ore liete

con il monty python’s flying circus box set appena atterrato sul computer casalingo. nel primo disco visto ieri sera ci sono, per esempio, gli immortali sketch della spedizione del kilimanjaro, del pappagallo morto e delle hell’s grannies.
mi delizia anche la notizia che life of brian esce di nuovo al cinema, perlomeno in america, non solo per festeggiare il 25° anniversario ma… usando il traino della passione di mel gibson! pure python politics.

celtic 2 – rangers 1

ieri c’era il derby a glasgow. mi hanno detto che le due tifoserie cattolica e protestante vengono da belfast con il traghetto per andarlo a vedere.
questo è a tutti gli effetti un blog soccer-free, ma domani torna la troupe che è stata in irlanda del nord a girare un documentario sui ragazzini che giocano a calcio, e aspetto con impazienza i racconti.

intanto, il disco dei franz ferdinand mi fa saltare come una molla dall’inizio alla fine. sarà che il disco è bello o una crisi di irrequietezza primaverile?
ho cercato di appurarlo leggendo qualche recensione in rete. quelle inglesi sono piuttosto uniformemente positive, quelle americane più prudenti. qui in italy, capisco snobbare gli incensamenti eccessivi del new musical express e rintracciare influenze e precedenti, ma non sono d’accordo con le conclusioni liquidatorie (tipo bertoncelli).
sarei più d’accordo con il (presumo) giovane solventi di sentireascoltare.com, che vorrebbe scrivere una roba seria ma non ci riesce, perché quando la musica emoziona non c’è niente da fare (non c’è da preoccuparsi, è questa la croce e delizia di tutta la stampa musicale e soprattutto dei suoi lettori).


dire che i ff ci servono i primi ultravox (per me questo è il richiamo più smaccato) in salsa disco potrebbe significare che sono dei furbacchioni. e lo sono, chi dice di no (basta sentire la differenza tra la versione demo di darts of pleasure e quella, furbissimissima e splendida, dell’album). ma c’è ben altro: this fire, per dire – ma è questa la cifra del disco, data soprattutto dalla voce – fin dal testo è puro atteggiamento da pseudomito del rock, e nonostante questo o proprio per questo, chi lo sa, ha anche una sua verità, una sua urgenza, nel somministrare l’appropriata dose di torva rabbia per nulla esente da languore. nell’equilibrio del tutto convincente tra le due cose c’è, com’è sempre stato nei casi migliori, la modernità del rock britannico del ramo genealogico new wave, e i ff, nel loro bell’album breve, da sentire tutto difilato, senza una caduta di tono, belli pure i testi, sembrano di quelli bravi. (non si dica che sono i nuovi interpol! quei mollaccioni degli interpol? li ho pure visti suonare e mi pare di essermi moderatamente divertita, ma non mi ricordo più nemmeno che faccia hanno.)


intanto a glasgow, pian piano, ristruttureranno tutti i magazzini nel quartiere dei re del tabacco, e finalmente anche quel palazzo di mackintosh piuttosto cadente in una via del centro. ma gli studenti della school of arts continueranno a tirarsela e i gabbiani a strillare e la tennent super a scorrere a fiumi, e qualche bel disco finiranno sempre per rifilarcelo.

lo preferisco blu

oggi verso le due mi aggiravo tra i resti vegetali del mercato dei bastioni con in mano il disco dei dalis car trafugato da casa dei suoceri. non per l’unica canzone da salvare (cornwall stone – le altre dopo vent’anni denunciano deperibilità) ma per curiosità di vedere che colori aveva, sulla copertina apribile, la grande riproduzione di daybreak di maxfield parrish.

in rete ce ne sono le versioni più disparate: le stampe, da quelle originali, firmate, degli anni 20 fino ai poster e cartoline di oggi.
pare che l’originale a olio di daybreak sia in vendita: immagino che il compratore sarà l’unico a sapere la verità.
io rimango coi miei dubbi: la copertina dei dalis car è tutta azzurra, ma quando la apri e guardi il tondo del disco… sorpresa.

william blake: collegamenti (e vite e morti)

dunque: il link all’archivio delle opere di blake (roba seria) l’ho trovato sul defunto <a href="
http://blake.blog.excite.it/”target=”_blank”&gt;bob blake vive.
il mio collegamento a blake invece viene dall’età impressionabile:
viste incisioni (credo) alla tate gallery a 17 anni.
ricevuta questa cartolina da un cantante inglese in trasferta a modena un po’ di anni dopo.
imparata quasi a memoria jerusalem perché si sentiva sempre nei film inglesi.
l’imprinting era cosa fatta: menzione del nome o visione/lettura di un’opera di b. = sguardo sognante + acritica ammirazione + albeggiare di sentimenti magnanimi.
questo ben prima del (un po’ facile, per la verità, ma soddisfacente) collegamento tra il nome william blake e jarmusch/depp/neilyoung in uno dei Film degli anni 90: dead man.

le solite spigolature

da alias, l’unico supplemento che più o meno leggo (aboliti il sole della domenica – a meno che non lo compri qualcun altro – e tuttolibri). questa settimana, un paio di cose attinenti a quella certa fissa per le cose trovate, le cose vecchie, la vita degli oggetti morti eccetera.
intanto, vengo a sapere solo adesso che a reggio c’è una mostra di daniel spoerri (e mettiamo anche il link all’inutillimo sito di palazzo magnani). si intitola la messa in scena degli oggetti (dove quel «messa» sembra qualcosa di rituale) e dura fino al 12 aprile.

e poi sul retro del foglio di giornale c’è una recensione di un romanzo di iris murdoch dove il marito dice di lei: «la vita delle cose inanimate le stava a cuore … provava una tristezza vera per le bottiglie abbandonate, e ci ripenso adesso quando si china come una vecchia barbona a raccogliere da terra pezzi di carta argentata o mozziconi di sigarette. lei si sente tutt’una con loro, e se le riesce gli trova casa».

delle albe

il noboalfabeto, ovvero «l’abbecedario della nonscuola» del teatro delle albe, ovvero i laboratori teatrali più dionisiaci d’italia, di cui si è parlato giovedì scorso al cinema gnomo di milano ma c’erano solo trenta persone.

il sito del teatro delle albe sembra molto offline, ma qui c’è la traccia del loro spettacolo di qualche anno fa l’isola di alcina (apprezzabile anche in cd, sotto forma di ostico «concerto per corno e voce romagnola» – provo a mettere un assaggio in mp3).

è online

una mini galleria fotografica di particolare inutilità: ho passato allo scanner alcune delle copertine che si usava inventare-fotocopiare-disegnare-incollare per le audiocassette casalinghe (prima che diventasse comune farlo col computer, e ben prima dell’avvento dei masterizzatori).
sono graditi contributi: salvate dall’oblio le povere cassette scampate a traslochi e mangianastri, mandatemi le copertine via email.
poi le butteremo via con maggior serenità.