la scrittura, i diari e julian green

ricopio qui un giudizio di benjamin su julian green (dall’articolo su jg di m. raffaeli su alias del manifesto, domenica scorsa), come piccola glossa alle riflessioni di palmasco sulla ricerca di immediatezza nella scrittura e nella narrazione: «La distanza di green dal comune romanziere sta tutta nella distanza che separa rendere presente da descrivere. … green non descrive le persone, le rende presenti in certi momenti fatali. è in certi momenti di strana assenza, di banale distrazione, che il destino visita le sue figure come una malattia» (1930).

io non li ho letti, i romanzi di jg, ma in questo periodo ho sottomano le langage e son double, raccolta bilingue in cui g. ha tradotto in francese i suoi saggi originariamente scritti in inglese e viceversa. e molti (di qui il titolo – forse uno dei primi calchi del titolo di artaud?) hanno per oggetto proprio il bilinguismo, la lingua materna, la traduzione, oltre alla pratica della scrittura.
c’è anche una conferenza degli anni 50 sul tenere un diario (il grado zero della «scrittura dell’immediato» di cui si parla da palmasco, quello schiacciato sul presente), interessante da leggere all’epoca dei weblog che, si sa, spesso non sono giornali di bordo sulla navigazione internet o su altri argomenti, ma diari personali.

green (titolare di molti volumi di diari pubblicati) percorre con molta semplicità le ossessioni del diarista: il desiderio di fermare il tempo, il timore di non lasciare traccia di sé, il cercare rimedio al venir meno della memoria con l’età, la tentazione e l’impossibilità di scrivere tutto (con l’aneddoto del suo tentativo, a vent’anni, di tenere il diario più completo mai scritto, conclusosi con la riflessione che un impegno simile non lasciava più tempo per vivere, e l’incauta distruzione del manoscritto).

riflette anche sommariamente sul lettore implicito (lo chiamo io così per comodità, ovviamente) del diario: da un lato, un diario è «una lunga lettera che un uomo scrive a se stesso», e che in effetti finisce per dargli notizie di sé, poiché la pratica del diario contribuisce alla conoscenza (e coscienza) di sé, e poi forse sarà riletto dall’autore quando avrà perso memoria di quel periodo. ma è anche «una lettera a migliaia di amici sconosciuti», perché non c’è ragione che un diario ben fatto – «il libro che può essere scritto da chi non si considera scrittore» – non possa interessare migliaia di persone.

qui green parla molto pragmaticamente del diario come genere letterario, citando come requisiti di un buon diario sincerità, precisione, capacità di scegliere cos’è importante (difficilissimo capire che cosa lo rimarrà, a distanza di tempo), e analizzando alcuni passi di diari celebri vicini al «diario ideale», che dev’essere sia introspettivo sia oggettivo.

allora, il diario è uno strumento di autocoscienza («non possiamo scongiurare la morte, ma possiamo aumentare in noi la consapevolezza della vita») ma nasce con una predisposizione a essere letto da altri.
questa predisposizione, pur inscritta nel farsi del diario, in passato si compiva posteriori, con la pubblicazione, a fronte di un particolare interesse della vita dell’autore (artista, amico di artisti, testimone di fatti storici) mentre in rete si esplicita durante (in un certo senso addirittura prima) della scrittura e può arrivare a prendere il sopravvento, paradossalmente, sulla scrittura stessa.
io di solito evito di riflettere a lungo sui reality show, l’autoindotto bisogno di apparire in pubblico ecc. (mi deprimo), ma forse c’è da chiedersi se l’esibizionismo mediatico – in cui per me rientrano anche alcuni tipi di uso del blog – non sia una forma di ricerca di consapevolezza di sé (di un’immagine di sé), essendo venuto meno il valore comunemente percepito degli strumenti tradizionali (introspezione, lettura, scrittura).

terapeutico

ascoltare la voce asciutta di eliot leggere la terra desolata dopo aver visto il poco efficace spettacolo della cooperativa teatrale dioniso, che mette in scena il testo non resistendo però alla tentazione di inserire altre citazioni del poeta, in modo da far dire il celebre «è questo il modo in cui il mondo finisce» ecc. a una signorina che si toglie due topolini bianchi da sotto la gonna e se li fa correre sulle braccia. bravi i topolini.

