di musica

«steppin’ out di joe jackson aveva già in sé il germe di tutto il drum&bass» (paolo minella, che fa la migliore trasmissione musicale di radiopopolare)

l’estetica dell’ipod è radiofonica più che walkman-derivata (io sul tram)

stasera, tendenza all’ascolto compulsivo della marche pour la cérémonie des turcs di lully (colonna sonora di tous les matins du monde) dopo aver visto salmagundi del teatro delle albe.
tra i mille riferimenti contenuti in uno spettacolo  apparentemente semplice – quasi banale nel scegliere il registro grottesco e allegorico – sono stata inspiegabilmente travolta dal rimando al barocco (inspiegabilmente mica tanto, in realtà è una ricaduta. ci sarà mica un dvd del molière di ariane mnouchkine, mi chiedo ora).

ieri sera

ho visto uomini in kilt camminare in corso buenos aires e ho sentito vittorio de seta dire che per  la cultura cinematografica (dico io – stava parlando in particolare dell’arte dell’inquadratura) «la televisione è stata come la diga del vajont».
in questo momento mi viene da pensare che, se qualcuno pensa d’impressionarmi con il blando e tedioso canto religioso al megafono che si ode in questo momento fuori della finestra, dovrebbe giusto dare un’occhiata alla sicilia dei corti di de seta. non vedo che senso abbiano, oggi, certe esangui manifestazioni rituali pubbliche – ma sarò io che, come dicevo, non ho (mai) digerito bene (il venerdì santo).

che altro ho fatto questa settimana? ho ripensato a john foxx, che è tornato in attività ma pare faccia ambient music, accidenti a lui. risentita a volume altissimo la raccolta dai primi tre dischi degli ultravox (questo già sabato scorso, forse).
ho ricevuto un pacco di amazon, scoprendo così che sul dvd della tempesta di jarman ci sono due corti come extra, che nella biografia di marianne faithfull ci sono un sacco di foto, che what’s welsh for zen è un libro enorme.
consiglio l’ordinare così, un po’ a caso, per procurarsi il regressivo equivalente adulto di una sorpresa natalizia.

cari miei rocker e musicisti del cuore,

volevo dirvi: piantatela di venire a milano a fare showcase pomeridiani e piccoli concerti in locali intimi dove vi si vede da vicino e vi si può persino parlare. basta, è troppo. dopo julian cope che fa canzoni da peggy suicide sul palco della feltrinelli, liverpudlian vestito da cowboy tenebroso spalleggiato da una gigantografia dei beatles che bevono caffè, intento a ipnotizzare il pubblico battendo sul pavimento, mi ritrovo emotivamente provata.

ice fishing at night

Candelaè una canzone di john paul jones e peter blegvad che ventiquattr’ore fa, sentendola per la prima volta, mi sono trovata ad acclamare con le lagrime agli occhi come un capolavoro. perciò stasera mi sono fatta due sane risate trovandola definita in rete «la peggior canzone della storia della musica» nonché un brano «penalizzato da un testo non esattamente eccezionale» o, per bene che vada, «francamente strano»… di certo, dunque, ci fosse stata più gente a sentire blegvad e hitchcock ieri a milano, sarebbero potuti volare dei fischi; invece il posto era piccolo e i presenti parevano in solluchero come me davanti alla calda intelligenza e ai fascinosi capelli grigi dei due.
ci si è un po’ rifatti di quella volta che blegvad venne alla milanesiana ma riuscì a suonare solo una canzone e mezzo prima che si scatenasse il diluvio (gli inconvenienti di ieri sera si limitavano ad altoparlanti pronti a rumoreggiare per conto loro), e di sicuro, se avessi saputo che l’omone si sarebbe seduto a un metro da noi, nella ristrettezza del locale, per finire il suo bicchiere, avrei portato il libro di leviathan da fargli firmare.
ma, se l’omone con le canzoncine minime mi è piaciuto parecchio, che dire di un uomo solo un poco più basso che da solo riesce a non far rimpiangere una band? 
hitchcock, dal vivo con la sua chitarra e basta (e la camicia con i papaveri e un piccolo sennheiser da fissare con il nastro adesivo), è di un’intensità tale che non osi quasi immaginarti come debba essere con un gruppo, o come dovesse essere da giovane. oppure, ancora meglio, ti immagini che sia più bravo ora che da giovane. insomma, io già dopo chinese bones ero innamorata del suo colorito britannico teneramente arrossato (riflettori? timidezza? quel grande calice di vino italico?) e lo vedevo trasfigurato. poi è uno di quei casi in cui chi se ne importa della scaletta: scrive solo canzoni belle o bellissime, costui. (il meno che si possa dire di una canzone di rh, al limite, è che sia solo divertente.)
io stessa, per la verità, mentre l’altro giorno cercavo di trovare un po’ di tempo per sentire luxor – l’ultimo suo disco che son riuscita a procurarmi – mi lasciavo andare a sbuffi di «che palle, un album acustico». sbagliando di grosso, naturalmente, perché è un disco molto bello. per cui vorrei tentare di riscattarmi dichiarando hitchcock il più grande autore di testi del pop mondiale, almeno nella mia testolina, perché davvero oggi non mi viene in mente nessun altro all’altezza del titolo.

segnalo

a simone, l’uomo lain, casomai ripassasse da queste parti, che gli eventi sulle rockstar più o meno perdute degli anni ottanta vanno promossi proprio fino allo sfinimento, a prova di fan attorno ai quaranta avviluppato dal suo day job, una o più famiglie, varie menate e crisi esistenziali.
ciò per dire che dopo essermi persa il concerto di nikki sudden in dicembre (ma del resto nessuno fra i conoscenti interessati l’aveva saputo), rischiavo di perdermi anche julian cope. ora invece so (che viene in italia per l’uscita dell’autobiografia), e giovedì 10 alle 18.30 cercherò di scapicollarmi alla feltrinelli di piazza piemonte. ma suona anche un pochino, oppure no?

poi, stamattina ho telefonato al numero di cellulare trovato fortunosamente sul tenerissimo flyer di robyn hitchcock (erano secoli che non vedevo una fotocopia su carta giallina): parli con un inglese che prende il tuo nome e ti farà trovare i biglietti, dice, quando martedì 8 attraverserai milano per raggiungere le scimmie – inteso come locale – alle 20.30.

bisogna forse evincere da tutto ciò che per rockstar e fan perduti degli anni ottanta è meglio andare a letto presto? (mannò, pensiamo piuttosto agli orari anglosassoni.)