1960
(ha quel particolare odore di carta «americana» che hanno le banconote e l’enciclopedia dei quindici.)

(da leggere: gatti meno idillici)
in una settimana sono andata 3 volte al cinema, c’era il new york film festival.
a vedere, nell’ordine (retroverso nel tempo, crescente di follia):
– la versione restaurata di ashes of time di wong kar wai: si scopre che la proiezione è presso l’erede dello ziegfield theatre (storia), con i suoi velluti rossi, e vi presenzia il regista con christopher doyle e brigitte lin. tiè.
– sulle canzoni sconce giapponesi di oshima, copia 35mm nuova al walter reade theater, lincoln center. olé.
– la versione restaurata di lola montés di ophüls c’era anche al nyff, ma l’abbiamo vista poi al film forum (fanno una tenitura di 20 giorni). abbagliante, supera le scarpe rosse per sfarzo e grottesco.
c’è un articolo sul restauro sull’american cinematographer di settembre, ma non è online.
dalla prematura scomparsa del bellissimo gatto ulisse.
dovrò rassegnarmi a fotografare lo sgorbietto grigio e bianco che ci siamo tirati in casa oggi…
invece che commentare là (anche perché ci sono arrivata un po’ tardi) le impressioni di ilaria katerinov sul libro il mestiere di riflettere, e relativa polemica.
questo perché toccano un punto dolente per me che bazzico il settore (redazione sempre, traduzione quando ho tempo): se anni fa ero tutta contenta di leggere le interviste di ilide carmignani sul sito di alice (ora wuz), adesso… p. mi segnala l’uscita delle interviste in volume, e io: «bah, sì, però le ho già lette»; vedo uscire quest’altro libro, e mi dico: «ossignùr ci risiamo». reazioni tiepide dovute al fatto – lo covo da un po’ e ora mi va di tirarlo fuori – che questi discorsi sul mestiere della traduzione spesso li trovo permeati di retorica stucchevole.
non dico tutti, non dico sempre, ma l’atmosfera che percepisco, anche navigando un po’ sull’internet italiano che se ne occupa, è quella.
a urbino sono andata il primo anno, e lì pure non si scherzava. i seminari di mrs carter saranno diversi, ma l’aria che tira quando ne leggi è sospettosamente (calco dell’inglese?) familiare. per quanto io aneli a occasioni di studio e di confronto (mmm, sarò sincera: più di studio che di confronto, sono un po’ asociale), a leggere le presentazioni di queste iniziative pare di dover entrare in una setta!
e non parliamo delle pur giuste rivendicazioni professionali dei traduttori: sempre più sovente le senti enunciare con un tono che trasuda paranoia (non esattamente la miglior premessa per un buon rapporto di collaborazione con gli editori, senza i quali, ricordiamolo, la traduzione come mestiere non esisterebbe proprio).
non è che mi voglio lagnare: ognuno ha il suo stile, personalmente (per restare alle interviste suddette, io prediligo quello di vincenzo mantovani), e mi auguro che le associazioni professionali esistenti in italia siano in sé più sobrie. però mi sento un po’ a disagio e mi chiedo anche se – come – si possa fare «rete» tra colleghi senza cadere in questa trappola… stilistica.
alla fine è stato l’unico concerto che siamo riusciti a vedere a new york – causa cattive notizie ricevute da casa, non eravamo tanto dell’umore di andare a cercare i clubbini trendy, mentre con il maliconico set di un sessantenne in città per farsi cambiare una protesi ero perfettamente in sintonia (scoperto la mattina stessa da un volantino sulla porta di other music).
è stato un concerto breve ma intenso: lieti di aver contribuito un pochino anche noi alla gamba nuova, caro john martyn, e di averti visto da vicino benché un po’ da dietro una colonna, a causa di quell’assurda abitudine dei luoghi da concerto alla blue note, di mettere sempre la gente a tavola a mangiare e bere. che diamine.
dunque, si è scoperto che la foto di erwitt che mi ha ossessionato prima della partenza (questa) è stata scattata dall’osservatorio del rockefeller center.
solo che negli anni 50 non c’era il grattacielo metlife, che ora nasconde un po’ il prediletto chrysler building.
volendo, si può persino prenotare una copia firmata del nuovo libro di erwitt su new york sul sito dell’international center of photography.