2 reperti del venerdì

se ci si interessa un po’ – anche dilettantescamente come me – di caratteri da stampa e grafica del libro, difficile non imbattersi in giovanni lussu. ieri ho trovato in libreria il volumetto libri quotidiani dove racconta molto bene, in tono autobiografico, il suo lavoro di progettazione per i libri dell’unità (’92-’97). è edito da stampa alternativa e graffiti nella collana scritture (ne ho alcuni libri dalle raffinate copertine bianche, purtroppo tendenti a ingiallire molto in pochi anni). essa si occupa non solo di tipografia ma di calligrafia e sistemi di scrittura e segni, ed è diretta dal medesimo g.l.
il secondo reperto di ieri è il catalogo della mostra scritture dell’aiap, piccolino ma zeppo di illustrazioni sui più disparati alfabeti nonché sistemi e supporti di scrittura; progetto e uno scritto di g.l.
in qualsiasi altra disciplina questa onnipresenza di lussu (che non conosco – so solo che insegna al politecnico – ma stimo assai per quello che scrive) sarebbe inquietante. in questo campo specifico, mi pare proprio di no: il fatto è che il vuoto di studi italiani – o in italiano – sull’argomento fino a pochi anni fa era sorprendente, a dispetto dell’importante tradizione italiana in campo tipografico (un breve profilo sull’attualità qui, ovvero in occasione di un’altra mostra dell’aiap). questa, perlomeno, la mia impressione, che peraltro va d’accordo con la generale, bizzarra indifferenza allo «specifico tipografico» che si riscontra in tanti posti dove si fanno i libri.
adesso però, oltre all’aiap e a stampa alternativa, anche le edizioni sylvestre bonnard pubblicano golosità per maniaci della grafica libraria, come un repertorio dell’opera editoriale di munari e i libri di robert bringhurst (io avevo l’edizione americana di the element of typographic style, utilissimo ed elegantissimo).

misurabilità

«i fisici sostengono che ogni strumento di misura, quando viene inserito in ciò che si vuole misurare, lo modifica e quindi altera il risultato. gli esempi classici sono quelli di un termometro in un liquido, di un manometro in una bombola. mi venne in mente che anche l’osservazione sistematica dei fenomeni dello spirito, in particolare quelli del proprio spirito, aveva un’identica capacità fatale di alterarli. la coscienza di colui che conduce l’introspezione ne incrina l’innocenza e man mano che aumenta la componente di metalinguaggio si perde autenticità. la coscienza in generale cessa di essere uno strumento di conoscenza per trasformarsi in uno sport di lusso, inutile e sciocco, ed elaborai il proposito di liberarmene.»
(miquel de palol, il giardino dei sette crepuscoli, trad. di glauco felici, einaudi 1999)

essere a pagina 25 di un libro di 1075 dà una strana sensazione, su cui per ora non esercito le mie facoltà introspettive.

