al pac di milano è curata da jean-jacques lebel e dominique païni, dunque cinefila e tendente all’installazione audiovisiva, dunque un po’ vuota, alla fine (ma molto moderna, molto iconografica), almeno rispetto al mio «trauma da artaud» riportato studiando il teatro e il suo doppio o ritrovandomi per caso al centre pompidou davanti agli autoritratti butterati e parlanti di quel che era stato il muto bellissimo monaco della giovanna d’arco di dreyer, il marat di abel gance.
comunque, che tristezza leggere su questo piccola guida milanese giovanile e supercool che la grandezza di artaud non fu teorica ma «letteraria, biografica». che m’importa se la cultura giovanile pullula di giovani fans delle «avventure schizoidi» di artaud, quando, se c’è ancora qualcosa di vedibile a teatro, lo si deve principalmente ad artaud? qui persino la follia non è accidente biografico ma efficacissima teoria (e, se si può non gradire che i curatori propongano uno scritto di deleuze che occupa in videoproiezione un’intera parete, sul valore politico della pazzia non si può che concordare. il testo dovrebbe essere «schizophrénie et société» in encyclopædia universalis vol.14, 1975, pp.733-735).
non saprei dire se la mostra sia bella – di certo artaud icona del novecento al pac lo si ritrova, a tutto tondo. basta non fermarsi lì.
visioni
the wild blue yonder
viva herzog. se potesse esistere un documentario di fantascienza, sarebbe così (con gli occhi di brad dourif spiritati come in xfiles). c’è l’indispensabile topos delle colonie extraterrestri, roswell revisited, l’uomo che cadde sulla terra… e lo shuttle sts-43, alla fine del film, sembra davvero tanto tempo fa.
lo spirito dell’alveare
visto venerdì scorso. pochi link in rete su víctor erice.
un saggio di senses of cinema.
poche immagini, anche; se qualcuno trovasse una cartolina del momento in cui ana incontra frankenstein, mi ci tufferei dentro.
continua a non venirmi in mente nient’altro di simile sull’infanzia, a parte la morte corre sul fiume (script).
cinema sperimentale, vita meno
nel fine settimana si sono visti (e ancora ci si pensa):
l’intervista di giovanni maderna ad alberto grifi (sul suo sito si possono vedere lacerti di video, cosa più che mai nel suo stile)
matthew barney: cremaster 1 e 2. eventualmente andare al guggenheim per completare l’opera.
scaffali: nabokov
nonostante l’immersione ipnotica nel tunnel nero di fanny & alexander, dove le voci di ada e van si rincorrono tra sciarade, odor di fiori e immagini da cinema muto, prevedo che per leggere il libro mi ci vorrà ancora un po’.
ada or ardor, penguin 1971 (ristampa s.d.)
i bastardi, trad. di bruno oddera, bur 1978
la défense loujine, trad. di g. e r. cannac, gallimard 1964 (1974)
lolita, penguin 1980 (1989)
re, regina, fante, trad. di ettore capriolo, franco maria ricci (la biblioteca blu) 1974
ppp: qualche immagine
keith haring
«rappresenta la dimensione affettuosa dei nostri anni ottanta ma anche il suo volto demoniaco: il paradiso e l’inferno, un mondo che esclude l’esistenza dell’intermedio, del purgatorio dei tiepidi. ogni disegno del ragazzo di reading irradia serenità, avvince con il suo gioco dei contorni e dei riempimenti: riempie contornando e contorna riempiendo. la sua è una gestalt allegra, che satura lo spazio, che scaccia l’horror vacui che rode dall’interno la sua anima bella e quella dei suoi seguaci, una angoscia che l’artista-bambino racconta perfettamente nei suoi diari (oscar mondadori), uno di quei libri che da soli rendono il tempo di un’intera epoca, che abbiamo messo, forse troppo velocemente, alle nostre spalle. … il segno di haring appartiene alla pittura, eppure non è solo pittura. la sua natura è mista, meravigliosamente archetipica. allude ad altri segni e codici, a forme e graffiti di differenti età; eppure nessun segno del nostro passato, salvo forse quello del suo maestro andy warhol, è così ripetitivo e insieme così variato. appartiene all’antropologia più che alla pittura. anzi, alla religione e al mondo magico.»
(marco belpoliti, alias n. 40, 15 ottobre 2005)
i saw the rain dirty valley, you saw brigadoon
su sky in questo periodo fanno spesso il film: coloratissimo, in versione originale – con un accentone che dà il tocco finale di stage scottish –, sonoro ottimo, tutto ciò che non era sui piccoli schermi di tanti anni fa. (in questo momento gene kelly sta dicendo a fiona che non può lasciarla.)
in rete ho cercato quel che mi ero sempre chiesta, ovvero l’origine del musical: un racconto dell’ottocento tedesco (qui in trad. inglese), senza lieto fine. nessuna antica tradizione scozzese, dunque (ma forse un riferimento a un ponte vero).
v. anche: altri usi del nome.
canada’s most disturbing export
secondo il guardian è cronenberg, il quale (letto su internazionale) dirigerà un film tratto da london fields di martin amis. che a sua volta, se non è britain’s most disturbing export,* ci va abbastanza vicino. non conosco altro di amis, ma stavo leggendo o avevo appena letto london fields quando feci un (primo e unico) colloquio di lavoro in inglese. fu un po’ incauto citarlo tra le letture recenti – mi beccai subito un consiglio a imparare l’inglese su jane austen, invece… (non che fosse un cattivo consiglio, ma nel contesto risultava piuttosto snob).
comunque non credo che oserei rileggere london fields. forse la sovrapposizione fra inquietudine del romanzo e inquietudine generata dalla difficoltà di lettura mi è stata nociva.
* altri candidati al titolo? Greenaway?
inventario semplice (ci vuole un minuto)
delle cose piacevoli del mese di settembre:
film – solo fiabe (assumere in grandi quantità dopo un avvenimento luttuoso): il castello errante di howl di miyazaki, brothers grimm di terry gilliam, tim burton’s corpse bride. ancora da completare con la fabbrica di cioccolato, poi non so, temo non ci saranno più film del genere fino a natale 2007.
ancora foto dei gatti di b. il gatto venuto male (bersagliato controvoglia dai miei interventi farmaceutici) sembra guarito dalla rinotracheite.
un’ora di yoga e i raveonettes nello stesso giorno. (premesso che i r. sono un po’ «il mio genere», devo dire che l’ho trovato divertente ma anche inquietante, che ormai si possa fare una sintesi che va da phil spector a jesus & mary chain senza apparente sforzo. superficiale? forse. ma «superficiale» è negativo? comunque, divertente.)