante l’estrema facilità con cui questo può accadere.

e accadrà, perché – comunque si voglia commentare il prezzo: rapportandolo a quello americano, dividendolo in chi-prende-cosa ecc. – 99eurocent per una canzone che mi piace e di cui non desidero l’album, oppure 9,99 euro per un album che non mi suscita esigenze feticistiche, sono una valida sfida all’esoso prezzo dei cd.

ma è successo che, davanti ai miei goffi tentativi di comunicare una certa emozione per l’evento, l’homo analogicus mi dice: e la qualità? saranno mp3.

e io sdegnata: macché mp3, sono aac!

e lui tranquillo: ma sono comunque peggio del cd.

ora, visto il basso livello di questa conversazione, oggi ho cercato di leggere qualcosa di preciso sulla qualità del suddetto standard aac, ma invano. si va da dichiarazioni pubblicitarie a disquisizioni superstiziose a forum dispersivi. io mi sento di presupporre che il mio orecchio, abituato ad ascoltare, sì, e a volte persino esigente ma non certo audiofilo, non si possa risentire tanto se gli propino gli aac di itunes, che si dice siano fatti non dai cd ma dai master (sarà vero?). però mi viene un po’ di paranoia per la possibilità che un appiattimento sonoro si possa generalizzare in maniera così strisciante (un conto è se mi faccio una brutta copia di un disco di cui conosco e apprezzo l’originale – infatti il mio uso dell’ipod è in parti uguali un ascolto e un riconoscimento della musica che ci metto -, un altro è togliermi da sola la possibilità di conoscerlo e apprezzarlo).

chi sa, parli: se mi tranquillizzo sulla qualità ne risentirà il portamonete; se invece prevale la disillusione, avrò almeno il vantaggio del risparmio.

mi sento veramente un po’ male

Nomore

ho appena letto sul sito della bbc (link) che è morto john peel. ma non era eterno, john peel? no, non è giusto.

per chiunque ami la musica e per chiunque ami la radio è una perdita enorme. il mito delle peel sessions per me si era rinverdito da quando la connessione di casa permetteva di sentire lui, the man himself, in diretta, sempre avanti anni luce rispetto alle nostre orecchie – ma non c’era mai tempo, non l’ho ascoltato abbastanza. e ora, che connessione ci vorrà?

sconcerti digitali

1. ieri sera ho messo nel computer il cd di songs for drella. all’altezza di a dream si è piantato e ha fatto piantare il pc (2 volte, perché ovviamente ho riprovato). dunque non ho potuto importare le ultime 3 canzoni. adesso, non è che posso andare in giro senza forever changed. dunque cerco di scaricarla – su limewire ce n’è una copia. che non si riesce a scaricare neanche a morire.

2. non vorrei far rivoltare derrida nella tomba, ma il download di dischi con questo sistema rappresenta l’affermarsi del decostruzionismo nell’approccio al concetto di album. già la funzione random dei lettori cd, a me, mai piaciuta; ma qui è tutto in disordine, una cosa spa-ven-to-sa.

3. ho trovato per la prima volta in un anno un disco che gracenote ha fatto fatica a riconoscere (sarah 611cd).

ancora di pile e scaffali e, ovviamente, di polvere *

Dustvorrei fare mia la categoria del discopolvere individuata da emmebi: visto che sono fresca di riordino dei cd, proclamo subito discopolvere il recente night and day II di joe jackson (delusione proporzionale all’amore per night and day, ovviamente), oltre a cose più vecchie come il terrificante – e premonitore nel titolo – dust di peter murphy, thanksgiving di boo hewerdine (ex bible), southpaw grammar di morrissey (che mi ha impedito di ascoltare tutti i suoi seguenti compreso l’ultimo. ho paura). insomma, tendo a peccare per fiducia nel vecchio talento, più che per attrazione verso il nuovo: sono stata più brava a decidere acquisti come gli ark (il primo) e i franz ferdinand, mi piacciono (ma ho 3 dischi degli ash, e anche ai tempi so di aver ascoltato solo 1977). ce ne saranno certo altri di questi esemplari, annidati negli scaffalini ikeaguinea, ma è meglio se la polvere arriva al punto di renderli invisibili. vorrei proprio darli via, diciamolo. però rimane sempre un dubbio, come per i vestiti che non metti mai. e se un giorno lo ascolto con più attenzione e scopro che è bello? e se è colpa mia che non ero nello stato d’animo di apprezzarlo o non l’ho ascoltato abbastanza per arrivarci? l’insicurezza è in agguato, ma dubito che riuscirà mai a riscattare questi album dalla loro aura inutile. discopolvere sei e discopolvere ritornerai. (* tutte le volte che si parla di polvere, tenere presente che chi scrive è allergica agli acari.)

