ho il brano di fleming da cui viene il titolo
e la considerazione che, pur rischiando di essere un film di vendetta, ne esce molto bene: bravo daniel craig, maledetto ma non completamente dannato.
rischia anche di essere un film d’azione esasperata, ma in qualche modo si riscatta pure da questo. insomma, l’abbreviazione poco rispettosa sul biglietto, che recitava "quantum of sola", è stata smentita.
[io ovviamente mi identifico sempre più con M, sempre meno con le bond girls :o]
Autore: alba
les choses
non ho intenzione di parlare del libro di perec, ma è da un po' che penso al rapporto che si ha con gli oggetti e in particolare a come la «vita digitale» lo modifichi.
negli ultimi anni mi è successo di avere a che fare con moltissimi oggetti (fare/disfare case e/o personal belongings di qualcuno; shopping abbastanza compulsivo di cose nuove, forse causa reazione alle immersioni tra le vecchie, oltre a sufficiente disponibilità di reddito ed esposizione via web a velleitarismi di ambito, uhm, lifestyle) e parallelamente di cominciare a usare la fotografia digitale, vederne molta via internet ed essere attirata morbosamente dai siti che osservano cose (eg simply breakfast, what did you buy today, flickr in generale, ma soprattutto e prima di tutto heavy little objects: cercando il link per questo post ho scoperto che è ricominciato! sì!)
nel complesso, ho una maggiore attenzione alle cose nuove legato all'apprenderne l'esistenza in rete, e una maggiore attenzione alle vecchie legato a tentazioni di collezionismo. (entrambe collegate a un bisogno di evasione «oggettivizzato», una sorta di perversione, forse? o di «ritorno» dal websurfing: da una dimensione immateriale a quella materiale che ci contiene, e penso di non essere l'unica a sentire la frattura.)
non ricordo bene perché ho preso la piccola nikon, circa quattro anni e mezzo fa, ma credo sia stato per poter produrre facilmente immagini da mettere sul blog e forse anche perché speravo che la semplicità d'uso (immediatezza, portabilità, libertà di scatti infiniti) sbloccasse l'imbarazzato/insoddisfatto rapporto con la fotografia che – soprattutto causa imperizia tecnica – avevo fino a quel momento.
un risvolto imprevisto è stato la tentazione di guardare qualsiasi oggetto quotidiano «con un obiettivo», forse quello di trovare il suo valore aggiunto (estetico, sentimentale), forse di stabilire un distacco che favorisca la comprensione, l'assimilazione (per me funziona appunto così, col distacco – che ci vuoi fare).
la tentazione di fermo immagine-riproduzione riguarda non solo ma soprattutto le cose vecchie. seguono due esempi che mi stanno un po' ossessionando, in cui mi pare di aver ottenuto «qualcosa» (non una buona o bella foto, ma di aver estrapolato qualcosa dall'oggetto).
qui abbiamo: un oggetto ritagliato fino a essere irriconoscibile, un particolare più importante del'oggetto da cui viene e che sembra rappresentarne perfettamente l'epoca (illusione), un oggetto sfocato appiattito su uno sfondo sfocato fino ad alterare la percezioni delle superfici (profondità e grana).
qui abbiamo: un oggetto nuovo eppure vecchio (e viceversa), osservato a prescindere dalla sua funzione originaria, un manufatto giustapposto per caso a due elementi vegetali, una superficie dalla funzione sufficientemente astratta da non essere più il davanzale di una finestra, una macchia di colore (vernice della persiana) non degna di osservazione se non ritagliata così dall'obiettivo. esaltazione di filamenti, macchie, grana.
divergenze linguistico-generazionali
sto seguendo uno stagista, giovane aspirante redattore alla sua prima revisione. molto interessante.
mi ha appena obiettato che l’espressione «il cellulare della polizia» è incomprensibile: il lettore medio venti/trentenne pensa a un telefono. ho dovuto riconoscere la mia appartenenza a una generazione in cui, non essendoci i telefonini, il cellulare era solo un furgone.
per non obliterare questa accezione dell’aggettivo (eventualmente sostantivato), ho suggerito di adottare l’espressione composta sul vocabolario: furgone cellulare.
a un primo ascolto
l’album dei cure è tutt’altro che uno dei loro migliori.
(io faccio questi sforzi di tenermi aggiornata, poi mi giro un attimo p. ha già messo su seventeen seconds.)
the league of extraordinary gentlemen
mi ha colpito fra le altre cose per l’urbanistica visionaria di kevin o’neill – simile a certi sogni che faccio, con delle città-mosaico di stili e dimensioni. una tavola di parigi mi ha ricordato una cartolina che avevo con un disegno assolutamente fumettistico di victor hugo – non ho ritrovato la cartolina, ma il disegno era questo.
da compulsare avidamente le note online.
pensavo, che buffo il titolo italiano del film: la leggenda degli uomini straordinari. la ricerca di un termine alternativo sembra quasi ispirata dall’«aspetto» del titolo originale.
regalo di compleanno
per il blog, intendo: mi pare di aver deciso di iniziare poco dopo un concerto di i am kloot, che quest’anno non suonano in italia, ma hanno in uscita un album nuovo… stavolta ci pigliamo il vinile autografato, va’.
dunque ecco halloween
e oggi neil gaiman firmava libri a londra. mi è piaciuto, the graveyard book. mi incanta la grazia con cui gaiman va a fondo della scrittura del fantastico (rivitalizzando qui anche un certo numero di deliziosi stereotipi), la vive, la nutre senza mai arrivare all’esercizio di stile, senza mai separarsi dai suoi temi forti.
il rapporto con la morte, dunque. prima ho letto pet sematary di stephen king–ambedue romanzi sul fatto che i vivi devono vivere finché possono, i morti è meglio per loro e per tutti che restino morti, e la tentazione di cercare una terra di mezzo ci sarà sempre (anche se nessuno che vi abbia messo piede ci si trova bene).
accettarlo serenamente forse non si può: sono sempre alla ricerca di libri che ci aiutino negli esorcismi.
la cucina dell’artista
la residenza di corin hewitt al whitney museum si distingue per la piacevole concessione al voyeurismo dello spettatore (si sbircia nell’atelier dell’artista dagli angoli mancanti delle pareti) e perché il cucinare è a pieno titolo una delle tecniche usate.
tengo d’occhio il sito sperando che venga aggiornato con nuove foto man mano che l’artista… produce.
il fotografo rudy burckhardt
è effettivamente parente di jacob burckhardt.
perché il mio consumismo culturale si sia arrestato davanti all’edizione in facsimile di new york, n. why? (foto di rb, molto stilizzate, testi di edwin denby), ancora non me lo spiego.
forse ero ancora appagata dall’acquisto del libro con le immagini dall’archivio di benjamin – recensione. (l’archivio ovviamente è a berlino.)
pointlessly blogging since 2003
questa settimana si concluderà con il veramente poco trendy quinto compleanno di to drown a rose, blog nato su clarence (ahahah, quindi adesso c’è da qualche parte un blog dada con i primitivi post) e trasferitosi all’inizio del 2004 su typepad (che pure è in giro da 5 anni, e funziona sufficientemente bene da aver ottuso e inibito qualsiasi mio apprendimento nel campo del blogging software e/o web publishing – si impara solo quando c’è qualcosa che non va).
cominciamo a rivisitare qualche argomento degli esordi:
whatever happened to andy crewdson?
nuova piccola scorta di immagini di ben shahn (che tra l’altro durante il viaggio a nyc ogni tanto appariva quale nume tutelare e voce critica, notamment su una certa parete del whitney).

