io e wilkie collins abbiamo lottato

in treno, in aereo, ai bordi della piscina, a letto prima di dormire (durata del match: 5 minuti al massimo). così, più o meno, diceva il mese scorso il comodino di nick hornby, la rubrica che internazionale riprende da the believer (in originale si intitola stuff i’ve been reading; contenuto: se fosse su internet sarebbe un blog, da manuale). me lo ricordo – anche se non cito alla lettera, causa scomparsa della copia della rivista – perché mentre hornby lottava, credo, con no name, io lottavo con the moonstone esatttamente nello stesso modo (mai però ai bordi di una piscina, vorrei dirlo). vinceva quasi sempre il vecchio wilkie, per forza: 550 pagine di prosa impeccabilmente vittoriana dove, nel racconto a più mani del mistero, ogni personaggio scrive rigorosamente con la forma e i formalismi imposti dalla classe sociale di appartenenza e dalle numerose idiosincrasie derivanti dal profilo psicologico, rigorosissimo, costruito dall’autore per ognuno. scritto benissimo, ma inesorabilmente pesante a leggersi oggidì. per fortuna verso la fine ci sono la zampata oppiacea del vecchio wilkie e l’esotico personaggio di ezra jennings a dare qualche chance al lettore di avere finalmente la meglio del tomo. da leggersi senz’altro, si dice, in quanto considerato tra i testi fondatori del romanzo poliziesco – è tra i primi romanzi, forse il primo, ad avere tutti gli ingredienti del giallo inglese (e in effetti lascia con l’impressione di aver ingollato un’overdose di libri di agatha christie). per questo the moonstone è tornato di moda e disponibilissimo in italiano: fazi, nord, rizzoli, garzanti.

una busta per l’isola deserta:

imitiamo allurette e confezioniamola subito, una busta con la cognizione del dolore di gadda e il libro dell’inquietudine di pessoa. teniamola a casa, in ufficio, nella baita di montagna. si può anche conservare in macchina, chi ce l’ha. un’unica cosa dovrei verificare: la resistenza di pessoa alle riletture, perché il libro mi fulminò temporibus illis, ma poi non l’ho più rivisitato. adesso si può fare: mi sembra non ci sia più il rumore di fondo della moda-pessoa di qualche anno fa. sempre d’attualità, invece, l’Ingegnere: pare sia stata prorogata a marzo la mostra del gabinetto vieusseux io sono un archiviomane, il cui mero titolo tange i punti teneri di questo blog. si tratta di carte gaddiane (o meglio, carta gaddiana: anche biglietti di viaggio, liste della spesa…) alluvionate e restaurate. sperando, con un frisson veramente perverso, di potervi gettare un occhio, un salto in cucina: la ricetta del risotto patrio.

avevo in mente di leggere anne sexton

da anni e anni, in origine perché è dedicata a lei la canzone (che adoravo) mercy street di peter gabriel. non era capitato finora, anche perché in italia per molto tempo non si sono trovati libri suoi. ora mio padre ha regalato a mia madre la raccolta, pubblicata recentemente dall’editrice le lettere, poesie su dio, ma lei le trova troppo deprimenti e quindi il libro è arrivato a me. l’ho leggiucchiato oggi in treno,
e non c’ è bisogno che lo dica io che le poesie son belle – di certo però non valeva la pena di aspettare queste traduzioni, inutili se non perniciose (che idea è tradurre in rima dei versi che in originale non ce l’hanno?), disseminate di inesplicabili licenze (i grew: io fortificavo???) e di sintagmi improponibili in italiano. del resto, è un libro a cura di tizio ma in cui la traduzione letterale è di sempronio e la revisione del testo a cura di caio… stendiamo un velo pietoso. per fortuna in mezzo ci sono anche alcune traduzioni di edoardo zuccato, che è una persona per bene.

spero che a queste povere poesie sia andata meglio negli altri due volumi della sexton pubblicati in italia: poesie d’amore (sempre presso le lettere) e l’antologia l’estrosa abbondanza (crocetti).

i giornali li leggo poco.

