Trovatori del XXI secolo

Andy White
Utopia

Tornando in Irlanda
prima dell’atterraggio
vedo una siepe a spirale
segreta in un giardino

invisibile dalla strada
dai vicini di casa
da tutti tranne Dio e i
piloti di passaggio

è precisa
e perfetta
si avvolge aggraziata
invisibile

lontano da occhi
indiscreti
tranne

i miei

(da Written to be Read Quickly, Belfast 2026)

Anche quest’anno l’estate milanese ha favorito (sarà il caldo? sarà che in giugno traduco Lovecraft?) l’apertura di un tunnel spazio-temporal-musicale. Moralmente tenuta a recarmi al concerto di Andy White visto che suonava dietro casa mia – lui ha continuato a venire spesso in Italia, io non andavo a sentirlo da anni innumerevoli – mi sono resa conto di aver molto da recuperare, e forse da fare ammenda per uno snobismo che a volte porta a trascurare certi artisti come se già ti avessero detto tutto.

Sopita la temperatura rovente di un’assurda e deliziosa serata per cinque spettatori di numero (imprevedibile certe volte questa città), il tunnel è diventato una più fresca tana di coniglio dove inseguire un percorso artistico consolidato, in questo millennio, da un’accorta gestione del contatto diretto con il pubblico reso possibile dalla rete: si fa virtù di una necessità imposta dai drastici cambiamenti del mondo discografico, sia per la diffusione della propria musica sia per l’organizzazione dei concerti (altri casi che mi vengono in mente sono quelli di Robyn Hitchcock e di Paul Roland). Nessuna certezza, molta autenticità; una forma di resistenza. Reti amicali di collaboratori – compresi musicisti locali per i tour, così il trovatore non si trova troppo solo; autoproduzione, autodistribuzione, strutture agili anche quando un editore è presente, un’immagine molto coerente e riconoscibile. Una dimensione sotto i radar dei nuovi star system, quindi forse con difficoltà a intercettare un pubblico nuovo? (in certe conviviali serate emiliane, chissà). Ma il pubblico del Novecento che risponde all’appello in qualche modo ritrova, insieme all’artista, qualcosa di se stesso.

In questo caso, auspicabilmente, pure il senso dell’umorismo, merce rara nel mondo dei cantautori ma abbondante nella ventina di album apparsi da quando un giovane malmostoso e romantico ci portava Belfast in casa a fine anni Ottanta.

Per chi c’era e per chi non c’era: anniversario importante del primo album. (L’ultimo è il bel live solo intitolato The Night Is Approaching Though Some Would Say It Was Morning, registrato a Abbey Road.)

Cose notevoli scoperte per strada:
– il primo e principale strumento di Andy White è il basso (anzi, il contrabbasso)
– Ha studiato il russo e ha suonato a Mosca e nell’Europa dell’Est appena dopo la caduta del muro
(è una gioia questo suo podcast)
– Perfino l’algoritmo si è stufato della noiosa etichetta “folk contemporaneo”, riconoscendo rock e alternativa negli ultimi album che sono particolarmente vari e sorprendenti, compreso quello con Tim Finn, fino ad arrivare allo spoken word di Good Luck I Hope you Make It (per me, a dire il vero, rock è sempre stato; ci vorrebbe a questo punto un gran concerto elettrico all’insegna della bass priority, magari con Friday Night come finale).
– AW ha pubblicato un romanzo autobiografico e tre raccolte di poesie. Deformazione professionale – il tunnel è a doppio senso di marcia – ne ho tradotta una topiaria e visionaria (un ringraziamento all’autore).