l’8 e il 27 gennaio john peel ha trasmesso su bbc1 diversi brani dei modena city ramblers registrati dal vivo all’ultimo festival di groningen.
dice che dopo il festival ha cercato ripetutamente di contattarli, ma loro l’hanno ignorato.
l’8 e il 27 gennaio john peel ha trasmesso su bbc1 diversi brani dei modena city ramblers registrati dal vivo all’ultimo festival di groningen.
dice che dopo il festival ha cercato ripetutamente di contattarli, ma loro l’hanno ignorato.
bertolucci ha tradotto l’abbazia degli incubi di peacock nel 1951 per guanda; ora si può leggerlo nei grandi libri garzanti. Divertente, anche se qualche sbadigliuccio qua e là lo suscita.
queste ultime letture depongono decisamente a favore dell’utilità di una distinzione tra classici maggiori e minori (ognuno faccia la sua), e del canone – che in sé, come forma di giudizio, non mi piace – come forma d’inventario.
ecco la domanda che sorge spontanea davanti a questa incredibile copertina di tascabile degli anni 70 – su cui, sarà la suggestione pugliese, sembra aleggiare l’ombra di carmelo bene – fornita della didascalia «particolare da una fotografia di marc cramer». questo è un caso in cui il libro come oggetto finisce per essere più importante del testo: spunto feticista che non sarebbe forse spiaciuto allo stesso sir horace il quale, oltre ad assemblare la casa-capolavoro di strawberry hill con maniacale collezionismo, è arrivato a compilarne, delizia delle delizie, un inventario (ehi, possibile che la sellerio non abbia un sito?).
per tornare al il castello di otranto, confesso che mi ha deluso, complice probabilmente la traduzione vecchia e bruttina. anche qui, legi oportet, si dice, per arrivare alle radici di un genere: il romanzo nero (per cui s’intende gotico, non noir), la storia horror e via dicendo. radici moderne ed editoriali, immagino si voglia dire. È un po’ antipatico, in fondo, questo tipo di classificazione; utile per la storia dell’editoria, noioso per la letteratura.
in treno, in aereo, ai bordi della piscina, a letto prima di dormire (durata del match: 5 minuti al massimo). così, più o meno, diceva il mese scorso il comodino di nick hornby, la rubrica che internazionale riprende da the believer (in originale si intitola stuff i’ve been reading; contenuto: se fosse su internet sarebbe un blog, da manuale). me lo ricordo – anche se non cito alla lettera, causa scomparsa della copia della rivista – perché mentre hornby lottava, credo, con no name, io lottavo con the moonstone esatttamente nello stesso modo (mai però ai bordi di una piscina, vorrei dirlo). vinceva quasi sempre il vecchio wilkie, per forza: 550 pagine di prosa impeccabilmente vittoriana dove, nel racconto a più mani del mistero, ogni personaggio scrive rigorosamente con la forma e i formalismi imposti dalla classe sociale di appartenenza e dalle numerose idiosincrasie derivanti dal profilo psicologico, rigorosissimo, costruito dall’autore per ognuno. scritto benissimo, ma inesorabilmente pesante a leggersi oggidì. per fortuna verso la fine ci sono la zampata oppiacea del vecchio wilkie e l’esotico personaggio di ezra jennings a dare qualche chance al lettore di avere finalmente la meglio del tomo. da leggersi senz’altro, si dice, in quanto considerato tra i testi fondatori del romanzo poliziesco – è tra i primi romanzi, forse il primo, ad avere tutti gli ingredienti del giallo inglese (e in effetti lascia con l’impressione di aver ingollato un’overdose di libri di agatha christie). per questo the moonstone è tornato di moda e disponibilissimo in italiano: fazi, nord, rizzoli, garzanti.
pulendolo dentro e fuori com’è d’uopo fare in questi casi, ho tratto in salvo un ritaglio di giornale ormai ingiallito: sarà almeno di un anno fa l’articolo del manifesto in cui busi deplorava l’invasione dei giornali da parte della pubblicità, della quale propugnava invece una forma «organica» ai contenuti editoriali. posto che alle merci è assai difficile sfuggire, almeno facciamo una pubblicità consapevole a quelle che ci piacciono.
qui sotto, l’altrimenti irreperibile ritaglio. manca l’inizio dell’articolo (ho conservato solo la parte merceologica); il segno bianco è quello del magnete che lo attaccava al frigo.

