ma credetemi, esistono!

si cominciava a disperare, ieri sera, dopo aver passato ore in un mazdapalace semideserto in attesa degli anarchistes (anche stavolta, la sincronia vita mia-concerti estivi è finita in un buco nero – ma delle quattro cinque band per sentire le quali la festa di liberazione estorceva cinque euro, neppure il nome rimanga, anche se forse sarebbe giusto additare al pubblico ludibrio le loro nefandezze).
ieri sera, pubblico poco. ma les anarchistes sono arrivati. e hanno suonato.

un’oretta più un paio di stornelli popolari con la chitarra senza spinotto, perché ormai si era fatta l’una e mezza e ci stavano cacciando via. si è sentito qualche pezzo del disco che uscirà dopo l’estate, e qualche cavallo di battaglia. l’inno a oberdan che mi aveva fulminato all’inizio del concerto dell’anno scorso (assai diverso: una torrida serata piena di gente al teatro della cooperativa) è arrivato alla fine, in un arrangiamento tirato da uno shuffle ballerino. les anarchistes sono da vedere ogni volta che capitano a tiro, che gente che suona così non ne gira mica tanta. (e bisogna andare numerosi, perché di pubblicità loro non se ne fanno, e portare la macchina fotografica, perché ieri non c’era nessuno che gli faceva le foto e in rete ci sono sempre le solite tre, dove non si vede né nicola toscano chino a maltrattare con amore le sue chitarre né mirco sabatini scalzo alla batteria.)
di attenzione e d’anarchia (un bel covo di splinderiani della notte, quelli col template nero) è il blog del cantante marco rovelli, che tiene anche il blog della banda. essa ha un sito, purtroppo flash e poco aggiornato (colpa del tastierista, pare).

ndr: l’uso di parole come «stornelli» e «shuffle» in questo post potrebbe non avere alcuna attinenza con il significato dei termini stessi.

I’ve been chasing ghosts, and I don’t like it

è uno dei frammenti di canzone che, per la combinazione unica di testo, musica o chissà, tengo appiccicati in testa come francobolli su una lettera già spedita. ce ne sono altri, ovviamente. se opportunamente brevi, si prestano tutti a fare da titolo a un blog (happy when it rains, per esempio: mi sentirei di regalarlo, solo a referenziatissimi).

dying on the vine è la mia canzone preferita di john cale. john cale non l’ha suonata nel concerto del 17 novembre. sarebbe scorretto dedurne che quel concerto mi è piaciuto meno di altri? e che per questo ho tardato a cata(b)log(g)arlo (accumulando anche un piccolo senso di colpa in merito)? forse, o forse no. fatto sta che l’impressione residua dell’evento si può chiarire con un confronto tra il biglietto caleiano del 1997 e quello del 2003. ecco, l’effetto è un po’ quello lì.

peraltro, johnny (con questo improbabile vezzeggiativo – se non addirittura giovanni, forse per citare un pezzo dell’ultimo disco – lo chiamavano due vicini di sotto-il-palco: credo fosse per questo che lui rifuggiva ostinatamente dal guardare il pubblico) ha sempre il suo splendido vocione, ha deliziato gli astanti esibendosi in venus in furs (fa un certo effetto sentir cantare quel I am tired, I am weary da uno sopra i 60: aggiunge qualcosa, credo), e i pezzi nuovi li ha suonati con un’incisività che poi mi ha fatto ascoltare hobo sapiens con interesse maggiore (per adesso, però, l’unica canzone alla sua altezza mi pare magritte). la band era simpatica. lui in forma, benché un po’ riservato. quei pezzi in cui imbraccia la chitarra acustica, sempre belli. e allora, cosa? gli anni passano, ecco cosa.

bizzarro, il filo conduttore degli ultimi concerti visti: over 50 (anni) e/o under 300 (persone)… dai wire (la cosa più punk, meno fronzoli da un bel po’ di tempo in qua) a I am kloot (mirabile sintesi di cinismo e calore). E cale, che di certo ha avuto più soldi (e più vanità) dei wire per curarsi denti, salute e guardaroba.