ci provo, ma non ci riesco. cerco qualcosa che mi faccia pensare, mi trovo travolta dalle informazioni. li sfoglio, tengo delle cose da leggere «domani», mi arrabbio… in questo periodo, nella grande confusione su cosa-perché leggere in merito all’attualità e ai problemi del mondo, che ormai ci schiacciano con un senso di colpa individuale abbastanza difficile da gestire, la mia ancora di salvezza è il già citato commento settimanale di monbiot, per almeno due motivi: intanto scrive con chiarezza tale da infondere una sia pur minima fiducia che valga la pena di cercare, informarsi, provare a capire qualcosa, e poi dopo la lettura non si rimane annichiliti dall’oscurità del futuro ma rimane una sana voglia di parlare, discutere, al limite (stante la pigrizia del lettore medio, io) anche fare. polemica, ma stimolante. l’articolo di ieri ha questa lucidità geniale (anche un po’ da schiaffi, se vogliamo): la biodiversità merita di essere salvata perché è bella. non bisogna giustificare il bisogno di conservare le specie – quelle la cui estinzione si può evitare e sta avvenendo a precipizio per cause umane – col fatto di trovare principi attivi per i farmaci o mantenere l’equilibrio esistente negli ecosistemi, che peraltro sono in perenne mutamento. dovremmo farlo per noi, mica per il pianeta. segue un brano esemplare per inflessibile pessimismo leopardiano:

al pianeta, non potrebbe importargliene meno. è un ammasso di pietra. è abitato da grumi di molecole che si autoreplicano chiamati da noi forme di vita, il cui scopo è di invertire l’entropia il più a lungo possibile, catturando energia dal sole o da altre forme di vita. l’ecosistema è semplicemente il flusso dell’energia tra queste forme di vita. non ha valori, non ha desideri, non ha pretese. non pratica né riconosce crudeltà o gentilezza. come altre forme di vita, noi esistiamo solo per riprodurci. siamo diventati così complessi solo perché questo ci permette di rubare più energia. un giorno, la selezione naturale ci spazzerà via dal pianeta. le nostre opere non saranno neppure dimenticate: non ci sarà nulla capace di ricordare. ma una curiosa componente della nostra complessità è che in noi, come in altre forme complesse, si è sviluppata la capacità di soffrire. soffriamo quando il mondo diventa un luogo meno piacevole e interessante. soffriamo quando percepiamo la sofferenza altrui. a me sembra che l’unico scopo superiore che possiamo aspirare ad avere sia tentare di alleviare la sofferenza: la nostra e quella delle altre persone e degli altri animali. questa è di sicuro una motivazione sufficiente per qualsiasi progetto vogliamo intraprendere. è una motivazione sufficiente per la protezione delle belle arti o dei libri rari. è una motivazione sufficiente per la protezione delle forme di vita rare. la biodiversità, in altre parole, è importante perché è importante. se vogliamo proteggere la natura, dobbiamo farlo per noi stessi. non è necessario pretendere che qualcos’altro ci spinga a farlo. non è ecessario far credere che qualcuno abbia un assoluto bisogno della protea reale, del rospo d’oro o dei sifaka per sopravvivere. ma possiamo dire che, per quanto ci riguarda, senza di loro il mondo sarebbe un posto più povero.

per le rovine e le macerie ho sempre avuto un debole.

quindi mi ha attirato subito la segnalazione del supplemento del sole24ore (non di oggi, di domenica scorsa) di un libro di marc augé che si intitola proprio rovine e macerie. in senso del tempo, in uscita da bollati boringhieri. parliamoci chiaro, il libro non lo leggerò mai, quindi mi trascrivo un brano riportato dal giornale che contiene qualche idea utile a sentirsi meno tonti quando, in vacanza, si rimane rapiti davanti a qualsiasi vecchio sasso o residuo di vita urbana ci si pari davanti (così almeno faccio io di solito). e magari faccio anche delle foto, che mi pare vengano sempre male: e ci credo, senza saperlo cercavo di catturare il «tempo puro»!

