keith haring

«rappresenta la dimensione affettuosa dei nostri anni ottanta ma anche il suo volto demoniaco: il paradiso e l’inferno, un mondo che esclude l’esistenza dell’intermedio, del purgatorio dei tiepidi. ogni disegno del ragazzo di reading irradia serenità, avvince con il suo gioco dei contorni e dei riempimenti: riempie contornando e contorna riempiendo. la sua è una gestalt allegra, che satura lo spazio, che scaccia l’horror vacui che rode dall’interno la sua anima bella e quella dei suoi seguaci, una angoscia che l’artista-bambino racconta perfettamente nei suoi diari (oscar mondadori), uno di quei libri che da soli rendono il tempo di un’intera epoca, che abbiamo messo, forse troppo velocemente, alle nostre spalle. … il segno di haring appartiene alla pittura, eppure non è solo pittura. la sua natura è mista, meravigliosamente archetipica. allude ad altri segni e codici, a forme e graffiti di differenti età; eppure nessun segno del nostro passato, salvo forse quello del suo maestro andy warhol, è così ripetitivo e insieme così variato. appartiene all’antropologia più che alla pittura. anzi, alla religione e al mondo magico.»

(marco belpoliti, alias n. 40, 15 ottobre 2005)

teenage fanclub

al rainbow, venerdì 21: strano pubblico (mai visti tanti adulti imitare un chitarrista. i fan storici sono più uomini, c’è chi proclama che i tf sono il suo gruppo preferito insieme ai charlatans – non è una frase insensata?). and melancholy delivered by such a warm, steady beat. bel concerto, p. e l. non convinti, dicono che l’uso dei cori è stucchevole e fa rock cattolico (a questo punto ho cercato di tener nascosto il titolo dell’album d’esordio dei tf, ma senza successo, ahimè). a noi ragazze è piaciuto molto.

i saw the rain dirty valley, you saw brigadoon

04brigadoon su sky in questo periodo fanno spesso il film: coloratissimo, in versione originale – con un accentone che dà il tocco finale di stage scottish –, sonoro ottimo, tutto ciò che non era sui piccoli schermi di tanti anni fa. (in questo momento gene kelly sta dicendo a fiona che non può lasciarla.)
in rete ho cercato quel che mi ero sempre chiesta, ovvero l’origine del musical: un racconto dell’ottocento tedesco (qui in trad. inglese), senza lieto fine. nessuna antica tradizione scozzese, dunque (ma forse un riferimento a un ponte vero).
v. anche: altri usi del nome.

canada’s most disturbing export

secondo il guardian è cronenberg, il quale (letto su internazionale) dirigerà un film tratto da london fields di martin amis. che a sua volta, se non è britain’s most disturbing export,* ci va abbastanza vicino. non conosco altro di amis, ma stavo leggendo o avevo appena letto london fields quando feci un (primo e unico) colloquio di lavoro in inglese. fu un po’ incauto citarlo tra le letture recenti – mi beccai subito un consiglio a imparare l’inglese su jane austen, invece… (non che fosse un cattivo consiglio, ma nel contesto risultava piuttosto snob).
comunque non credo che oserei rileggere london fields. forse la sovrapposizione fra inquietudine del romanzo e inquietudine generata dalla difficoltà di lettura mi è stata nociva.

* altri candidati al titolo? Greenaway?