ora si sfoggia una stanton L720 EE soi disant «universale». la prossima volta mi rivolgo davvero ai neozelandesi. comunque, per festeggiare la soluzione, nonché un enorme raffreddore che secondo me giustifica assenza dal lavoro, sto ascoltando il lato b di bossanova (prima di andare non down to the well ma down to the doctor’s per il certificato medico da portare in ufficio domani).
ascolti
una prece
per un sansui PD-15 (automatic direct drive turntable) in cerca di una puntina nuova.
ora l’ho spostato, ma prima stava sull’itinerario di certe scorribande feline e dev’essere stato un inseguimento particolarmente feroce a spingere il coperchio, far cadere il braccio e spezzare la puntina (in alternativa, un poltergeist).
oggi px prova a cercarla a milano, ma io sono tranquilla, tranquillissima. perché nel frattempo ho scoperto il paradiso della puntina: styli. una presenza in rete con funzioni ansiolitiche fenomenali per chiunque si ostini a tenere in funzione un giradischi. che m’importa se la ditta è in nuova zelanda? they ship worldwide.
a real cool time
è arrivare in un terso pomeriggio d’estate in un parco torinese a piazzarsi al fresco sotto un albero, a guardare i pensionati che giocano a bocce, per la maggior parte a torso nudo, e i fan degli stooges stravaccati sotto gli altri alberi, per la maggior parte vestiti. e passare tutto il tempo a ridacchiare senza leggere neanche una riga dei giornali che ci si è portati dietro, anche perché la mescita della guinness inizia alle cinque del pomeriggio.
un po’ più tardi arriva il momento del corroborante hot dog e anche di avvicinarsi al palco, dove tutti se ne stanno placidamente seduti aspettando il crepuscolo e l’arrivo del gruppo spalla. ma supercool è dimenticarsi in un attimo di quei tamarri del gruppo spalla quando entrano correndo sul palco alcuni individui che erano già lì a cambiare il rock’n’roll quando io avevo un anno, e in pochi secondi scatenano un’onda di marea che mi porta su e giù mentre iggy balza a destra e a sinistra e io ci vedo benissimo e rido per tutto il tempo delle prime canzoni, finché non è meglio accompagnare un po’ più indietro la mia amica pa.
ormai a distanza di sicurezza, rimaniamo impietrite mentre iggy fa salire sul palco una masnada di fan scatenando un vero caos, e poi la scaletta si addentra tra i più ostici fiati di fun house. verso la fine del concerto ritroviamo un po’ della nostra comitiva dalle parti del mixer, in tempo per saltare insieme come molle durante la seconda, ancor più devastante (possibile?) versione di i wanna be your dog. la birretta di decompressione al tranquillo chiosco del parco è assolutamente insufficiente a smaltire il rimbombo nei timpani, un simpatico ricordo destinato a indugiare per parecchie ore (px, che è stato davanti tutto il tempo, ne denunciava tracce ancora ieri sera).
credo a questo punto di aver degnamente posto rimedio due mie lacune piuttosto gravi, ovvero: 1. non essermi resa conto per molto tempo che il primo album degli stooges (non per nulla prodotto da john cale) stava lassù nell’empireo dei Debutti Inarrivabili insieme a quelli dei velvet e dei doors; 2. non aver mai visto iggy pop dal vivo fino all’altro ieri. dico, non avrei mai pensato che del rassicurante slogan «non è mai troppo tardi» potesse esservi incarnazione tanto luciferina.
ma credetemi, esistono!
si cominciava a disperare, ieri sera, dopo aver passato ore in un mazdapalace semideserto in attesa degli anarchistes (anche stavolta, la sincronia vita mia-concerti estivi è finita in un buco nero – ma delle quattro cinque band per sentire le quali la festa di liberazione estorceva cinque euro, neppure il nome rimanga, anche se forse sarebbe giusto additare al pubblico ludibrio le loro nefandezze).
ieri sera, pubblico poco. ma les anarchistes sono arrivati. e hanno suonato.
ahi, la luccicanza
ieri ho fatto un saltino sulla sedia vedendo che acoolsha apre un post su shining citando instant karma di john lennon.
infatti quel pezzo lo trovo tuttora inquietante proprio perché mi capitò di ascoltarlo (stava sulla compilation apparsa poco dopo la mai troppo rimpianta dipartita di jl) appena prima di uscire, andare al cinema e vedere shining.
Il film mi fece così paura che da allora il ritornello citato, we all shine on, ahimè, ha perso tutto quel che poteva avere di solare. e da allora, se penso alla canzone penso un po’ al film, e spesso anche viceversa.
adesso me lo dite? bastardi.
concerto a sorpresa dei cure a milano stasera: non mi servivano né il treno né l’auto né la bici per andarci. bastavano i piedi, al limite un tram.
ci siamo passati, volendo potevo chiedere se c’erano biglietti, o sentirmelo da fuori, ma per i miei nervi è stato un colpo troppo duro.
dopo gli schermi e le videocamere di imola, la mediazione continua: me lo sto guardando in tv. spero che tra la mia vita e i concerti estivi si manifesti per il seguito maggior sincronia, sennò sono fritta.
ps anzi, non potevo chiedere se c’erano biglietti: solo inviti per fan della coca-cola e di mtv. bisogna rassegnarsi: sono orribilmente fuori target.
alle 23.45, fine dello psicodramma: era un set di mezz’ora. posso tranquillamente completarlo con il video di orange senza ulteriori patemi…
per la cronaca
il mio viaggio di sabato verso imola si è svolto con tre mezzi di trasporto: treno, auto e bicicletta.
al matrimonio della mattina avevo un vestito verde bandiera a grossi bolli bianchi, con una giacchina che per caso è dello stesso verde e sandali bianchi. il mio moroso ha detto che ciò sarebbe stato più adatto a un matrimonio nell’ohio degli anni 50, a patto di avere un grande cappello. mio padre mi ha detto che sembravo miss lega lombarda.
anche questo esperimento di ubiquità è fallito. ho mollato il matrimonio ben prima del taglio della torta, ma questo non mi ha impedito (coda in autostrada) di arrivare al festival troppo tardi per vedere i pixies :-(((( per i quali dovrò continuare a vivere dei ricordi del secolo scorso. la disperazione mi ha impedito di gustare il solare concerto di ben harper, ma mi ha sicuramente predisposto nel migliore dei modi al concerto dei cure.
quest’anno julian cope
fa le vacanze in sardegna.
(ci sono arrivata dopo aver letto il bel post su di lui pubblicato ieri da rogue semiotics.)
galvanizzata
dal post elettrico di garnant – data di ieri – mi sono fermata a pensare a come mai la musica possa diventare per l’ascoltatore un elettroshock buono, un potente stimolo psicoattivo, un propellente cerebrale e motorio, un anestetico un calmante uno stimolante… (e, di recente, anche qualcosa che mi spinge a lasciare commenti prolissi sugli altrui blog.)
di certo non c’è bisogno di metafore materiali tecnologiche farmaceutiche, basterebbe un po’ di sapere scientifico. o forse no. io non so. niente. aspetto lumi da qualcuno versato in psicoacustica.
ieri sera
vedo per la prima volta una puntata intera del telefilm fox keen eddie, e cosa scopro: musica di daniel ash!
(ma non capisco perché le vecchie glorie della new wave inglese hanno prevalentemente siti internet americani.)
non ho potuto condividere il divertimento con nessuno, perché alla fine dei titoli di testa px si stava già addormentando sul divano. e anche i gatti (forse gli sta antipatico il cane di keen eddie).