libri in guerra

link dalla vita breve Il manifesto): un articolo di oggi su che fine fanno (e che importanza hanno) i libri nelle guerre. è uscito i libri della shoah. tra distruzione e conservazione (a c. di jonathan rose, ed. sylvestre bonnard) che parla della seconda guerra mondiale, ma anche della biblioteca di sarajevo.
[qui partirebbe una canzone dei csi che torna ciclicamente a ossessionarmi impietosa.]

le design graphique!

uscito nelle découvertes gallimard un volumetto di alain weill abbastanza smilzo ma rutilante d’immagini, come tutta la collana. la copertina è un manifesto americano sulla radio (di lester beall). non so se e come verrà pubblicato in italiano nell’universale electa/gallimard, visto il suo delizioso francocentrismo: il personaggio di cui si parla di più è cassandre (sul quale weill ha pubblicato anche un libro monografico). buon sito per la grafica francese quello del centro di comunicazione visiva di échirolles.

questo blog: inventario vs archivio

come metodo per registrare tracce mentali, conservare memorie (di ciò che si trova momento per momento, ma anche con l’elasticità della mente che «inventa»), nell’impossibilità di una registrazione esaustiva, come invece si può fare con dei dati elettronici.
riflessione nata vedendo che a golem si è parlato di: «se si potesse fare un backup del cervello…». un commento particolarmente succoso cita lurija, le amnesie alla memento e il pensiero di buñuel (famoso perché citato da oliver sacks in l’uomo che scambiò la moglie per un cappello, a quanto ho potuto ricostruire; cercherò la fonte) che dice: Hay que haber empezado a perder la memoria, aunque sea sólo a retazos, para darse cuenta de que esta memoria es lo que constituye toda nuestra vida. Una vida sin memoria no sería vida, como una inteligencia sin posibilidad de expresarse no sería inteligencia.
Nuestra memoria es nuestra coherencia, nuestra razón, nuestra acción, nuestro sentimiento. Sin ella, no somos nada… (Viene por fin la amnesia retrógrada, que puede borrar toda mi vida, como le sucedió a mi madre…)

si può non essere d’accordo?

Ecco, ho dimenticato

di bloggare cantando dietro i paraventi di olmi. non è straordinario come il mestiere delle armi. certo è pieno di cose belle, con le scenografie di legno teatral-navali sospese tra ronconi e il barone di munchausen, qualche momento felliniano per fantasia e/o umorismo. ma ci sono un po’ troppe cornici e virgolette per il racconto, che alla fine non mi dice granché. all’inizio c’è un sacco di nudo di cui non si capisce il motivo (cioè, si capisce, ma lascia il tempo che trova: a esserne turbato è solo il ragazzino brufoloso). comunque, ce ne fossero di settantenni che monopolizzano una baia del montenegro per fare un film su una piratessa cinese… il marito della piratessa è kobayashi makoto: avvistato l’ultima volta qualche anno fa in occasione di un’installazione a casa di un’amica sua, adesso ha sorpreso px e me esponendo in una mostra a venezia durante la biennale e apparendo sul grande schermo.

principi di galles

50 anniversario della morte di dylan thomas ricordato ampiamente dai giornali (era il 9 novembre). nel pensare alle molteplici influenze del «poeta come popstar» – sic alias di sabato – per me l’accostamento immediato è con john cale, che oltre ad aver ripreso il titolo di un racconto di thomas per la canzone a child’s christmas in wales ha composto 4 canzoni sui versi di there was a saviour, on a wedding anniversary, lie still, sleep becalmed, do not go gentle into that good night. le registrazioni delle letture di d.t. non le ho mai sentite (benché in rete ce ne sia qualcuna§, tra i tantissimi siti su di lui), ma anche le suddette liriche interpretate da cale, insomma, non sono male… questo gallese qui ci fa il favore di essere vivo (in fondo che ci voleva a morire al chelsea hotel, ai tempi dei velvet avrebbe potuto farlo anche lui), ha appena pubblicato un album e suona nei paraggi prossimamente, quindi bisognerà riparlarne.

