dopo aver visto nuovomondo

scoperto di avere a casa su un disco di nina simone le meravigliose sinnerman e feeling good.
tornata a cercare sul sito dei registri di ellis island il mio buffo cognome.
grazie a questo e al luogo di provenienza, sono piuttosto sicura che la famiglia arrivata là nel 1898 (e un paio di altre persone nel 1894 e 1918) era mia consanguinea, e fa un effetto ben strano, soprattutto perché nessuno ne sa nulla. (a differenza dei b. partiti più tardi per l’argentina, con le cui generazioni successive si sono rinnovati i contatti qualche anno fa.)

non proprio novità

ma per me sì… scopro solo questa settimana:
un bellissimo disco rock (anche un pochino country): alejandro escovedo, boxing mirror, prodotto da john cale. c’è pure su itunes.
verrà demolito il carcere di long kesh (e c’è un gruppo di studio sul suo utilizzo futuro).
il new york times dice che è di gran moda lo smalto per unghie nero. di conseguenza si potrebbe trovare in commercio con maggiore facilità, prestare attenzione.

ancora febbricitanti

qui ci si consola con la prima stampante a colori dopo anni di severità laser postscript in bianco e nero, si attende per domani un computer da scrivania da 20 terrificanti pollici dopo altrettanti anni di amato portatile (portato principalmente dal soggiorno alla cucina e viceversa), si rimpiangono ottocenteschi scambi epistolari dopo aver letto cox, pensando che non s’è mai visto in our lifetime un servizio postale tale da consentirli.

a chi potesse interessare (…), un link sulla vexata quaestio: erano forse di un componente dei procol harum i dischi usciti negli anni 70 a nome matthew ellis/obie clayton? no, erano di michael cox.

un’altra poesia di hart crane

molto frustrante, cimentarsi con «at melville’s tomb»… afferrare la lettera è abbastanza arduo da impedire tendenzialmente di andare oltre. cercare dei versi, per esempio, sembra diventare secondario, e non è il caso di aggiungere ambiguità (per esempio, non sono sicura che sia meglio «via da questo scoglio» del più chiaro «al largo di», ammesso che voglia dire questo – e, invece, banalizzare bequeath in «recare»?). già sottolineando una sfumatura sembra di forzare.

Al di sotto dell’onda, al largo di questo scoglio
i dadi d’ossa di annegati vide sovente
tramandare un’ambasciata. I numeri, davanti ai suoi occhi,
battevano sulla riva polverosa e s’oscuravano.

E relitti passavano senza suono di campane,
il calice generoso della morte
a ridare un capitolo in frammenti, geroglifico livido,
il presagio avvolto in corridoi di conchiglie.

Poi nella calma circolare di un’unica vasta spira,
placati i suoi colpi e sopito il rancore,
vi furono occhi ghiacciati ad innalzare altari;
e risposte mute attraversarono le stelle.

Bussola, quadrante e sestante non evocano
più maree lontane… Giù nel profondo color lapislazzuli
il canto funebre non desterà il marinaio.
Solo il mare conserva quest’ombra favolosa.

leggendo questa versione, per esempio, che reazione prevale?
a) che fatta cosa!
b) che brutta traduzione
c) non si capisce un tubo

Mi piacerebbe leggerne una fatta con un approccio diverso, se possibile…

ossa, parole (appunti prima di stirare)

vista la sua popolarità (e la mia ignoranza), mi ha stupito non trovare nulla di decorativo nei quadri di basquiat.
invece: struttura, visione a raggi x, mappature semantiche, anatomia, anatomia della città.
la citazione di testi – tecnici, commerciali – non è esattamente pop.
il colore forse sì.
il tratto apparentemente infantile si può ottenere solo via regressione autentica (grazie spider).
every line means something (j.-m. b.)