è il cimitero di zagabria. questa distesa di lumini (con le signore che ce li portano) sta sui gradini dell’enorme tomba di marmo nero di franjo tudjman, nello spiazzo subito dietro l’ingresso.
Autore: alba
ritagli liberty e déco da zagabria
da domani:

due settimane all’aria aperta (o quasi). ci vediamo.
gli scacchi russi
(made in ussr, proprio, c’è il bollino rosso.) mentre prendevamo un regalo per il monocompleanno del nipotino abbiamo sentito il negoziante proporli a un’altra persona, che non li ha presi. subito ci siamo avventati sull’occasione, la fatidica ultima scatola; un po’ per un imbonimento riuscito, un po’ perché sembravano davvero molto belli. così siamo venuti via con un regalo anche per noi.
non che sia mai stata una vera giocatrice, ma non ci provo da così tanto tempo che ci ho messo un momento a ricordarmi come si disponevano i pezzi.
più tardi però, nel pomeriggio, dedicando qualche ore a sgomberare la casa vecchia, ho recuperato anche carte da gioco, pedine della dama e stecchini dello shanghai. non so quando, ma spero che torneranno utili.
appunti felini del venerdì
non si smentisce il costume francese
di produrre neologismi pur di non rassegnarsi ad accogliere termini stranieri: c’è chi il weblog lo chiama joueb, inteso come contrazione di journal e web (in realtà journal potrebbe essere anche una parola inglese; qui sono più l’ordine delle parole e la pronuncia a fare affermazioni d’identità).
journal in verità non è male perché in francese si può interpretare sia come «giornale di bordo» sia come «diario» (journal intime); a me però piace più log – neutro, ma con quel pizzico di follia che mi permetterebbe di chiamarmi, se torno a nascere (in rete), log lady.
tra l’altro è proprio la stessa parola di «ceppo», dice il webster, non, come si potrebbe pensare, un’abbreviazione di catalog.
PS ho fatto una ricerca, per scrupolo – log lady come nickname l’ho trovato solo in un blog lynchofilo italiano purtroppo chiuso (redrum).
capita
che mentre faccio un lavoro meccanico – di quelli che ci costringe a fare il computer – o anche solo noioso, mi passa tutta la mia vita davanti. cioè, non tutta ma delle immagini all’improvviso, in cui mi percepisco in un altro posto, magari dimenticato o poco identificabile. così.
poi capita che nel tornare a casa vedo delle cose vere ma non meno strane: tipo un adesivo sul tram, l’altro giorno, che diceva «fotografiamo la tua cellulite gratis» (e io ho pensato ma neanche se mi pagaste profumatamente, figuriamoci gratis), e accanto al tram uno che andava in moto con un casco uguale all’elmetto delle sturmtruppen. un altro giorno, un cellulare della polizia penitenziaria e un signore vestito da capo a piedi di arancione brillante, dalla maglietta ai bermuda ai mocassini di pelle. e oggi una signora vestita da capo a piedi di arancione brillante, dal tubino un po’ lucido alla borsetta di una stoffa simile, fino ai mocassini. di pelle. questi due li ho visti in posti non distanti – secondo me si conoscono, potrebbero addirittura essere marito e moglie.
i titoli di testa


di bullitt di peter yates, 1968, rivisti a illustrazione del terzo articolo raccolto questa settimana sui titoli dei film (strana combinazione – vedi lista di furl più giù, nel colonnino).
questa volta si parla di pablo ferro (ma bisognerebbe anche immaginarsi la musica di lalo schifrin).
silver sixties
non so se siamo in molti ad aver avuto la beatlesmania dopo la morte di john lennon. a me è capitato così, e forse se ne dovrebbe dedurre qualcosa, ma ancora adesso non so cosa. è stato il mio primo interesse musicale; tardivo, perché in casa non si sentivano né dischi né radio (ma mia madre da giovane andava al regio e quindi conosce l’opera).
la prima rivista musicale che ho comprato è stata il numero di tuttifrutti con lennon in copertina, il primo libro del genere che ho letto è stato shout. la vera storia dei beatles di philip norman (oscar mondadori). libro che, in particolare, mi fece nascere una quasi morbosa e mai sopita curiosità per il periodo amburghese dei beatles.
peraltro era parecchio tempo che non pensavo più ad astrid kircherr, l’amica fotografa dei beatles in germania, quando l’altro giorno ho trovato un paio di siti in cui si possono vedere (ed eventualmente comprare) le sue foto: center of beat e rockstore. non sono però riuscita a scoprire che altro abbia fatto lei nella vita. il suo résumé ufficiale («negli anni 70 e 80 la fotografia per ak è diventata meno importante») mi fa un po’ tristezza, come se per lei tutto si fosse fermato lì, tra il 60 e il 64.
jerry schatzberg, invece, è il fotografo di blonde on blonde di bob dylan. altri ritratti di celebrità – compresi due di edie sedgwick – sul suo sito (visitato via anna karina’s sweater, il miglior blog di cinema che ci sia).

