(una squillo per l’ispettore klute): poster.
la fotografia è di gordon willis, cioè, mi hanno spiegato, il geniale cinematographer dei woody allen più belli (e protagonista involontario di questo racconto).
Autore: alba
vedendo la neve
mi ricordo il giorno dopo, quando i. mi ha accompagnato in montagna per vedere se fosse andata lì. c’era la neve e il posto dell’estate era diverso, mai visto prima. per non rischiare di slittare con la macchina abbiamo fatto a piedi l’ultimo pezzo, dalla scorciatoia, con scarpe non adatte, l’aria che pungeva. la casa era sola, ad arrivare così sembrava di disturbare. non mi aspettavo di trovarla. non aveva le chiavi. (tracce non ce n’erano. ho pensato alla lepre morta che una volta mio papà ha trovato sotto il terrazzo, d’inverno.)
con tutte le cose di cui preoccuparsi al mondo
devo dire che continua a tornarmi in mente la balena che volle andare a morire a battersea. come biasimarla, peraltro.
non faccio quasi nulla
la versione definitiva della zuppa di carote
è con cardamomo, zenzero fresco e succo d’arancia aggiunto alla fine, post frullatore. (un po’ di soffritto di cipolla all’inizio.)
ma quando piove?
ho visto: me and you and everyone we know
e mi è venuto in mente che da piccola disegnavo piantine di case. (basta, tutto qua, non credo ci siano reperti.)
la prima manifestazione dell’anno
be’, a una pigra come me, lo sdegno civile fa bene: si cammina. e di gente a camminare, oggi a milano in difesa della legge 194, ce n’era TANTISSIMA, con in più il soddisfacente bonus sisters are doin’ it for themselves che insomma, non è mica tanto da dare per scontato.
(adesso però mi accingo passare una domenica asociale, come più mi si confà.)
non è mai troppo tardi
non avevo mai visto mezzogiorno e mezzo di fuoco. alla mia età.
il primo live dell’anno
già che si è qui a struggersi lavorando come asinelli nella metropoli lombarda, perché negarsi una serata a prima vista un po’ senile ed elettorale, in realtà più che altro gradevolmente milanese – enzo jannacci non l’avevo mai visto dal vivo; martedì sera accompagnava dario fo nella sua tragicomica dichiarazione di amore-odio verso la città di cui vuole diventare sindaco, e mi è sembrato così bravo e commovente – con la sua ottima band – che alla fine ero contenta di aver trovato posto solo seduta per terra sotto il palco.
quanto alla candidatura del giovane ottantenne, che mi ha sempre lasciato assai perplessa, forse l’altra sera ci ho intravisto un senso: una specie di forza della disperazione, la possibilità di «votare un pazzo», come dice lui, in contrasto con le misurate proposte dei concorrenti candidati, che non faticano ad apparire inadeguate se davvero ci si immedesima un po’ con gli enormi problemi di questa città. (sì, sto prendendo troppo seriamente le primarie.)