Contemplare rovine non equivale a fare un viaggio nella storia ma a fare esperienza del tempo, del tempo puro. Riguardo al passato, la storia è troppo ricca, troppo molteplice e troppo profonda per ridursi al segno di pietra che ne è emerso, oggetto perduto come quelli ritrovati dagli archeologi che scavano le loro fette di spazio-tempo. Riguardo al presente, l’emozione è di ordine estetico, ma lo spettacolo della natura vi si combina con quello delle vestigia. Ci accade di contemplare dei paesaggi e di ricavarne una sensazione di felicità tanto vaga quanto intensa; più quei paesaggi sono ‘naturali’ (meno devono all’intervento umano), più la coscienza che noi ne abbiamo è quella di una permanenza, di una lunghissima durata che ci fa misurare per contrasto il carattere effimero dei destini individuali. Allo spettacolo del perpetuo rinnovamento della natura può tuttavia ricollegarsi anche il confortante sentimento di una totalità che trascende quei destini o nella quale essi si fondono, l’intuizione panteista o materialista del ‘nulla si crea e nulla si distrugge’. La natura, in questo senso, abolisce non solo la storia, ma il tempo. Le rovine aggiungono alla natura qualcosa che non appartiene più alla storia, ma che resta temporale. Non esiste paesaggio senza sguardo, senza coscienza del paesaggio. Il paesaggio delle rovine, che non riproduce integralmente alcun passato e allude intellettualmente a una molteplicità di passati, in qualche modo doppiamente metonimico, offre allo sguardo e alla coscienza la duplice prova di una funzionalità perduta e di un’attualità massiccia ma gratuita. Conferisce alla natura un segno temporale e la natura, a sua volta, finisce col destoricizzarlo traendolo verso l’atemporale. Il ‘tempo puro’ è questo senso senza storia, di cui solo l’individuo può prendere coscienza e di cui lo spettacolo delle rovine può offrirgli una fugace intuizione. […] quel che di esse si lascia percepire è una sorta di tempo al di fuori della storia a cui l’individuo che le contempla è sensibile come se lo aiutasse a comprendere la durata che scorre in lui.

blog 1817-1832

apprendo, sempre da libération, che finora non esisteva una traduzione integrale in francese (o in nessun altra lingua, se ho capito bene) dello zibaldone di leopardi, il papà di tutti i blog italici.

5 nuovi racconti di antonia byatt

escono raccolti nel volume little black book of stories. Questa recensione assai accattivante è di ali smith, la scrittrice scozzese di hotel world, un libro dalla fuorviante copertina rosa-smalto-per-le-unghie che avevo letto volentieri per lo stile (anche se i romanzi di storie singole che poi risultano intrecciate non sono proprio i miei preferiti).

di a. byatt ho letto possessione, la vergine nel giardino, still life, la torre di babele, il fiato dei draghi e angels and insects (due racconti lunghi che forse dovrei rileggere perché non mi ricordo nulla). the biographer’s tale giace da anni in una pila di libri in attesa del «momento giusto», ma la signora non dà tregua, e continuano anche le traduzioni italiane (di solito di anna nadotti per einaudi). in fondo negli ultimi anni è tra gli autori che ho letto più assiduamente. una fedeltà che non è mia abitudine, soprattutto verso chi scrive tanto, ed è così presente anche sui giornali. credo che a.b. di recente abbia addirittura trovato il tempo di recensire harry potter.

ivan illich

la bruno mondadori sta per ripubblicare le sue opere, non più disponibili in italiano (alice dà come esauriti i libri in edizione red degli anni 90, mentre risultano reperibili nella vigna del testo. Per una etologia della lettura, cortina 1994, e h2o e le acque dell’oblio, macro edizioni 1998). numerose le risorse in rete, tra cui parecchi
testi online (anche audio) e questa bibliografia.
(via radiopopolare)

libri in guerra

link dalla vita breve Il manifesto): un articolo di oggi su che fine fanno (e che importanza hanno) i libri nelle guerre. è uscito i libri della shoah. tra distruzione e conservazione (a c. di jonathan rose, ed. sylvestre bonnard) che parla della seconda guerra mondiale, ma anche della biblioteca di sarajevo.
[qui partirebbe una canzone dei csi che torna ciclicamente a ossessionarmi impietosa.]