my name is michael caine

l’altra sera ho visto finalmente l’americano tranquillo: non la versione del ’58 di mankiewicz ma quella recente di phillip noyce, con michael caine. ci tenevo perché sapevo che, per il cinismo malinconico di un personaggio di greene, caine sarebbe stato perfetto. il film lo è un po’ meno, ma comunque un’ottima scusa per andare a recuperare di corsa il libro – uno dei greene in cui l’ambientazione esotica è puro spaesamento e ci sono frasi come: «Chiusi gli occhi e immaginai di essere altrove, seduto in uno dei compartimenti di quarta classe delle ferrovie tedesche prima che Hitler andasse al potere, quando ero giovane e potevo stare alzato tutta la notte senza che mi venisse la malinconia, e quando i sogni del risveglio erano pieni di speranza e non di paura».

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un quadro fiammingo a madrid


la madonna dell’albero secco ovviamente non è quello che sembra (per esempio un sogno di gutenberg dopo due birre di troppo). petrus christus a bruges faceva parte della confraternita dell’albero secco fondata da filippo il buono. l’albero rappresenta la corona di spine e le quindici piccole «a» le avemaria del rosario. il quadro è piccolo ed era probabilmente un’immagine privata per le preghiere domestiche; pare che ogni membro della confraternita ne possedesse una simile.

due quadri spagnoli a londra

san michele e il diavolo di bartolomé bermejo

tazza d’acqua e rosa su piatto d’argento di francisco zurbarán.

la prima riproduzione è proprio bruttina. visto che nessuno osa mettere online altre immagini dei suoi quadri, la national gallery farebbe bene a curare un po’ di più la qualità di quelle del suo sito.
sarebbe bello che la rete risolvesse l’annoso problema delle riproduzioni dei dipinti: all’infedeltà/inaffidabilità di quelle a stampa ci si è arresi (comunque rimane pazzesco che si sia potuto imparare qualcosa di storia dell’arte dalle immagini di libri come l’argan). in forma elettronica, con un po’ di attenzione, di certo si può far meglio, eliminata almeno la mediazione del processo di stampa (tra l’altro la carta invecchia, i pixel no). ma sarà necessario rifotografare tutto in digitale, per non ripartire dalle vecchie foto?
vorrei documentarmi un po’ sull’argomento.

fuga nel 1962

1962.jpgieri sera ho visto down with love – divertente, ma della commedia sofisticata è meglio rivedere gli originali – ambientato nel 1962. arrivo a casa e in tv c’è heimat 2, l’episodio il gioco con la libertà (link per chi sa il tedesco, non per me), ambientato nel 1962.
un caso, o coincidenze di una tendenza rétro così diffusa che comincia a inquietare persino me e il mio tenace culto estetico degli anni sessanta. non vedo l’ora che passino di moda un’altra volta. al cinema quest’anno c’è stato addirittura il remake di sciarada… (non era male, the truth about charlie di demme, sono solo contraria ai remake. mark wahlberg al post di cary grant… insomma, ci vuole del coraggio). e questa settimana il new york times individua come tendenza moda il ritorno di Miss Prim, la Signorina Linda se non addirittura inamidata, con colletti alla Peter Pan (?). più che vintage, mi pare retrogrado.
per tornare a heimat, scopro adesso che del film-fiume – niente, ma proprio niente a che vedere con la meglio gioventù – reitz ha girato una terza serie, sugli anni dalla caduta del muro di berlino al 1999. le altre parti erano uscite al cinema. e questa?

brivido caldo

l’estate non mi è mai piaciuta molto: non ho la passione del mare, e in più temo il caldo. conosco quello del sud, che mi trasforma in un essere affascinato e stordito, e quello di città. l’estate urbana, però, ha un vantaggio: appena si comincia a vivere con le finestre aperte, in qualsiasi cucina di città (da quando ci abito) mi sembra di essere dentro la finestra sul cortile. che per ottenere il massimo dell’immedesimazione va rivisto va rivisto così, d’estate, boccheggiando sul divano, con la luce spenta (mai provato con la gamba ingessata). leggendo wilsonscrivere di un altro bellissimo film sullo stesso argomento, mi è venuto in mente questo: sarà senz’altro vero che tra gli elementi costitutivi del cinema c’è il collegamento al voyeurismo, alla pulsione scopica eccetera. ma per me è anche viceversa: la curiosità con cui si guarda dentro una finestra, dal balcone di fronte o, più ancora, da un treno che attraversa la periferia di una città, somiglia molto al piacere cinematografico di guardare una storia dall’esterno, una storia finta; o al piacere di guardare una casa di bambola con l’illusione di capire una struttura. insomma, le immagini e le storie in-formano tanto la percezione che anche il voyeurismo finisce per assomigliare al cinema e al gioco, non solo il contrario. 
e il bello di la finestra sul cortile sta proprio nel riprodurre al quadrato il piacere del cinema stesso. senza aria condizionata (colonna sonora: estate di bruno martino).
ora vado, perché alla televisione c’è manhunter

