forse avrei preso l’album di clap your hands say yeah, illustrato da dasha shishkin.
Autore: alba
grazie
a tuscia per avermi mandato alcune vanesie iniziali tratte da una raccolta della pepin press.
scaffali: nabokov
nonostante l’immersione ipnotica nel tunnel nero di fanny & alexander, dove le voci di ada e van si rincorrono tra sciarade, odor di fiori e immagini da cinema muto, prevedo che per leggere il libro mi ci vorrà ancora un po’.
ada or ardor, penguin 1971 (ristampa s.d.)
i bastardi, trad. di bruno oddera, bur 1978
la défense loujine, trad. di g. e r. cannac, gallimard 1964 (1974)
lolita, penguin 1980 (1989)
re, regina, fante, trad. di ettore capriolo, franco maria ricci (la biblioteca blu) 1974
editors
(milano, rainbow, 10/11)
hanno proprio un brutto nome, tanto che li avrei sicuramente trascurati, se l’esperto non avesse manifestato un’incrollabile determinazione ad andare al concerto. allora ho ascoltato un paio di canzoni – ma non sono un po’ interpol, ho detto – sono molto meglio, ha risposto (e ti pare che non aveva ragione). siamo andati a vedere; il chitarrista aveva una maglia a righe orizzontali e il cantante – un magrolino – una camicina alla ian curtis (nera con le mezze maniche). sono giovanissimi. è bello vedere un gruppo al primo disco, è semplice: il successo del set non si affida a complicate operazioni di catalogo (quale faranno, questa l’hanno arrangiata diversa, quell‘altra non la suonano più) ma veramente alla musica. e c’è un sacco di energia, qui (it keeps me awake, but i don’t mind). quando le hanno suonate tutte, comprese un paio di b-side, il concerto è finito. l’ultima canzone è quella che piace di più a me, fingers in the factories.
scaffali: animali
• michail bulgakov, cuore di cane, mondadori 1994
• j.m. coetzee, la vita degli animali, adelphi 2000
• julio cortázar, bestiario, einaudi 1965
• philip k. dick, do androids dream of electric sheep?, gollancz 2004
• david garnett, la signora trasformata in volpe, il melangolo 1995
• stephen king, pet sematary, pocket books 2001
• rosa luxemburg, Un po' di compassione, adelphi 2007
• anna maria ortese, l’iguana, adelphi 1993
• toti scialoja, quando la talpa vuol ballare il tango, mondadori 1997
• fabio tombari, il libro degli animali, mondadori 1973
cose
fingertips,
in mezzo al marasma di possibilità di ascolti in rete, nella cronica mancanza di tempo appare sempre come un’ancora di salvezza (quando mi ricordo almeno di eseguire i tre clic necessari, cioè). questa settimana, un tema essenziale:
What’s the difference between a boring, doleful singer/songwriter and compelling, doleful singer/songwriter? Aurally, not a whole helluva lot, sometimes. And yet it’s this difference–which hits me clearly in the gut even as it’s tricky to articulate–that allows me to like Elliott Smith and yet all too often really not like people who sound like Elliott Smith. (continua)
(io per esempio, altamente vulnerabile ai cantautori luttuosi, non capisco cosa ci trovi la gente in damien rice.)
andy white,
in streaming dall’auditorium di radio popolare, sta cantando vision of you, vigliaccamente rinverdendo, così, quel non breve innamoramento che la sua bella voce irlandese mi causò in the early e mid-nineties. ora conclude il set con reality row.
mi pare che abbia sempre il nasone e non porti più i capelli lunghi; suona di nuovo a milano lunedì 7, credo ancora nel piccolissimo pub dove lo vedemmo l’ultima volta almeno 5 anni fa.
a fianco, 1997 art delle cartoline che arrivavano attraverso una mailing list vera, con tanto di timbro postale di dun laoghaire.
ppp: qualche immagine
il tempio dei guanti
a milano, per quanto ne so, è sacchi in corso magenta: un negozio piccolo con una vetrina piccola (sopra la porta c’è scritto solo, in corsivo: guanti), dove all’epoca dell’università compravamo gli indispensabili guanti di jersey nero. dentro è ancora uguale – non c’è niente esposto, solo file e file di cassetti di legno – ma invece dell’anziana coppia di quindici anni fa c’è una signora, la figlia, pronta a farti provare tutti i guanti del mondo, dai più semplici ai più lussuosi, e molti li ha inventati e commissionati lei, che li ama con passione. come una volta, si appoggia il gomito al cuscino cilindrico, di velluto, e la signora ti infila il guanto destro. a volte si prova più di un paio della stessa misura, per trovare quello che sta meglio, poiché possono essere leggermente diversi. a differenza dell’ultima volta che ci ero entrata qualche anno fa, ci sono ancora i guanti di stoffa, di tanti colori, da farne provvista finché c’è il 6 e 1/2 e in previsione dei primi freddi (anche perché, ferale notizia, la fabbrica che li faceva di recente ha chiuso; pare che trovare buoni fornitori di guanti di questi tempi sia assai difficile). e poi si va via con la consapevolezza che, in caso di necessità di guanti di camoscio lunghi fino al gomito, basterebbe rompere il salvadanaio, andare da sacchi e chiedere…