capita di scoprire che ibs sconta i cd della beggars banquet. ma perché costavano così poco in the first place? (12,90, ribassato a 8,50)
finora non avevo pensato di ricomprare i bauhaus in cd. forse dovrei.
(finora non ho mai comprato cd su internet. forse dovrei)
ascolti
r.i.p.
mi tocca confessare il misfatto – una cosa che non è assolutamente da me, lo giuro, dovete credermi, inspiegabile, incredibile (ma indubbiamente un segnale preoccupante). sabato scorso ho messo l’ipod in lavatrice. ringrazio tutte le persone carine che hanno pubblicato in rete resoconti apparentemente genuini di ipod risorti da lavaggio e centrifuga, una volta evaporata l’umidità: per qualche giorno mi hanno aiutato a sperare… ma il lavaggio a 60 gradi è stato veramente troppo (lo dicono anche le istruzioni, che la temperatura di, ehm, stoccaggio non deve superare i 45 – forse con un lavaggio delicato sarebbe andata meglio?). se qualcuno vuole un ipod morto, è pulitissimo, più bianco che mai. solo per un breve momento, verso mercoledì, si è sentito girare l’hd rotto. le cuffie invece funzionano ancora.
per fortuna non mi ricordo assolutamente di quanti di quei 20 GB di musica non ho backup. e per fortuna avevo già preso un lavoro extra, che forse mi permetterà di impadronirmi in primavera di una di queste creature (peraltro prive di connessione firewire, ohibò). per ora si soffre in silenzio, è il caso di dirlo.
cos’è?
è un biglietto di un concerto, sì. l’ho trovato pochi mesi fa per strada, non lontano da casa; l’ho raccolto non solo perché è di nick cave ma perché sapevo di averne uno uguale da qualche parte, e di essere quindi in grado di ricostruire di quando fosse. stasera ho ricostruito: 24 maggio 1992 (dietro c’è lo stesso timbro, di un organizzatore milanese). caro qualcuno che hai perso questo caro ricordo (ci sono i segni delle puntine usate per tenerlo appeso), nonché nostalgica prova che una volta i concerti costavano 27.000 lire, se lo rivuoi, scrivimi. se no, lo tengo io. (è vero che il mio è più pulito e ha un numero molto più basso, ma devono avermi strappato male la matrice, perché a nick manca un pezzo di testa.)
il primo live dell’anno
già che si è qui a struggersi lavorando come asinelli nella metropoli lombarda, perché negarsi una serata a prima vista un po’ senile ed elettorale, in realtà più che altro gradevolmente milanese – enzo jannacci non l’avevo mai visto dal vivo; martedì sera accompagnava dario fo nella sua tragicomica dichiarazione di amore-odio verso la città di cui vuole diventare sindaco, e mi è sembrato così bravo e commovente – con la sua ottima band – che alla fine ero contenta di aver trovato posto solo seduta per terra sotto il palco.
quanto alla candidatura del giovane ottantenne, che mi ha sempre lasciato assai perplessa, forse l’altra sera ci ho intravisto un senso: una specie di forza della disperazione, la possibilità di «votare un pazzo», come dice lui, in contrasto con le misurate proposte dei concorrenti candidati, che non faticano ad apparire inadeguate se davvero ci si immedesima un po’ con gli enormi problemi di questa città. (sì, sto prendendo troppo seriamente le primarie.)
viggo e i suoi fratelli (+ more 80s music)
(att., spoiler)
a history of violence: una storia (clinica, si potrebbe dire), un passato di violenza, ma anche «una storia della violenza», quasi una teoria della violenza: un film stilizzato – già il piano sequenza iniziale sembra fatto per intrecciare inestricabilmente la violenza alla quotidianità – con una sceneggiatura che sembra una dimostrazione geometrica, perché la violenza le è necessaria. se tom non fosse stato joey, non potrebbe compiere il suo atto di eroismo. se tom non tornasse a essere joey, ancora e ancora, i suoi figli rimarrebbero orfani. la violenza esiste, non può non esistere, può essere accettata, può essere addirittura perdonata, ma non c’è mai un pareggio, la violenza crea un continuo squilibrio tra ragione e torto, tra moralità e immoralità, e il residuo c’è sempre, la colpa.
