in volver di almodovar, la borsa rossa di vuitton è da leggere come palesemente taroccata, cioè un dettaglio realistico rispetto all’ambientazione sociale, oppure come un particolare meravigliosamente sopra le righe come potrebbe essere nelle corde dell’autore? (in un film invece molto sobrio, senza esagerazioni, a parte l’intreccio e le tette di pc.)
visioni
ma che film fa christian bale?
a casa da sola a guardare the machinist. argh.
la societas raffello sanzio
per me quest'anno è arrivata insieme all'influenza domenica pomeriggio, quando ci siamo immersi nei video sulla tragedia endogonidia (autori), e se n'è andata quando sono risorta dal virus martedì, con il concerto dei cryonic chants e scott gibbons.
non penso però che fosse tutta colpa del raffreddore e dell'ottundimento da calore pomeridiano – probabilmente neanche del formato minidv che si sgranava sullo schermo – se i video mi hanno deluso: pareva che quel che doveva essere sconvolgente si appiattisse, mettendo in evidenza costumi alla moda e momenti di nudo o allusioni sadomaso, che, ehi, rispetto ai precedenti della societas sono praticamente dettagli fashion. sarà anche che sintetizzare spettacoli così forse non vale la pena (dal vivo non ne ho visto nessuno, e non capivo nulla).
nel concerto, invece, oltre le ovvie reminescenze di tutta l'elettronica-industrial-ecc. che normalmente non entra negli auditorium paludati, ancora la severità e il ritmo del voyage au bout de la nuit – non la grandiosità industriale come la guerra di quelle macchine, ma quel bianco e nero, il mondo sonoro insieme meccanico e organico, confine attivato in questo caso da 4 signore vestite come delle sorelle brontë in lutto (e qui sì soccombo all'irresistibile particolare costumistico).
mi chiedo perché non abbiamo potuto avere il capro vivo sul palco del dal verme. mah.
qui c’è qualcosa che non va
se la serata su beckett di giovedì scorso alla cineteca italiana parte funestata da guai coi microfoni e una copia del documentario di john reilly veramente pessima (si vedeva e si sentiva male, poi a un certo punto l’audio si è sfalsato dal video restando in ritardo per dieci minuti buoni; gli errori nei sottotitoli invece consideriamoli routine). no, così, per lamentarsi un po’. poi io sono uscita perché avevo fame e avrei sofferto troppo a rivedere un’altra volta film.
fittissimo l’intervento di luca scarlini, commovente comunque il documentario che – a chi ha resistito a una parte piena di professori irlandesi che rivendicano l’irlandesità di b. e a un’altra parte lunghissima sulla ricezione americana di b. – regala le interviste con un paio di vecchietti francesi di roussillon che hanno conosciuto b. durante la guerra, e alla fine qualche rara moving image di b. stesso: mentre supervisiona la versione americana di what where e mentre, quasi spiato (da chi?), si addentra in un cortile, visto di spalle, con una strana andatura dinoccolata.
il centenario in italia.
il mio link beckettiano preferito. (potrebbe diventarlo per chiunque senta la necessità di tenere sull’ipod una versione di krapp, per qualsiasi evenienza.)
in v for vendetta
il font della metropolitana di londra diventa il carattere ufficiale della cartellonistica di regime – e questa, alla fine, è forse l’idea visiva più angosciante del film (che non è male ma niente di speciale, per chi magari avrebbe voluto una cosa alla gilliam; come adattamento di alan moore in fondo mi era piaciuto di più from hell. niente di speciale anche la colonna sonora, peccato).
ci sono anche un po’ di riferimenti iconografici agli anni 30-40 (abiti di evey, manifesto del film salt plains, immagini di regime), ma senza una particolare coerenza.
mi pare non si sia tenuto conto della traduzione italiana della magic press; peccato per «prevalga l’inghilterra», a cui si era fatta l’abitudine, migliore invece la versione della filastrocca del 5 novembre.
(un link sulle nursery rhymes inglesi e relative origini, che serve sempre.)
dunque,

il disco di morrissey è bello. il maggiore segno di inquietudine riscontrato in giro ieri mattina era gente che in tram leggeva due diversi giornali gratuiti invece di uno. io invece sono agitata, probabilmente per la certezza che qua non si potrà mai abbandonarsi legittimamente alla pigrizia individualista e anarcoide per cui ci si sentisse eventualmente portati ma invece tocca informarsi, andare a votare ecc., indignarsi, scendere in piazza. non finirà mai.
ieri sera, non dico per festeggiare, ma per distrarci, rivisto in dvd il grande lebowski. (dal quiz, figurarsi, risulta che sono un nichilista.)
cinema cielo
dall'archivio di ateatro, i disegni di manfredini per lo spettacolo.
(visti negli anni passati: miracolo della rosa, al presente.)
i film di sean penn
hanno sempre qualche particolare intrigante, che in tre giorni per la verità si si manifesta sotto forma di: presenza folgorante di john savage all’inizio (che poi sparisce), presenza consolante dell’omone buono david morse (già protagonista di the indian runner), presenza ammiccante di robbie robertson e soprattutto king’s highway di joe henry, canzone che non sentivo da anni, ora oggetto di riascolto ossessivo da una settimana. a me jh piaceva di più prima della svolta jazzata.
questo secondo eduardo di santagata,
quali fantasmi, fatto di tre atti unici, è più farsesco e meno metafisico dell'altro spettacolo, eppure risulta lo stesso inquietante perché usa questa caratteristica per giocare con la messa in scena e le finzioni (e più scarni sono i costumi di scena più grande è la finzione, gioco che arriva sempre pericolosamente vicino alla morte – questo nel primo e nel terzo atto, mentre il secondo ragiona più lievemente sulla vita parallela che ci si costruisce con le invenzioni, con la poesia, con l'illusione di un nuovo amore).
this seventies show
sabato, comprati jeans scampanati e ascoltata ad alto volume la ristampa in cd di marquee moon arrivata in aereo (sì certo, si trova anche sotto casa, ma comunque).
la sera precedente, rivisto per l’ennesima volta carlito’s way e capito per la prima volta che non si limita a citare gli anni settanta, è ambientato negli anni settanta.
