molto fumo e poco arrosto

la collega f., cantante amatoriale, dice che la presenza di molto fumo sul palco non fa bene alle corde vocali. direi però che non è una spiegazione sufficiente per l'afonia di andrew eldritch, che ha ridotto il concerto di ieri dei sisters of mercy (milano, alcatraz) a una tiratona hard rock (sì, perché a parte la famosa batteria, di elettronica ce n'era pochina e il baldo giovane chitarrista spadroneggiava – bel ragazzo, però).
forse giusto che i pezzi famosi risultino quasi faticosamente riconoscibili, così sussurrati e, mi è parso, accelerati; l'impressione complessiva è a tratti divertente, ma piuttosto superficiale. non che li avessi poi seguiti molto, ma certi bei pezzacci cavernosi avevano una grandiosità un po' malata che si stagliava su altre cose new wave: di tutto ciò non v'è più traccia.
concerto sul palco piccolo, e non si era neanche scomodato il gotha dei dark milanesi, quelli che ci aspettavamo in alta uniforme.

ormai dovremmo cominciare a tirare le somme di tutte queste tournée di vecchie band…
vediamo, dando 10 agli wire del 2003 (ma pare che anche la settimana scorsa fossero ugualmente in forma, e dire che gli anni passano):
sisters of mercy 5
damned 6
stranglers 7
killing joke 8
siouxsie 8 (media dei 3 concerti visti dagli anni 90 a oggi)
tuxedo moon 9
sempre parlando di gente che ho visto suonare ben dopo i tempi del loro massimo fulgore, potremmo contare anche i bauhaus nel… 98? voto 11, se non ho mitizzato nel ricordo.
in anni recenti ho colmato le mie lacune pure relativamente ad ancor più anziani mostri sacri: iggy, tom waits, neil young, tutti tostissimi.
e nella categoria omini strani: julian cope, robyn hitchcock,stan ridgway, jonathan richman, arrivati in solitaria, ma senza deludere.
dunque il bilancio non è poi così negativo: la serie «rose e le vecchie cariatidi» continua…

wroclaw puppet theatre

ringrazio anna castagnoli per aver segnalato da barcellona cosa succede di imperdibile dietro casa mia: ero così impegnata a evitare i molesti clown di strada (il quartiere ne è periodicamente infestato) da non accorgermi delle iniziative su bruno schulz. le ho perse tutte – oggi doveva esserci ancora la mostra (ci saranno state stampe originali del libro idolatrico?) ma il posto è rimasto chiuso – tranne lo spettacolo teatrale. meravigliosamente polacco: bombette e abiti polverosi, banchi di scuola, fantasia e claustrofobia.  la scena con i libri che volano e e il letto del vecchio padre in sanatorio sono indimenticabili.  a questo punto dovrei dire qualcosa di sensato sulla finzione teatrale che diventa al quadrato con le marionette, sul fatto semplice e geniale che le marionette sono i fantasmi, sul piacere di veder ricostruito un mondo con quattro telai di legno, poche luci e i gesti giusti (magici nel senso che vanno molto al di là della loro reale portata), sul fatto che su qualche sito americano ho letto «fra kafka e chagall» è mi è sembrato avere un senso, ma ho ancora mal di gola e voglio ritagliarmi mezz'oretta di veglia per leggere bruno schulz…

appaloosa

di ed harris, in quanto western contemporaneo, me l'aspettavo violento e tormentato. invece è quasi lieve, sartoriale, bei vestiti e facce rugose, un piccolo apologo di frontiera, la smalltown di legno vista davvero piccola com'è, scenografia e costumi.  una commedia seria.  come se billy wilder avesse fatto un western.  a me è piaciuto (a p. secondo me è piaciuto meno, alla fine si spara davvero poco.)
irriconoscibile (purtroppo) la presenza di lance henriksen.