penso che il film di cronenberg mi abbia fatto particolarmente impressione perché solo domenica scorsa avevamo visto il primo di una montagna di dvd in prestito, lupo solitario (the indian runner, 1991) di sean penn, ispirato a highway patrolman di springsteen, film nel quale il personaggio di viggo mortensen, sempre lui, torna dal vietnam – come già in riflessi sulla pelle? o era la seconda guerra mondiale, o la corea… – e dice al fratello poliziotto: non capirò mai perché se lo fai tu sei un eroe, se lo faccio io mi sbattono in galera. (quella di frankie non è la violenza eletta a sistema dalla malavita, ma la reazione di chi non si adatta, di chi non può davvero mandar giù che il mondo sia com’è.) nothing feels better than blood on blood – ma le occasioni di smentire il ritornello proprio non mancano, nella stessa canzone, figuriamoci nella vita (r.: è grave che mi sia immedesimata in tutt’e due i fratelli? p.: è strano che tu ti sia immedesimata nei fratelli…).
volendo, confrontare il finale dolente ma caldo del film di sean penn con quello devastante di cronenberg. siamo sempre dalla parte del fratello «buono» – solo che qui il fratello buono ha appena fatto saltare le cervella a quello cattivo.
ristampe degli anni 80 o quasi
arrivate in regalo…
the scream di siouxsie and the banshees: dal libretto sembra di capire che non solo la scelta della copertina (foto di paul wakefield), ma forse anche del titolo il dell’album abbia a che fare con il film del 68 the swimmer (un uomo a nudo con burt lancaster, di cui conservo una vhs registrata da odeon), a sua volta ispirato al racconto di john cheever (testo).
cocteau twins, la raccolta di singoli lullabies to violaine, per pomeriggi di vacanza ipnotici e vagamente amniotici.
felt (back in fashion?)



nel salotto dei franz ferdinand,
vestiti come i beatles in un’arena rossa un po’ televisiva, dalle luci raffinate, le cose lampanti sono: che kapranos non ha assolutamente la voce dei dischi (neanche l’accento scozzese, delusione), e che l’accelerazione applicata alle canzoni per ottenere un concerto tirato non fa loro molto bene – se ne avvantaggiano solo i superballabili take me out, michael, this fire suonata in chiusura (certo non la mia preferita dark of the matinee, usata come sottofondo per la scenetta di presentazione della band). dopo un concerto divertente, né più né meno, da rivalutare i meriti della produzione negli album dei ff, e la casuale benedizione per cui la musica, diceva wilde, «ci crea un passato che ignoravamo, e infonde un senso di dolore finora ignoto alle nostre lacrime». indipendentemente dalle intenzioni dei musicisti forse, e per fortuna.
quando si compravano i dischi anche per la copertina
forse avrei preso l’album di clap your hands say yeah, illustrato da dasha shishkin.
editors
(milano, rainbow, 10/11)
hanno proprio un brutto nome, tanto che li avrei sicuramente trascurati, se l’esperto non avesse manifestato un’incrollabile determinazione ad andare al concerto. allora ho ascoltato un paio di canzoni – ma non sono un po’ interpol, ho detto – sono molto meglio, ha risposto (e ti pare che non aveva ragione). siamo andati a vedere; il chitarrista aveva una maglia a righe orizzontali e il cantante – un magrolino – una camicina alla ian curtis (nera con le mezze maniche). sono giovanissimi. è bello vedere un gruppo al primo disco, è semplice: il successo del set non si affida a complicate operazioni di catalogo (quale faranno, questa l’hanno arrangiata diversa, quell‘altra non la suonano più) ma veramente alla musica. e c’è un sacco di energia, qui (it keeps me awake, but i don’t mind). quando le hanno suonate tutte, comprese un paio di b-side, il concerto è finito. l’ultima canzone è quella che piace di più a me, fingers in the factories.