armi con le ali

s’intitola l’articolo di monbiot di questa settimana, sul centenario dell’invenzione dell’aeroplano. ben lungi dall’unirsi al coro di retorica sul progresso, il severissimo gm ci ricorda che i fratelli wright hanno pensato, progettato e venduto al governo degli usa l’aereo non come strumento per andare a spasso ma come macchina da guerra, diventata un’arma di distruzione di massa usata senza il minimo scrupolo nei conflitti mondiali e in vietnam. ma ce n’è anche per i voli commerciali: un passeggero di un volo andata e ritorno inghilterra-florida produce più anidride carbonica di un automobilista medio in un anno (e recentemente l’organizzazione mondiale della sanità ha calcolato che i cambiamenti climatici uccidono 150.000 persone l’anno). Il caro george a natale non diventa più buono, anzi. e lo amo per questo, ma solo perché ho la coscienza sgombra: stavolta in vacanza ci andiamo in treno.

refusi memorabili

sono anni che mi riprometto di scriverli. devono essere veri (provenienti da un testo realmente pubblicato o esposto o consegnato così) e avvistati da me o da testimoni diretti di comprovata fiducia. comincio oggi che me ne hanno riferito uno delizioso: giardini prensili. e già che ci sono ne registro altri due:
– un cartello reclamizzante la vendita dei giubbini con catari frangenti
– ottanta ciccioni morti in piazza duomo (la mia teste dice che apparve su repubblica).

punta d’invidia

per l’amica che, tornata dal weekend a londra, mi racconta di essere incappata in un concerto dei fall proprio la sera prima di ripartire… io mai visti, i fall. però mi è successa una cosa analoga, qualche anno fa: scendere dall’aereo, aprire il giornale e scoprire che quella sera lì c’erano i legendary pink dots a camden. son cose che ti illudono di essere baciato dalla fortuna (se ami i lpd). in realtà, se ti capita si spiega in due modi: 1. ti piacciono un sacco di gruppi, anche poco destinati a riempire gli stadi; 2. a londra ci sono proprio TANTI concerti.

filastrocche come vengono

boxes and spools all over your pockets
waiting for words to use them as lockets
singing the music you love to have near
looking for frames to keep your mind clear:

let them remind you your eyes have to rest
your fingers should sleep, drop every nonsense
the dreams you record on reels and by heart
can bring you the wings you’d want for a start

mi permetto questo lusso:

prendo nota di aver visto dogville, kill bill I, matrix revolutions (in ordine non cronologico ma di inutilità, crescente), però evito di perder tempo ad argomentare perché non mi siano piaciuti, che sarebbe un’excusatio non petita. e poi ho sempre pensato che fosse più utile cercare di spiegare perché le cose mi piacciono (è proprio una teoria critica): allora sì che magari viene alla luce qualche idea, sennò, il più delle volte, è polemica. la visione di codesti film, infatti, sarà utilissima per sarcastiche tenzoni verbali con chi accenni ingenui apprezzamenti in mia presenza. (come, nessuno?)

lost in translation

è un po’ dove mi trovo sempre io, senza bisogno di un viaggio in giappone. tant’è vero che sono stata accusata di voler vedere il film solo per il titolo. mica vero. e la cotta per il giardino delle vergini suicide? e bill murray, già protagonista del geniale ricomincio da capo, per gli amici il giorno della marmotta (groundhog day, questo sì perso nella traduzione)? e tokyo? tutti ottimi motivi, mi pare. il giornale, per attribuire un genere al film, diceva «sentimentale». avrebbe potuto dire «commedia sentimentale», ma ancora non ci siamo. perché è un film libero dagli stereotipi, sia di sceneggiatura che visivi. i personaggi sembrano addirittura persone… raro, no? bello, insomma. mi rimane il dubbio, però, di essermi lasciata influenzare dalla colonna sonora (volentieri, peraltro: volentieri). come contromisura, dovrei provare a vedere un film brutto con jesus and mary chain sul finale: mi sembrerebbe davvero brutto? sexy, in un suo tenero modo casalingo, la scena del karaoke in cui lei fa chrissie hynde, controbilanciata dall’esibizione di lui come brian ferry… sono scoppiata a ridere così forte da destare scandalo in sala. comunque aspetto da y. un parere su che effetto fa questo film a un giapponese.