a vedere lo showcase di stan ridgway

ci sono andata (dopo aver valutato che rimini e udine erano veramente un po’ troppo lontane, per me, per un concerto acustico – l’unico tipo di concerto che gli ex famosi si possano permettere dalle nostre parti, pare). c’erano parecchi quarantenni going on 13, cioè parecchi sul totale delle persone, a dir tanto un centinaio. c’era questo signore molto arguto che ha fatto da solo quasi un cabaret di storie di una hollywood minore e canzoni alla chitarra (e un po’ d’armonica), e quando fa così è veramente una delizia, anche se, a differenza di altri musicisti della sua età, sembra uno zio un po’ invecchiato.

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canzoni del 79/80 che mi rallegrano le vacanze di natale

sono riuscita finalmente a sentire la ristampa matador di underwater moonlight dei soft boys, due cd pieni di inediti. wow. intanto sono andata svogliatamente a vedere se c’erano novità sui tour di robyn hitchcock – non ci sono quasi mai, almeno per noi popoli mediterranei – e la pagina deputata mi ha fatto saltare sul seggiolino: una data di rh con peter blegvad a milano l’8 febbraio?!  per scaramanzia non dovrei neanche dirlo. o correre subito a stendermi come un tappetino sul pavimento del celebre locale milanese, incurante dei veglioni capodannizi in pieno svolgimento. direi che mi trovate lì.

questi badseeds

sono puntuali come ragionieri nel salire sul palco, numerosi come una compagnia teatrale, superprofessionisti e lavoratori indefessi nel ricreare il suono del disco nuovo, in un set che fila liscio liscio, con le impennate forsennate di supernaturally, get ready for love, there she goes, ma accuratamente distribuite, quasi sobriamente distribuite. i pezzi di prima (prima che bargeld lasciasse, prima che il pubblico di cave diventasse quello indifferenziato e placido dei concerti mainstream e discretamente costosi, prima che la band-modello-base diventasse così evoluta, spettacolare dentro il trapezio delle due batterie e delle due tastiere) arrivano nella seconda parte, tra una red right hand e una stagger lee veramente bellissime; in mezzo anche deanna (ma siccome saltavo solo io ho colpito con il mento lo spettatore davanti, sorry), do you love me, god is in the house, qualcos'altro che non mi ricordo. i brani di the good son sono quelli in cui il suono di prima si fa rimpiangere (weeping song e ship song). e poi sì, alla fine di tutto the mercy seat. finalmente senza giacca e senza coro gospel, un po' meno vecchio elvis, un po' più nick cave.

non sempre i fine settimana

portano sorprese. e invece stavolta, se già ero contenta di un sabato pomeriggio come di vacanza e di novità, in cui non mi sembrava neanche di essere a/di milano (be’, comunque io in effetti non sono di milano), tornare a casa e trovare un’email che mi annuncia un insperato concerto dei legendary pink dots domenica non poteva che rendermi più contenta (oltre a inquietarmi un po’, ma è normale).
dunque, la stessa giornata in cui ho dovuto recarmi al paesello e andare a messa (sì, ho dovuto) si è conclusa con edward kaspel a strillare  «our lady’s selling tissues for the tears, for all the years of blessed rape in the name of our sweet lord» – davanti a cento persone se contiamo anche i baristi, i venditori di cd e la cassiera. ma tra costoro, totalmente imprevisto, si è manifestato il bel viso del cultore di suoni strani a cui devo molti dei grilli che ho per il capo: non ci vedevamo da sei o sette anni, neanche a metterci d’accordo ci saremmo riusciti. L’abbiamo lasciato ad aspettare di parlare con kaspel e silverman mentre noi correvamo a prendere la novanta, con in mente l’ultima bottiglina di birra rossa rimasta nel frigorifero.

one-hit wonders?

in occasione dell’apertura dell’italico itunes music store, musica di giovedì riporta una serie di liste di brani come consigli per gli acquisti: che tristezza, nella colonna chiamata one-hit wonders sono finiti edwin collins e mink de ville (e anche i poveri blue oyster cult).