17.07.04: in piena estate, aggiorno aggiungendo due immagini di quadri di hopper (from williamsburg bridge e house at dusk) che colgono proprio la struggente sensazione di sbirciare in una casa altrui – e che mai sarà nostra, per fortuna o per disgrazia – dal finestrino di un treno.

è opinione comune che fra le fonti d’ispirazione figurativa di hitchcock ci fosse hopper (soprattutto per la casa di psycho; mi pare ne parlasse anche la mostra di qualche anno fa su h. e la pittura).
un articolo recente sul pittore osservava però che «anche se c’è un senso di voyeurismo in quadri del primo periodo come night windows, hopper era più interessato a catturare il contrasto fra luce e oscurità, fra interno ed esterno, che non a raccontare una storia. se alfred hitchcock ha imbevuto questi soggetti di significati sinistri in film come la finestra sul cortile e psycho, ciò non significa necessariamente che questa fosse l’intenzione originale di hopper».

incarnazioni oblique di istinti autobiografici

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sophie calle fotografata da jean-baptiste mondino

no, non mi riferisco ai blog ma al lavoro di sophie calle (c’è una molto sbandierata mostra al centre pompidou). foto, scritte, oggetti che ricostruiscono un momento della vita propria o altrui. di un inseguimento per la strada, di una crisi amorosa, di un’indagine sociologica rimangono tracce raccolte in installazioni e libri. i libri di sophie calle li pubblica la casa editrice di arles actes sud. una foto sua – l’ho scoperto oggi – è quella della copertina di hotel world di ali smith: cosa che non sapevo quando ho scritto questo post.

le galapagos e bach

restano in mente, dopo aver visto master and commander. ci trovo quasi sempre qualcosa di buono in peter weir; fa spesso film magniloquenti o commoventi, ma con stile. qui c’è la nave che sembra viva. il suo film che avrei voglia di rivedere: fearless, con quel meraviglioso attore che è jeff bridges (sito sorprendente, da vedere). il suo film che ho visto troppe volte: green card (o forse witness?). il suo film che ho visto solo in tv: picnic a hanging rock. il suo film che non ho visto: mosquito coast. il suo film che mi ha trovato giovane e vulnerabile all’adagio di albinoni: gallipoli. a pensarci bene, peter, non lo pigi un po’ troppo questo pedale della musica barocca?

visioni eterogenee

di fine/inizio d’anno. andare al cinema, si sa, è una delle cose per cui vale la pena di andare a parigi. px diceva: riusciremo a vedere un film di melville? pronti. non un bensì il film di melville, le deuxième souffle. che, caso strano, ha anche in italiano un titolo bellissimo, seppure un po’ lungo: tutte le ore feriscono, l’ultima uccide (traduzione del motto latino che si vede su certe meridiane e che, via melville, dà il titolo a un archivio per ora poco nutrito di questo blog, quello a sfondo più, boh, esistenzial-autobiografico). però il massimo della ricercatezza (o della coincidenza) è proiettare questo film il 29 dicembre, che nella storia è il giorno della rapina fatale… basta, non dico altro.

primo film dell’anno, invece, il dracula danzerino e cinese (più comica che film espressionista, nell’adottare il muto e il bianco e nero) di guy maddin. non sarebbe male vedere i suoi film precedenti; in francia un paio sono usciti in sala.

secondo film dell’anno, a mo’ di bentornato, un italiano che si vede tutto d’un fiato, caterina va in città di virzì. immagino sia un po’ preoccupante identificarsi con la protagonista avendo più doppio dei suoi anni, non?