e un’altra memorabile manifestazione di busi-pensiero mi torna alla mente: la stroncatura dei cosiddetti festival della letteratura (verso settembre scorso, se non erro su carnet – vado a vedere se ne ritrovo copia).
dopo la demolizione della casa occupata del san antonio rock squat, ex cinema zara.


Da 1,55 zloty, provenienza ignota. l’ho tenuto perché era colorato, e per tutti gli altri motivi, futili e meno futili, che mi fanno amare i francobolli. e per i quali mi è piaciuto molto l’articolo di sofri sull’argomento, su panorama (via wittgenstein perché non leggo panorama). tra l’altro, è verissimo che per i bambini è bello raccogliere i francobolli così, non per la loro importanza ma per curiosità dei paesi stranieri e di tutte le cose bizzarre che vi si trovano raffigurate sopra. mio papà mi dava da tenere quelli delle buste dei missionari, che erano un po’ l’unica corrispondenza straniera che arrivava a casa mia, in compenso da molto lontano. avevo anche un bell’album verde con tutte le striscioline trasparenti, regalato da uno zio che faceva della filatelia seria, ma in effetti non me n’è mai importato niente del dentino mancante che avrebbe dovuto squalificare per sempre il francobollo. però lo si staccava col vapore, con tutti i crismi. e devo dire che ancora adesso ho il dubbio, quando incollo un francobollo, che se non ha tutti i dentini integri la lettera non arrivi a destinazione.

questi sono arrivati oggi, da napoli. la cartolina riproduce un’immagine di totò, peppino e la malafemmina, la scena dove peppino scrive sotto dettatura. ce l’ha mandata s. e va a unirsi all’ormai cospicua collezione di quelle che ci spedisce da ogni angolo della penisola e a volte del globo, con un talento per scovare quelle più buffe, strane o assurde; pensavo di scannerarle e raccoglierle. forse l’idea mi è venuta dalle immagini inglesi anni 70 raccolte nel libro boring postcards (regalato a m. per natale) da martin parr. sono deprimenti immagini inglesi di hall di alberghi, squallidi centri abitati degli anni 70 et similia, che viste tutte insieme sono un vero documento nonché monumento al cattivo gusto.

nell’articolo di cui sopra c’ è anche un rapido ma preciso accenno all’operazione di mail art che è l’abbinare alla cartolina il francobollo: io mi sono trovata a farlo circa tre settimane fa, incurante delle prese in giro di px, con i francobolli francesi che hanno le foto di monumenti nazionali e abitazioni tipiche. ecco, i francobolli con le foto però non mi piacciono: molto meglio le illustrazioni. quelli irlandesi, nella miglior tradizione, raffigurano le specie di uccelli dell’isola.

