quali sono tue cinque strane abitudini?

(catena passata da cadavrexquis.)
be’, a quanto si legge in giro, non sono l’unica ad avere difficoltà a riconoscere la stranezza delle proprie abitudini. le mie sono particolarmente irrilevanti… compensiamo con la quantità.
– la più strana, direbbe chiunque mi conosca, è di tenere un blog e consultare spessissimo internet, guarda un po’.
– poi, provo sempre a far troppe cose insieme (come: scrivere questo post, guardare la dolce ala della giovinezza in tv, scaricare musica, fare un tè, limarmi le unghie).
– sfoglio (e di solito anche leggo) giornali e riviste a partire dal fondo, mi viene così.
– porto le lenti a contatto solo nel fine settimana, in vacanza o la sera; al lavoro metto gli occhiali.
– devo sempre avere con me un pacchetto di fazzoletti di carta, per un naso non solo allergico agli acari ma che ha l’abitudine di sternutire così, a capocchia.
– d’inverno non faccio che produrre tisane e zuppe di verdura.
–  per pura ansia, compro tanti libri che poi non leggo.

visto che in molti hanno già compilato il modulo, raccolga il testimone chi gradisce… e siate più strani!

libri arrivati a natale

Libridinatale

nella pigna c’è una costa che non si vede: un mese in campagna di james lloyd carr (pubblicato ora anche in tascabile da fazi, tr. di silvia castoldi). appena lette le prime pagine ovviamente mi sono ricordata perché il titolo era così familiare: per via del film di pat o’connor con colin firth, un classico del cinema britannico anni 80. torno a leggere, poi una sobria pizza al trancio per evadere da certe besciamelle che mi son toccate per la befana, arrivederci.

viggo e i suoi fratelli (+ more 80s music)

(att., spoiler)
a history of violence
: una storia (clinica, si potrebbe dire), un passato di violenza, ma anche «una storia della violenza», quasi una teoria della violenza: un film stilizzato – già il piano sequenza iniziale sembra fatto per intrecciare inestricabilmente la violenza alla quotidianità –  con una sceneggiatura che sembra una dimostrazione geometrica, perché la violenza le è necessaria. se tom non fosse stato joey, non potrebbe compiere il suo atto di eroismo. se tom non tornasse a essere joey, ancora e ancora, i suoi figli rimarrebbero orfani. la violenza esiste, non può non esistere, può essere accettata, può essere addirittura perdonata, ma non c’è mai un pareggio, la violenza crea un continuo squilibrio tra ragione e torto, tra moralità e immoralità, e il residuo c’è sempre, la colpa.
penso che il film di cronenberg mi abbia fatto particolarmente impressione perché solo domenica scorsa avevamo visto il primo di una montagna di dvd in prestito, lupo solitario (the indian runner, 1991) di sean penn, ispirato a highway patrolman di springsteen, film nel quale il personaggio di viggo mortensen, sempre lui, torna dal vietnam – come già in riflessi sulla pelle? o era la seconda guerra mondiale, o la corea… – e dice al fratello poliziotto: non capirò mai perché se lo fai tu sei un eroe, se lo faccio io mi sbattono in galera. (quella di frankie non è la violenza eletta a sistema dalla malavita, ma la reazione di chi non si adatta, di chi non può davvero mandar giù che il mondo sia com’è.) nothing feels better than blood on blood – ma le occasioni di smentire il ritornello proprio non mancano, nella stessa canzone, figuriamoci nella vita (r.: è grave che mi sia immedesimata in tutt’e due i fratelli? p.: è strano che tu ti sia immedesimata nei fratelli…).
volendo, confrontare il finale dolente ma caldo del film di sean penn con quello devastante di cronenberg. siamo sempre dalla parte del fratello «buono» – solo che qui il fratello buono ha appena fatto saltare le cervella a quello cattivo.


ristampe degli anni 80 o quasi

arrivate in regalo…

the scream di siouxsie and the banshees: dal libretto sembra di capire che non solo la scelta della copertina (foto di paul wakefield), ma forse anche del titolo il dell’album abbia a che fare con il film del 68 the swimmer (un uomo a nudo con burt lancaster, di cui conservo una vhs registrata da odeon), a sua volta ispirato al racconto di john cheever (testo).

cocteau twins, la raccolta di singoli lullabies to violaine, per pomeriggi di vacanza ipnotici e vagamente amniotici. 

ancora guanti

Guantigallo è assolutamente necessario un altro post frivolo prima di tornare  al lavoro, domani. nonostante tutti i guanti nuovi di quest’inverno (a sinistra, guanti a righe lunghi di gallo: esosi, ma tengono veramente caldo), ho le mani rovinatissime a furia di pulire verdura per le zuppe invernali e la sproporzionata quantità di salsa verde prodotta ieri pomeriggio.

sotto, due immagini degli assurdi guanti di pelle verde da cui non si separa mai la regale jeanne moreau nello sceneggiato sui templari tratto da  les rois maudits di maurice druon, pieno di tutte quelle amabili nefandezze di storia francese (confesso che sono riuscito a guardarne due puntate quasi solo per i guanti verdi.)

Guantiverdi2

pinochi

quando cerco di mettere in comunicazione il piccolo antro dei libri vecchi con la rete, non sempre il risultato è soddisfacente. per esempio sull’illustratore enrico pinochi ho trovato soltanto qualche scarna notizia e un paio di vignette disneyane (mentre sono parecchi i volumi illustrati da lui se si cerca su maremagnum).
queste tavole a due colori vengono dai volumi mondadori della storia di allegretto e serenella di v. brocchi già citata.

Pinochi1   
Pinochi2   Pinochi3

nel salotto dei franz ferdinand,

vestiti come i beatles in un’arena rossa un po’ televisiva, dalle luci raffinate, le cose lampanti sono: che kapranos non ha assolutamente la voce dei dischi (neanche l’accento scozzese, delusione), e che l’accelerazione applicata alle canzoni per ottenere un concerto tirato non fa loro molto bene – se ne avvantaggiano solo i superballabili take me out, michael, this fire suonata in chiusura (certo non la mia preferita dark of the matinee, usata come sottofondo per la scenetta di presentazione della band). dopo un concerto divertente, né più né meno, da rivalutare i meriti della produzione negli album dei ff, e la casuale benedizione per cui la musica, diceva wilde, «ci crea un passato che ignoravamo, e infonde un senso di dolore finora ignoto alle nostre lacrime». indipendentemente dalle intenzioni dei musicisti forse, e per fortuna.