§ qui. chiara l’influenza della voce di dt su come jc canta rage, rage against the dying light (do not go gentle). (22.04.2004)

shakespeare a colazione

a proposito di camden town, il treno per babylon – ho finito di leggerlo – non perde l’occasione per citare questo indimenticato film di bruce robinson (però l’appartamento di withnail non era un seminterrato, c’è un refuso nel titolo e… perché non usare quello italiano?). ne ho rivisto un pezzetto, dell’esilarante amarissima commedia sui due attori squattrinati del 1969. mi piace ancora, per quanto ho potuto intuire in barba allo stato pietoso del nastro vhs.
certo, fissarsi con questo film ha avuto delle conseguenze, negli anni.

facendo mente locale viene fuori che ho comprato la sceneggiatura del film,* il primo romanzo di robinson the memories of thomas penman (non male. ed. it. le singolari memorie di thomas penman, feltrinelli 2000) e seguo tuttora con un interesse sproporzionato alla sua presenza sugli schermi la carriera cinematografica di richard e. grant. pericolosa la scoperta che lavora molto nel campo degli audiolibri: vista e presa la sua versione in cassetta di dracula di bram stoker, un po’ di tempo fa. r.e.g. ha anche scritto un libro autobiografico e un romanzo.
il meno (ehm) famoso paul mcgann, a quanto pare, in seguito ha fatto quasi solo tv.**

su shakespeare a colazione le fonti in rete abbondano, e sapere che si può farsi fare su misura un soprabito come quello di withnail…

* è anche possibile che l’abbia presa in chalk farm road, ossia praticamente a camden. c’era un negozietto di libri di cinema.

**23.06.04: ho scoperto che mcgann ha interpretato anche doctor who (in un tv movie). rimane un mistero perché questo telefilm inglese non sia mai stato trasmesso da nessuna rete italiana, fatta eccezione per la serie interpretata da tom baker. a me piaceva molto.

odio accettabile

sul guardian del 4 novembre george monbiot spiega perché secondo lui il razzismo verso gli zingari è ancora così diffuso e socialmente accettato: una specie di atavica invidia della civiltà stanziale verso quella nomade. lo segnalo non solo perché un articolo di monbiot alla settimana è una lettura veramente salutare, ma perché dei gitani in Inghilterra e del contrasto città-nomadismo leggevo proprio ieri nel libro di roggero (e, guarda un po’, se ne parla anche in vicini e gatti sui tetti di londra).

salomone, babylon e i gatti

sono a metà del libro di alex roggero il treno per babylon, che mi pare proprio bello. Certo, sono un lettore ben disposto: un libro su londra, londra etnica, e soprattutto sulla metropolitana di londra… mi ha ricordato che all’inizio di quest’anno avevo letto il tappeto di re salomone di barbara vine ovvero ruth rendell, un libro freddo quanto babylon è caldo, ma che esprime analoghe fissazioni… metropolitane.
andando indietro, però, direi che il mio primo libro su londra è senza dubbio vicini e gatti sui tetti di londra di margaret dunnett, edizioni città nuova 1971, con illustrazioni di maurice bartlett. l’originale era the people next door, andré deutsch 1965.
La mia curiosità su questa scrittrice inglese di libri per ragazzi è rimasta alquanto inappagata: non ho trovato informazioni (date: 1909-1977, courtesy of the british library), solo alcuni altri titoli.
has anyone seen emmy?, andré deutsch 1968
max-a-million, andré deutsch 1972, ill. di jill gardiner
the gypsy’s grand-daughter, andré deutsch 1970, carousel 1972
the boy who saw emmy, andré deutsch 1973
my mother said, ill. di adrien bailey (sarà suo?)
ladies and gentlemen, andré deutsch 1976, storia di ambiente vittoriano
no pets allowed and other animal stories, ill. di Peter Rush, andré deutsch 1981.
volendo, alcuni si potrebbero comprare usati su alibris per un pugno di dollari.

mystic river

Su internet movie database c’è una discussione molto partecipata sull’interpretazione dei temi morali del film. eastwood inquieta ancora una volta con i suoi personaggi dolenti, ambigui, irrisolti. come ampiezza di respiro il film ricorda un po’ summer of sam di spike lee, ma risulta ancora più tragico perché meno legato al ritratto di un’epoca.

mi è nato un io narrante

dalla sera alla mattina. nel senso che a scrivere il blog è proprio un’altra persona. si dimostra per l’ennesima volta vero che è il linguaggio a parlare noi e non viceversa, come sa benissimo chi parla una lingua straniera (finisci per dire e pensare cose un po’ diverse a seconda di che lingua usi). e qui mi fermo perché suppongo ci sia (e se non c’è dovrebbe esserci) una regola che proibisce di parlare di semiotica in un blog.