la ragazza di nome johnny:

non c’è nessuno come lei. nessuno con la sua libertà di sfidare gli stereotipi – di genere, soprattutto, ora anche della vecchiaia (e io sono sempre alla ricerca di modelli per invecchiare).

c’è stato glad day proiettato dietro il palco, e il nuovo classico my blakean year.

la storia di quando rimbaud rischiò di morire a milano: svenne per la fame in piazza del duomo, ma una vedova lo portò a casa sua e gli diede da mangiare. (domani è il 150° della nascita.)

l’attaccamento a certe icone, in barba al rischio di banalità: sullo schermo marlon brando, jim morrison, la mano di papa luciani per wave.

il divertimento di fare una cover di george michael – proponendosi come father figure assai più credibile.

il bis perfetto: because the night, trampin’, gloria.
che suggerisce perché lei sia una leggenda: per lo stile – che si riassume tutto nell’uso della voce – più che per la musica. e infatti il suo pezzo più famoso (e il suo primo successo) è una cover, il secondo pezzo più famoso è suo per metà. così bello che non si può consumare mai. lo saprà, che a noi fa pensare all’atalante di jean vigo?

e la musica? è il calore di un rock classico che funziona alla perfezione (per chi come me tende a non apprezzare tanto le chitarre soliste, lenny kaye è una cura), ma innervato e inquinato da quella voce che senza tante cerimonie attacca con pissing in a river e così in un attimo torna al suo posto, sotto la pelle di chi ascolta. proprio un bel concerto.

[a quanto mi ricordo ci sono state anche redondo beach, free money (forse anche break it up?), beneath the southern cross, gandhi, people have the power, alcune piccole prediche, perdonabili, grazie al suo bellissimo sorriso.]

scoperta del giorno

ho una copia del cd dei body lovers con l’autografo di michael gira.
devo dire che le persone che mi facevano questo regali poi hanno smesso, forse rendendosi conto che non apprezzavo adeguatamente (un classico caso di perle ai porci, si potrebbe definire, non fosse per la copertina). nel 98 in effetti non ero nelle condizioni di ascoltare musica simile. adesso si può fare, e non è una cattiva notizia.

ripasso del giorno

il riordino di ieri sera mi ha lasciato con una pila di cd da valutare a scopo eliminazione (voglio dire, passati gli anni 90, possedere 3 cd degli ash pare non avere più alcun senso), e uno di cui avevo smarrito ogni memoria ma non è affatto male, nonostante la faccia da scemo del cantante, passato una volta di troppo sotto le mani del parrucchiere: trattasi del primo album dei mancuniani marion (1995). non solo questo me lo tengo ma ospiterei volentieri in casa il loro secondo (ed ultimo), come del resto i 2 dischi degli auteurs che non ho (là però c’era un autore, luke haines, che ha un altro spessore).

tentazioni di collezionismo

è assurdo, lo so, ma al momento l’unico disco che vorrei veramente avere in vinile e non ho è l’album delle strawberry switchblade (the mid-80s scottish pop group with the best ever vegetable matter/cutting implement name for a band, at least until the advent of daisy chainsaw).
solo che non ho tanta voglia di pagare 25 pound su internet o di setacciare novegro per trovarlo, essendo dentro di me certa dell’esistenza di gente che desidera disfarsene.
gente che desidera disfarsene, venite a me.