oggi un anno fa

si chiudeva (male) la mia personale esperienza di avere
«qualcuno» in un reparto di terapia intensiva (e il resto del mondo,
gli stessi altri pazienti vicini, chi sono, «nessuno»? come siamo limitati, davvero). ho di conseguenza un
rispetto enorme per chi ci lavora e un proporzionale disgusto per chi
si permette di strumentalizzare certe situazioni promuovendo pseudoragionamenti affrettati, scorretti, viziati.

l'amarezza per la storia di eluana englaro per me è  la solita che emerge sempre nel constatare quanto poco il rispetto per le persone sia considerato un valore.  spesso questo effetto collaterale del dogmatismo paracattolico si annida all'interno della famiglia stessa; questa volta no, grande pietas all'interno della famiglia e grande vociare di estranei fuori (tra cui quelli quelli che si appropriano della parola libertà).

ci trovo un'altra lettura possibile per il famoso finale di fumatori di carta di pavese:

rispondere no
a una vita che adopera amore e pietà,
la famiglia, il pezzetto di terra, a legarci le mani.

lo trovo citato in un testo bello che sto leggendo per lavoro, parla degli anni sessanta-settanta, di donne, di scelte. intanto mi ero messa a leggere la biografia di marianne faithfull (il libro l'avevo da anni, è rispuntato fuori insieme al bellissimo disco nuovo di lei): anni sessanta-settanta, donne, ecc. l'altra sera sono spuntate da un dvd le immagini di les hautes solitudes di garrel: anni sessanta ecc. ecc. coincidenze.

hitchcock e new york

Una cosa che mi sono spesso chiesto in seguito: perché non avevo mai fatto nessun tentativo di visitare l’America fino al 1927? Me lo chiedo ancora adesso. Incontravo costantemente degli americani, ero in grado di leggere perfettamente una carta di New York e conoscevo a memoria gli orari dei treni americani, perché mi facevo spedire gli orari ferroviari: era il mio passatempo preferito. Potevo descrivere New York, dove si trovavano i teatri, i grandi magazzini. Quando parlavo per un po’ di tempo con degli americani, mi chiedevano: «Quando c’è andato l’ultima volta?». Io rispondevo: «Non ci sono mai stato». Non è strano?

(il cinema secondo hitchcock di françois truffaut, pratiche editrice, parma 1985, p. 102)

domani è il 30 gennaio

data nefasta della storia irlandese. alla tv cult dà il film bloody sunday, io invece sono andata al dal verme (nella finora inesplorata sala piccola) a sentire paul brady.
credo abbia trovato il pubblico un po' troppo timido ma non si è certo lasciato smontare: nonostante avesse il raffreddore ha sfoderato il suo bel vocione e ha cantato da solo un'ora e mezzo.  pur non essendo uno dei miei irlandesi preferiti – le sue canzoni sono molto descrittive, quotidiane nelle emozioni che evocano, poco visionarie – si è fatto apprezzare, soprattutto nel vecchio pezzo sugli operai irlandesi in inghilterra nothing but the same old story e nei pochi traditional: il concerto si è concluso con una trionfale homes of donegal.
(ovviamente ci sono stati anche momenti di chitarrismo sfrenato apprezzato dagli intenditori.)

the stranglers

al rolling stone un sabato sera, senza cornwell ovviamente (ma che tamarro è questo baz warne?), e purtroppo senza neanche il batterista jet black settantenne, mettono su ugualmente un concerto che sono contenta di aver visto. spiccio ma efficace. del resto fanno un greatest hits tour, quindi ce n'è per tutti, pure le cover walk on by e all day and all of the night (next best thing rispetto al sentire i kinks, suppongo.)

al ritorno, il quartiere è affollatissimo per la festa pre-sgombero del centro sociale pergola. all'una e un quarto fuochi artificiali: dalla finestra del terzo piano si vedono benissimo, sembrano fatti per noi… un paradossale buon anno a un quartiere assediato dai cantieri, che estromette la macchia di colore dell'ultimo centro sociale della zona.  bisognerà inventarsi qualcos'altro.