





do un contributo teorico alle iniziative blogastronomiche (bellissime, ma non riesco mai a cucinare niente in tempo).
gattostanco oggi ci provoca sulla vexata quaestio dell’insalata di riso: e io rispondo che gli ingredienti per l’insalata di riso sono prosciutto cotto a cubetti, formaggio a cubetti, piselli, pomodoro fresco (abbondare col pomodoro), olio extravergine.
questa è per me l’ortodossia, una delle poche cose in cui aderisco completamente all’istituzione familiare, materna, matriarcale. poi ci sono tanti risi freddi diversi e buonissimi, ma non sono l’insalata di riso: non fatemi vedere wurstel, sottaceti o tonno. al limite un’oliva nera, se proprio.
il giorno in cui sono nata, al primo posto della classifica inglese c’era hello goodbye dei beatles.
px, avendo qualche anno di più, si ritrova bebé sulle note di she loves you.
(avete letto il 3451° stratagemma per convincersi ad accettare la propria età.)
o ce l’hai o non ce l’hai: è quella parte del cervello che ti fa piacere le serie televisive, le trasmissioni radiofoniche quotidiane, i weblog, topolino. tutte le forme di testo il cui valore non sarebbe lo stesso senza la ripetizione. (anche l’abusata metafora della malattia può essere adatta: il piacere della serialità come un germe delle modalità cognitive [ma come parlo? questa carenza di lessico scientifico è scandalosa]: si installa, e cerca continuo nutrimento).
comunque sia, colui che notoriamente non ce l’ha (il sensore, oppure è immune al germe o verme) ieri sera tornando a casa e trovandomi davanti al computer – come accade, diciamo, spesso – si è messo a ridere e mi ha detto: «mi pare che sei entrata nella P2!»
per la verità, mica sempre sto lì a leggere/scrivere blog (cosa che tra l’altro, in questo periodo mindboggingly dull, posso fare, ehm, in ufficio).
è vero invece che il computer per me (e ovviamente anche per milioni di altre persone, che però non vivono in casa mia) non è più solo uno strumento per lavorare o per fare alcune ben delimitate altre cose.
un po’ è la rete, sì: il computer c’entra con tutto, in particolare da quando c’è la linea veloce (è interessante mettersi in casa un pezzo di tecnologia in più e stare a vedere che cosa farà di te): banca e altre cose burocratiche. ricerca informazioni. ricerca robe da comprare che altrimenti non si trovano. lettere agli amici. pigrizia: faccio prima ad aprire il portatile che a prendere un’enciclopedia.
un po’ è la possibilità di digitalizzare, be’, tutto. siccome per me la sintesi (ho un ossessivo bisogno di sintesi, una compulsiva tensione alla sintesi), ormai l’ho capito, alla fine è più importante della qualità, la possibilità di tenere vicini parolefotofilmusicaestratticontoebook eccetera è di importanza inestimabile e mi pare foriera di una vita migliore. non so bene perché. ma sono sempre lì ad aggiungere pezzettini.
si tratta anche di una via una fuga dai problemi logistici: in una casa mancherà sempre spazio, oppure bisognerà traslocare. il powerbook, non lo nego, è piccolino e un po’ vecchiotto, ma se gli regalo un masterizzatore e un altro hd, chissà mai dove potrà arrivare.
il giorno che riesco a sostituire la scarpiera con un hard disk, sarà meraviglioso.

l’altro giorno mi ha colpito un post di babsi jones, che esprime un concetto a me ben noto: una volta, anch’io della natura me ne sbattevo, proprio, e invocavo come mie solo le giungle d’asfalto. adesso, quando vedo un fiore poco ci manca che il trucco (tanto caro a chi ama l’artificio come arte di costruirsi un mondo) mi si sciolga indecorosamente. un’interpretazione possibile, oltre a un rammollimento forse fisiologico e progressivo, al quale però una mente vigile dovrebbe pur riuscire a opporre resistenza, è questa: davanti a un’umanità che tanto spesso dà il suo peggio, datemi la natura, ecco. spiacevole finché si vuole – non ci sono solo i fiori – ma almeno so con chi ho a che fare (poi ci penso io a stare a distanza di sicurezza, grazie). e anche i gatti, anche i gatti non mi sembra che mi piacciano per il loro essere «i meno animali delle bestie quadrupedi» (per quanto la loro adattabilità a vivere con noi chiusi in appartamento abbia dell’inquietante) ma proprio perché bestie sono; anche dietro al più domestico la bestia sempre c’è, e l’indifferenza inconsapevole che le è propria è così vera da farmi venire un groppo in gola.
il mio viaggio di sabato verso imola si è svolto con tre mezzi di trasporto: treno, auto e bicicletta.
al matrimonio della mattina avevo un vestito verde bandiera a grossi bolli bianchi, con una giacchina che per caso è dello stesso verde e sandali bianchi. il mio moroso ha detto che ciò sarebbe stato più adatto a un matrimonio nell’ohio degli anni 50, a patto di avere un grande cappello. mio padre ha detto che sembravo miss lega lombarda.



