il presepe

che si faceva dai miei era bello: abitava nel camino, aveva un foglio stellato per il cielo, capanna di legno e paglia, statuine di cartapesta zoppe e vecchiotte – anni trenta, se è vero che vengono da quando mia mamma era piccola -, un pezzo di specchio per il laghetto e molto muschio, che allora in montagna c’era e si poteva prelevare a cuscinetti senza troppo incidere sull’ecosistema (o senza porsi il problema). come molte miniature, è una rappresentazione che ha il suo fascino; peccato essere cresciuti, viene da pensare a volte, e aver lasciato andare in malora una piccola tradizione calda; peccato essere cresciuti, ed essere quindi costretti ad apprezzarne in pieno le connotazioni
esecrabili (trovarsi ieri a casa di un  compagno di scuola di p. che al bambino di quindici mesi, che non sa ancora parlare, insegna a indicare «maria» e «giuseppe» nella capanna, calata tra le cornici d’argento celebrative di una vita di professionisti lettori di storiografia di destra). e anche, giusto essere cresciuti, pensare alla palestina oggi e vergognarsi, come diceva bene ieri mirumir.

l come luna

eccoci qui, nel giorno dedicato alla luna, a parlare dell’astro che mia mamma segue per seminare nell’orto. elle come luna ma anche come liberty, dice il giardiniere, preso dal tratto floreale di mackintosh – un’immagine di cui ricordo di aver portato una grande cartolina da glasgow – da un debole per le facciate liberty ammirate al chiaro di luna e dalla florealissima essenza dello jugendstil. per la verità è proprio uno degli spunti che volevo sviluppare nel monday bud blogging, quello della decorazione organica e vegetale art nouveau: per non perder tempo, mi do da sola il compito per lunedì prossimo.
intanto, un mattutino di s. il giardiniere.

«eccola, è la luna delle braccia tese. colta all’alba, nell’ora blu. il cielo era così terso che riuscivi a intravedere tutto il disco. e venere. e l’incedere dell’alba. ti sentivi un’unica cosa con l’energia che pulsa nell’universo. non ti stupivi di un culto per la dea:

… tu che con la tua virginea luce illumini tutte le città, che nutri con i tuoi umidi raggi le sementi feconde, e nei tuoi giri solitari spandi il tuo incerto chiarore, sotto qualsiasi nome, con qualsiasi rito, sotto qualsiasi aspetto sia lecito invocarti, soccorrimi in queste mie terribili sventure, sostienimi nella mia sorte infelice, concedimi un po’ di pace, una tregua dopo tanti terribili eventi, che cessino gli affanni, che cessino i pericoli.  liberami da quest’orrendo aspetto di quadrupede, rendimi agli occhi dei miei cari, fammi tornare il lucio che ero… (apuleio, metamorphoseon libri XI, asinus aureus – libro XI)

sono soltanto i giardinieri oggi, gli ortolani, i boscaioli, i pastori mi chiedo gli ultimi depositari di questo amore? è un fatto che quelli convinti seminano potano raccolgono e conservano secondo le lunazioni.
ma nel passato la luna esercitava il suo fascino anche sui più disincantati osservatori delle vicende terrestri (come sul tenero giacomo: che fai tu luna in ciel? dimmi, che fai?) e la storia dell’arte è costellata da indimenticabili notturni (la luna del raccolto di mackintosh, da una bella galleria del dipartimento d’inglese dell’università dello iowa). la caccia è aperta ai link!
intanto, piero della francesca: il sogno di costantino

suggestioni olandesi

i miei consumi tendono a essere monotematici ed eterodiretti, non riesco a porvi rimedio. qualche settimana fa, quando c’era la pubblicità e**elunga di zero zero fette, mi è venuta voglia di fette biscottate, dopo anni che non ne mangiavo. bene. quelle che ho trovato nel negozio sottocasa erano di marca italiana, ma di tipo «olandese» (buone).  poi, vacanza ad amsterdam e abuso di burro di arachidi.  ora, faticosa ricerca d’informazioni per quel passo verso l’età adulta che è il mettersi in casa in robot da cucina (in realtà è un passo incontro al mio bisogno di straziare i vegetali, non necessariamente una cosa adulta). viene fuori che quello che mi va bene è philips. risultato: mi trovo circondata da ricette che richiedono l’uso di formaggio gouda.

venire a stare a milano

è stato, tra l’altro, un po’ un avvicinarsi alla storia, a dove succedono le cose, quelle di cui parlano i giornali.
nei primi anni, all’epoca dell’università, vedevo piazza fontana senza fontana, perché c’erano delle transenne al centro della piazza per dei lavori senza alcuna relazione, immagino, con la bomba alla banca dell’agricoltura. però per me la parziale inagibilità della piazza (la quale oltretutto è stata sempre sovrastata da un muro diroccato – solo da poco sono cominciati lì, i lavori – che, nel mio immaginario apocalittico, collegavo ai bombardamenti della guerra) in qualche modo funzionava da reminder dei fatti del 69.
più tardi, quando la fontana era già tornata visibile, con p. ho cominciato ad andare alle manifestazioni del ponte per il 15 dicembre, una serata fredda simbolo di un’ostinazione a ricordare e capire irriducibile. ancora più fredda ieri sera (non sui selciati del centro ma nel capannone del leoncavallo) eppure piena di senso oltre che di sciarpe di lana, e non di recriminazioni ma di motivazione.
[era la terza volta che vedevo les anarchistes e la prima volta che vedevo dario fo – il che sarebbe sufficiente a farmi sentire «giovane» almeno quanto tutte le cose del passato che ignoro, e invece pensare di essere nata prima di piazza fontana mi fa sentire vecchissima.]

mantra della serata: leggereilibridicamillacederna leggereilibridicamillacederna leggereilibridicamillacederna.