quando arrivano nella casella è sempre una bella cosa, e un piccolo viaggio.
ma se chi riceve la posta sa di non poter viaggiare affatto, si può solo immaginare di quanta malinconia si carichi l’amata e un po’ ingenua arte postale.
imitiamo allurette e confezioniamola subito, una busta con la cognizione del dolore di gadda e il libro dell’inquietudine di pessoa. teniamola a casa, in ufficio, nella baita di montagna. si può anche conservare in macchina, chi ce l’ha. un’unica cosa dovrei verificare: la resistenza di pessoa alle riletture, perché il libro mi fulminò temporibus illis, ma poi non l’ho più rivisitato. adesso si può fare: mi sembra non ci sia più il rumore di fondo della moda-pessoa di qualche anno fa. sempre d’attualità, invece, l’Ingegnere: pare sia stata prorogata a marzo la mostra del gabinetto vieusseux io sono un archiviomane, il cui mero titolo tange i punti teneri di questo blog. si tratta di carte gaddiane (o meglio, carta gaddiana: anche biglietti di viaggio, liste della spesa…) alluvionate e restaurate. sperando, con un frisson veramente perverso, di potervi gettare un occhio, un salto in cucina: la ricetta del risotto patrio.
da anni e anni, in origine perché è dedicata a lei la canzone (che adoravo) mercy street di peter gabriel. non era capitato finora, anche perché in italia per molto tempo non si sono trovati libri suoi. ora mio padre ha regalato a mia madre la raccolta, pubblicata recentemente dall’editrice le lettere, poesie su dio, ma lei le trova troppo deprimenti e quindi il libro è arrivato a me. l’ho leggiucchiato oggi in treno,
e non c’ è bisogno che lo dica io che le poesie son belle – di certo però non valeva la pena di aspettare queste traduzioni, inutili se non perniciose (che idea è tradurre in rima dei versi che in originale non ce l’hanno?), disseminate di inesplicabili licenze (i grew: io fortificavo???) e di sintagmi improponibili in italiano. del resto, è un libro a cura di tizio ma in cui la traduzione letterale è di sempronio e la revisione del testo a cura di caio… stendiamo un velo pietoso. per fortuna in mezzo ci sono anche alcune traduzioni di edoardo zuccato, che è una persona per bene.
spero che a queste povere poesie sia andata meglio negli altri due volumi della sexton pubblicati in italia: poesie d’amore (sempre presso le lettere) e l’antologia l’estrosa abbondanza (crocetti).
ad aspettarsi di ritrovare, nella mostra arrivata da lione al pac di milano, l’atmosfera di certi dischi di l.a. (e degli spettacoli, immagino: io non li ho visti) si rischia di restare delusi. il titolo, the record of the time, viene proprio dal testo di una canzone e rappresenta senz’altro il suo lavoro – che, proprio perché in gran parte indaga sul tempo e si articola nel tempo, si presta male a essere ridotto a singoli pezzi rappresentativi da fruizione rapida. p., che ci è venuta con me, ha trovato il tutto un po’ freddo, e in effetti, restando precluso il coinvolgimento di una performance, quello che resta sono delle idee persino troppo furbe (rimane quasi l’impressione di trovarsi davanti degli scherzetti da prestigiatore, quando non subentra la frustrazione nell’osservare schizzi preparatori o documentazione video e fotografica di spettacoli che non vedremo). interessante, comunque, la panoramica sul lavoro di un?artista le cui cose più riuscite forse sono quelle equidistanti sia dall’arte concettuale che dalla musica pop: quelle che trascinano lo spettatore in una dimensione da cui si vede e si ascolta il mondo in modo diverso (sto ascoltando bright red: funziona).
carino, per me che non ne sapevo nulla, avere un’idea di cosa faceva agli esordi e vedere i 3 libri d’artista: handbook (vero «manuale»: bisogna sfogliarlo tutto, e il testo riflette sul gesto di sfogliare), windbook (qui sono due ventilatori in una teca a sfogliare a caso un libro), light in august (un elenco di oggetti – quelli spariti dalla casa di l.a. in occasione di un furto – abbinato a una lezione di osservazione della quantità di oggetti rappresentati nella melencholia di dürer: in ogni copia un elemento è evidenziato in rosso). la cosa più bella è senz’altro il tavolo manofonico, ma il cuscino che ti racconta le storie all’orecchio sarebbe carino averlo a casa. l.a. fa spesso cose che c’entrano col sonno e col sogno.
pessima l’idea di proiettare su schermo grande i brutti videoclip promozionali degli anni 80, tra l’altro quasi senz’audio, e il cd-rom puppet motel, che così sembrava avere una grafica bruttissima.