1969

è l’anno di nascita di badly drawn boy, visto ieri sera affrontare la sua data italiana per il tour filospringsteeniano di born in the uk con una tale emotività che la gente invece di seccarsi è stata comprensiva.  si è proclamato pissed off perché la chitarra era fucked up, ha interrotto il concerto per andare a fumare e calmarsi, ha detto che eravamo un pubblico splendido, si è dimenticato thunder road prima del ritornello e l’ha piantata lì, se l’è presa perché uno dal suddetto pubblico gli ha gridato get a grip, ha detto che eravamo un pubblico splendido, ci ha raccontato che era distratto perché col tour si perde il compleanno della figlioletta…
per me è il berretto, è impossibile stare sotto i riflettori con un berretto di lana, sfido chiunque a non innervosirsi.
comunque in coda a the shining ha fatto un breve medley con the first picture of you dei lotus eaters, il che per me è valso la serata (astenersi facili commenti malevoli).  quasi quasi gli compravo la tea towel – mai visto un tale articolo come gadget da concerto. (certo è la band meno glamour mai vista nella storia, e se ne sono viste.)

1969, però, è anche il bellissimo disco di julie driscoll ristampato quest’anno, trovato e sentito oggi.

ah, la scuola

direi che è per il post di ieri di superqueen, alle prese con alti e bassi della vita dell’insegnante, che mi è venuto da ripescare l’unica riflessione rimasta sulla mia lontana esperienza di supplente (viene dal retro di una fotocopia dell’orario delle lezioni stampato con una stampante ad aghi, a voi la datazione).
non molto edificante, forse, ma allora mi parve d’aver capito qualcosa.

non lo sanno, ma il loro disinteresse può essere crudele.   d’altro canto è importante che mantengano un punto dentro gli occhi dove io non posso arrivare, la capacità di di-vertirli o anche di chiuderli, magari proprio in classe.   a un sedicenne sentire se stesso è sufficiente, come convincerlo che qualcosa di più importante gli si può (se poi si può) inviare dal di fuori.   dalla cattedra, da dove bisogna stare attenti alle ragazze del primo banco (diligenti e linguacciute) ma soprattutto alla fila in fondo, proprio di fronte a me: da là, dove sono i lunghi ricci capelli chiari di a. e s., arriva simpatia epidermica ed occasionalmente strafottenza intellettuale, il senso dell’umorismo più attraente ma anche l’indipendenza distratta che è l’altra faccia della loro spensieratezza.   s. specialmente sorride, e non sa che questo mi autorizza a pensarlo diverso da come è.  ma si accorgono, comunque si accorgono, che nel maggior sapere del professore potrebbe esserci qualcosa di prepotente, che non deve avere niente a che fare con loro.  per istinto, non si fideranno.   così devono essere,  non lo devono sapere, che per me è più importante che per loro.  devono anche essere liberi di rovinare tutto, di mostrare che non gliene importa niente proprio quando sono arrivata a pensare che sono intelligenti.   più di tutto bisogna che difendano (anche se non lo sanno) il diritto a buttare via l’ora che io voglio rendere utile, a litigare con me per spendere ciò che io voglio risparmiare: allegri e prodighi di tempo, perché gli piace che passi, sanno che c’è di meglio, poi.  per fortuna non si accorgono che io non lo so più.

andres serrano al pac di milano

Serrano
dati salienti: 

i titoli di serrano sembrano canzoni rock. black mary in realtà non c’era, ma non ho trovato una buona riproduzione intera di black supper. parecchie immagini della mostra qui.

c’è gente che porta i bambini (quanto siano piccoli non mi pare rilevante) a vedere la mostra di serrano con le immagini inedite di morgue. mah.

(visto domenica scorsa, molto adatto dopo la fin troppo confortevole mattina passata a sentire steve swallow alla rassegna del manzoni.  lì, ecco un fenomeno milanese: se il concerto comincia a prolungarsi dopo mezzogiorno, molta gente si alza e se ne va.)

paolo ventura

Venturagiovedì: prima gita (serale) al nuovo centro per la fotografia di milano, forma, per la mostra di paolo ventura (forse meglio vedere le immagini, con le didascalie, sul sito della galleria hasted hunt, dove c’è anche un articolo interessante).

forse la cosa più peculiare di questi inquietanti quadri del tempo di guerra ricostruiti con le bambole è l’apparentare le memorie belliche ai ricordi d’infanzia: il fotografo appartiene alla generazione di chi l’ha guerra l’ha sentita raccontare, da piccolo, dai genitori o dai nonni. questa neve fatta di farina è quella di tanti libri, film, aneddoti che anch’io ho in mente (ma non diminuisce la drammaticità di ciò a cui si allude).

forma è un posto civile, raccolto, sobrio in una piazza con dei bellissimi platani.  ha una terrazza da cui si può guardare dentro il deposito dei tram di via custodi, e sull’angolo opposto della via c’è un bar con il bersò.  fino a domani ospita anche la mostra di martin parr vista l’anno scorso.

lettura parallela, casualmente appropriata: suite française di irène némirovsky.

finalmente fa abbastanza freddo

per un post sul capo d’abbigliamento più collezionabile in mancanza di spazio: i guanti. rivedendo sciarada mi sono accorta che audrey hepburn porta sempre guanti di pelle: beige….

Charade1_3

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neri, che perlomeno riscattano il bon ton, diciamolo, quasi insopportabile di queste mises givenchy (tocco spiritoso: il cappellino leopardato; tocco d’epoca che ormai fa un po’ senso: la borsetta di coccodrillo).

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bianchi, con il completino da sera nero e quello da educanda blu.

Charade5_2

Charade6

colpo di fortuna: ieri ne ho trovati un paio quasi uguali (un po’ più
ghiaccio che bianchi, d’epoca ma nuovi), della lunghezza giusta per
andar bene con la giacchetta dalle maniche a tre quarti della prozia.

chi li volesse ancora più lunghi può iscriversi al concorso di lily of the valley.