anche questo esperimento di ubiquità è fallito. ho mollato il matrimonio ben prima del taglio della torta, ma questo non mi ha impedito (coda in autostrada) di arrivare al festival troppo tardi per vedere i pixies :-(((( per i quali dovrò continuare a vivere dei ricordi del secolo scorso. la disperazione mi ha impedito di gustare il solare concerto di ben harper, ma mi ha sicuramente predisposto nel migliore dei modi al concerto dei cure.
a un certo punto mi sono convinta della legge dell’impenetrabilità dei corpi, e mi sono rassegnata a restare un po’ indietro sulla destra, più avanti del mixer, ma lontano dal palco. il luogo si è rivelato infestato di fan dediti a cori da stadio assolutamente incongrui per un concerto dei cure (perlomeno nel secolo scorso, dev’essere cambiato qualcosa) e altri fan dediti a un’assidua fotodocumentazione dell’evento. poiché la mia statura mi permette di vedere pochino, anche se rispolvero le nozioni di danza classica necessarie a rimanere a lungo in punta di piedi, è stato il primo concerto che ho guardato prevalentemente attraverso gli schermi ai lati del palco (ovviamente px conosceva gli operatori – l’ho sollecitato a procurarsi a sua volta lavori simili) e attraverso i viewfinder delle videocamerine dei vicini. poiché queste facevano dei totali mentre le riprese ufficiali erano per lo più primi piani, la cosa ha funzionato in una sua maniera un po’ spettrale piuttosto adatta alla circostanza. robert smith canta arricciando il naso in una maniera molto carina. continua a fregarsene della linea, sul palco lavora convinto e si diverte (veramente toste le canzoni nuove – il disco esce venerdì).
robert smith è un grande: va detto, credo, perché a forza di parlare dei cure sempre e soltanto in relazione a un sottogenere si rischia di scordarsene. venticinque anni di carriera di un rigore invidiabile. un suono inconfondibile, ricco, evoluto. qualità media delle canzoni: alta. concerti ottimi: lunghi, compatti, belle varianti negli arrangiamenti. costui dice pure cose intelligenti nelle interviste, non so se mi spiego. però, si dice, «eh, i cure… saran bravi, ma devono piacere»…
a me piacciono. e sentire quella voce è come tornare a casa.
ps a proposito dei megaconcerti, tuttavia, mi allineo al mood del toccante post di polaroid.
se sabato prossimo doveste andare nella città dove siete nati, al matrimonio di uno che da piccoli volevate sposarlo voi, e poi proseguire lungo la via emilia fino ad arrivare nelle ore più calde in un autodromo affollato, dove la maggior parte di quelli che suonano saranno più vecchi di voi ma la maggior parte del pubblico sarà molto più giovane, e insomma doveste affrontare una giornata potenzialmente ricca di picchi emotivi ma più probabilmente foriera di una stanchezza tipo chi-me-l’ha-fatto-fare, insomma, voi… che cosa vi mettereste?
è un paio d’anni (da quando il peggioramento dei programmi non è più un divenire, ma ha proprio toccato il fondo ed è rimasto lì) che cerco di fare obiezione al pagamento del canone.
di solito resisto fino all’avviso di pignoramento, poi il mio timore della legge (non credo sia amore per la legalità) mi fa cedere, e pago. rimettendoci, ovviamente.
oggi è arrivato il secondo sollecito.
ricordo che la prima volta che mi scrisse la rai fu quando mi ero laureata da poco e attendevo risposta ai curriculum mandati in giro. pertanto nell’estrarre la busta dalla cassetta delle lettere pensai sulle prime che la rai volesse offrirmi un lavoro. fu un attimo. brevissimo. poi mi venne in mente che avevo appena comprato un televisore.