la signora clutter e le miniature

«gli oggetti piccoli ti appartengono veramente, » mormorò richiudendo il ventaglio. «non sei affatto costretta ad abbandonarli.  puoi portarli con te chiusi in una scatola da scarpe.»
«portarli dove?»
«be’, dovunque tu vada.  potresti star via per molto tempo.»

(truman capote, a sangue freddo, trad. it. di mariapaola ricci dettore, oscar mondadori 1986. copertina: four lane road di e. hopper)

joseph cornell

sta sulla copertina dell'edizione adelphi dei già citati sillabari di parise perché pare che a lui piacesse molto. peraltro, piace anche a me.

in rete si può vedere parecchio cornell – webmuseum e tanti i musei veri: per esempio moma, national galleries of scotland, reina sofia, national gallery di washington.

da leggere: qualcosa dal new yorker.

 

solo nel 2011 sono arrivata al libro di charles simic su cornell, dime-store alchemy (ed. it: il cacciatore di immagini)

dolls

è un film, naturalmente. ma sono anche le icone personalizzabili che si usano per darsi un corpo in rete. questo link, provato da superqueen e garnant (ma eccone un altro, meno ricco), mi ha fatto nei giorni scorsi l’effetto di un videogioco (ai videogiochi non mi sono mai appassionata, ma forse devo ancora trovare il mio). insomma, in cerca di un momento di pausa senza lasciare il computer, mi veniva da tornarci e giocare: non tanto per creare un’immagine di me il più possibile simile a come sono ma per provare qualcuna delle n combinazioni realizzabili, mantenendo il vincolo di una certa somiglianza (zitti, voi che potreste obiettare: la bambola è lusinghiera per definizione, oppure caricaturale, ma certo non realistica).
in pratica, sono regredita ai mesi dell’infanzia passati col naso contro il vetro di una finestra per ricalcare la sagoma di una bambola di carta, allo scopo di disegnarle vestiti che poi coloravo coi pennarelli – ne facevo a decine. la bambola l’avevo ereditata dalle cugine; era in una serie vecchiotta (anni 60 massimo) di due o tre, ma io avevo scelto quella e i vestiti li facevo solo per lei. il meccanismo dev’essere quello solito per cui ci si appassiona alle riproduzioni in miniatura: distanza soddisfacente, facilità di possesso, possibilità di collezionare. era già un po’ che ne volevo parlare perché in rete, guarda un po’, le paper dolls abbondano:

the original paper dolls artists guild.
gothic paper dolls.
belle.
altri personaggi storici, letterari, cinematografici.
questi e altri link.
un deprecabile aggiornamento: celebrity dress up games.

quanto a quelle di carta vera, com’è noto ne pubblica moltissime la dover; io ho questo libro, ma de gustibus

il presepe

che si faceva dai miei era bello: abitava nel camino, aveva un foglio stellato per il cielo, capanna di legno e paglia, statuine di cartapesta zoppe e vecchiotte – anni trenta, se è vero che vengono da quando mia mamma era piccola -, un pezzo di specchio per il laghetto e molto muschio, che allora in montagna c’era e si poteva prelevare a cuscinetti senza troppo incidere sull’ecosistema (o senza porsi il problema). come molte miniature, è una rappresentazione che ha il suo fascino; peccato essere cresciuti, viene da pensare a volte, e aver lasciato andare in malora una piccola tradizione calda; peccato essere cresciuti, ed essere quindi costretti ad apprezzarne in pieno le connotazioni
esecrabili (trovarsi ieri a casa di un  compagno di scuola di p. che al bambino di quindici mesi, che non sa ancora parlare, insegna a indicare «maria» e «giuseppe» nella capanna, calata tra le cornici d’argento celebrative di una vita di professionisti lettori di storiografia di destra). e anche, giusto essere cresciuti, pensare alla palestina oggi e vergognarsi, come diceva bene ieri mirumir.

brivido caldo

rearwindow.jpgl’estate non mi è mai piaciuta molto: non ho la passione del mare, e in più temo il caldo. conosco quello del sud, che mi trasforma in un essere affascinato e stordito, e quello di città. l’estate urbana, però, ha un vantaggio: appena si comincia a vivere con le finestre aperte, in qualsiasi cucina di città (da quando ci abito) mi sembra di essere dentro la finestra sul cortile. che per ottenere il massimo dell’immedesimazione va rivisto va rivisto così, d’estate, boccheggiando sul divano, con la luce spenta (mai provato con la gamba ingessata). leggendo wilson scrivere di un altro bellissimo film sullo stesso argomento, mi è venuto in mente questo: sarà senz’altro vero che tra gli elementi costitutivi del cinema c’è il collegamento al voyeurismo, alla pulsione scopica eccetera. ma per me è anche viceversa: la curiosità con cui si guarda dentro una finestra, dal balcone di fronte o, più ancora, da un treno che attraversa la periferia di una città, somiglia molto al piacere cinematografico di guardare una storia dall’esterno, una storia finta; o al piacere di guardare una casa di bambola con l’illusione di capire una struttura. insomma, le immagini e le storie in-formano tanto la percezione che anche il voyeurismo finisce per assomigliare al cinema e al gioco, non solo il contrario.
e il bello di la finestra sul cortile sta proprio nel riprodurre al quadrato il piacere del cinema stesso. senza aria condizionata (colonna sonora: estate di bruno martino).
ora vado, perché alla televisione c’è manhunter

17.07.04: in piena estate, aggiorno aggiungendo due immagini di quadri di hopper (from williamsburg bridge e house at dusk) che colgono proprio la struggente sensazione di sbirciare in una casa altrui – e che mai sarà nostra, per fortuna o per disgrazia – dal finestrino di un treno.

hopper-williamsburg hopper-houseatdusk

è opinione comune che fra le fonti d’ispirazione figurativa di hitchcock ci fosse hopper (soprattutto per la casa di psycho; mi pare ne parlasse anche la mostra di qualche anno fa su h. e la pittura).
un articolo recente sul pittore osservava però che «anche se c’è un senso di voyeurismo in quadri del primo periodo come night windows, hopper era più interessato a catturare il contrasto fra luce e oscurità, fra interno ed esterno, che non a raccontare una storia. se alfred hitchcock ha imbevuto questi soggetti di significati sinistri in film come la finestra sul cortile e psycho, ciò non significa necessariamente che questa fosse l’intenzione originale di hopper».