my name is michael caine

l’altra sera ho visto finalmente l’americano tranquillo: non la versione del ’58 di mankiewicz ma quella recente di phillip noyce, con michael caine. ci tenevo perché sapevo che, per il cinismo malinconico di un personaggio di greene, caine sarebbe stato perfetto. il film lo è un po’ meno, ma comunque un’ottima scusa per andare a recuperare di corsa il libro – uno dei greene in cui l’ambientazione esotica è puro spaesamento e ci sono frasi come: «Chiusi gli occhi e immaginai di essere altrove, seduto in uno dei compartimenti di quarta classe delle ferrovie tedesche prima che Hitler andasse al potere, quando ero giovane e potevo stare alzato tutta la notte senza che mi venisse la malinconia, e quando i sogni del risveglio erano pieni di speranza e non di paura».
vedere i film di michael caine è una delle mie missioni futili, una delle più piacevolmente incompiute. per cadere vittima dello sguardo «da assente a intensissimo in zero secondi», del sorriso sarcastico così simile a quello di john lennon, del multiforme talento applicabile indiscriminatamente a spy e gangster movies, commedie e drammi, bastarono a suo tempo i frequenti passaggi televisivi dei vari ipcress, alfie, il cervello da un miliardo di dollari, gli insospettabili di mankiewicz (uno dei miei preferiti), l’uomo che volle farsi re di huston e senza indizio (quello in cui interpreta un esilarante finto sherlock holmes). hannah e le sue sorelle è di un paio d’anni prima ed è il primo oscar di mc (il secondo è le regole della casa del sidro, che proprio non mi attira, ma prima o poi…). l’anno scorso ho recuperato in videocassetta il famoso, britannicissimo, cattivissimo carter (1971), recente oggetto di un remake con stallone (improponibile, anche se vi compare lo stesso caine – molto nel suo stile la dichiarazione: «I’m just hoping I get to play cameos in all the remakes. It’ll keep me busy for a couple of years»). di italian job, invece, ho visto il remake e non l’originale. ora è in cantiere anche un remake degli insospettabili: con caine nella parte che fu di laurence olivier e jude law in quella che fu di caine, potrebbe non essere male. mc è ovviamente oggetto di culto in rete: caine is caine citizen caine my domain is michael caine

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un quadro fiammingo a madrid

Madonna dell'albero secco, collezione Thyssen-Bornemisza, Madrid (cartolina)

la madonna dell’albero secco ovviamente non è quello che sembra (per esempio un sogno di gutenberg dopo due birre di troppo). petrus christus a bruges faceva parte della confraternita dell’albero secco fondata da filippo il buono. l’albero rappresenta la corona di spine e le quindici piccole «a» le avemaria del rosario. il quadro è piccolo ed era probabilmente un’immagine privata per le preghiere domestiche; pare che ogni membro della confraternita ne possedesse una simile.

due quadri spagnoli a londra

san michele e il diavolo di bartolomé bermejo

tazza d’acqua e rosa su piatto d’argento di francisco zurbarán.

la prima riproduzione è proprio bruttina. visto che nessuno osa mettere online altre immagini dei suoi quadri, la national gallery farebbe bene a curare un po’ di più la qualità di quelle del suo sito.
sarebbe bello che la rete risolvesse l’annoso problema delle riproduzioni dei dipinti: all’infedeltà/inaffidabilità di quelle a stampa ci si è arresi (comunque rimane pazzesco che si sia potuto imparare qualcosa di storia dell’arte dalle immagini di libri come l’argan). in forma elettronica, con un po’ di attenzione, di certo si può far meglio, eliminata almeno la mediazione del processo di stampa (tra l’altro la carta invecchia, i pixel no). ma sarà necessario rifotografare tutto in digitale, per non ripartire dalle vecchie foto?
vorrei documentarmi un po’ sull’argomento.

songs are like tattoos

è una bellissima cosa che dice joni mitchell in blue. oggi ho visto in offerta il cd e l’ho comprato (mi sembrava un album poco adatto da avere solo su una cassetta al ferro di vent‘anni fa), scoprendo così che il bollino giallo col punto esclamativo per segnalare un disco in promozione è rimasto identico nei secoli, solo più piccolo: 2cm di diametro contro i padelloni grandi tre volte tanto che non si riusciva mai a grattar via dalle copertine dei dischi. però c’è un altro adesivo con scritto newly remastered from the original tapes e il bollino siae, che invece di essere apposto sul retro fa da tatuaggio al mento della signora. mala tempora currunt, si vede dai particolari.