oggi mi lucido le unghie

e mando un saluto alla persona arrivata qui da google cercando «protosinaitico», argomento su cui pensavo di non sapere, sinceramente, una beata fava, ma visto che google dà tre risultati e questo sito è il secondo… mi sto ricredendo. ora mi studio a fondo il libro di cui parlavo qui, poi mi proclamo autorità virtuale sull’argomento. in fondo, anche cercando protosinaitic i risultati sono solo 84 – tra i quali mi segno ancientscripts, dove perlomeno si vede com’è fatto, il protosinaitico.
(osservazioni: 1. che bizzarra prospettiva del mondo dà il filtro del motore di ricerca; 2. quanto scibile è e forse rimarrà inesistente in rete – se non c’è richiesta, rimarrà chiuso nei libri almeno fin quando la digitalizzazione delle opere di consultazione non progredirà un po’.)

e già che ci sono, via a esplorare questo sito sul rongorongo.

la scrittura, i diari e julian green

ricopio qui un giudizio di benjamin su julian green (dall’articolo su jg di m. raffaeli su alias del manifesto, domenica scorsa), come piccola glossa alle riflessioni di palmasco sulla ricerca di immediatezza nella scrittura e nella narrazione: «La distanza di green dal comune romanziere sta tutta nella distanza che separa rendere presente da descrivere. … green non descrive le persone, le rende presenti in certi momenti fatali. è in certi momenti di strana assenza, di banale distrazione, che il destino visita le sue figure come una malattia» (1930).

io non li ho letti, i romanzi di jg, ma in questo periodo ho sottomano le langage e son double, raccolta bilingue in cui g. ha tradotto in francese i suoi saggi originariamente scritti in inglese e viceversa. e molti (di qui il titolo – forse uno dei primi calchi del titolo di artaud?) hanno per oggetto proprio il bilinguismo, la lingua materna, la traduzione, oltre alla pratica della scrittura.
c’è anche una conferenza degli anni 50 sul tenere un diario (il grado zero della «scrittura dell’immediato» di cui si parla da palmasco, quello schiacciato sul presente), interessante da leggere all’epoca dei weblog che, si sa, spesso non sono giornali di bordo sulla navigazione internet o su altri argomenti, ma diari personali.

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terapeutico

ascoltare la voce asciutta di eliot leggere la terra desolata dopo aver visto il poco efficace spettacolo della cooperativa teatrale dioniso, che mette in scena il testo non resistendo però alla tentazione di inserire altre citazioni del poeta, in modo da far dire il celebre «è questo il modo in cui il mondo finisce» ecc. a una signorina che si toglie due topolini bianchi da sotto la gonna e se li fa correre sulle braccia. bravi i topolini.

2 reperti del venerdì

se ci si interessa un po’ – anche dilettantescamente come me – di caratteri da stampa e grafica del libro, difficile non imbattersi in giovanni lussu. ieri ho trovato in libreria il volumetto libri quotidiani dove racconta molto bene, in tono autobiografico, il suo lavoro di progettazione per i libri dell’unità (’92-’97). è edito da stampa alternativa e graffiti nella collana scritture (ne ho alcuni libri dalle raffinate copertine bianche, purtroppo tendenti a ingiallire molto in pochi anni). essa si occupa non solo di tipografia ma di calligrafia e sistemi di scrittura e segni, ed è diretta dal medesimo g.l.
il secondo reperto di ieri è il catalogo della mostra scritture dell’aiap, piccolino ma zeppo di illustrazioni sui più disparati alfabeti nonché sistemi e supporti di scrittura; progetto e uno scritto di g.l.
in qualsiasi altra disciplina questa onnipresenza di lussu (che non conosco – so solo che insegna al politecnico – ma stimo assai per quello che scrive) sarebbe inquietante. in questo campo specifico, mi pare proprio di no: il fatto è che il vuoto di studi italiani – o in italiano – sull’argomento fino a pochi anni fa era sorprendente, a dispetto dell’importante tradizione italiana in campo tipografico (un breve profilo sull’attualità qui, ovvero in occasione di un’altra mostra dell’aiap). questa, perlomeno, la mia impressione, che peraltro va d’accordo con la generale, bizzarra indifferenza allo «specifico tipografico» che si riscontra in tanti posti dove si fanno i libri.
adesso però, oltre all’aiap e a stampa alternativa, anche le edizioni sylvestre bonnard pubblicano golosità per maniaci della grafica libraria, come un repertorio dell’opera editoriale di munari e i libri di robert bringhurst (io avevo l’edizione americana di the element of typographic style, utilissimo ed elegantissimo).

vedere

la realtà dietro le notizie: impresa quasi impossibile.
è cretino, ma oggi penso continuamente alle palme della stazione di atocha.

poi mi è venuta in mente la rabbia dell’angelo caduto.
(non per buttarla in poesia, che proprio non è il caso.)

misurabilità

«i fisici sostengono che ogni strumento di misura, quando viene inserito in ciò che si vuole misurare, lo modifica e quindi altera il risultato. gli esempi classici sono quelli di un termometro in un liquido, di un manometro in una bombola. mi venne in mente che anche l’osservazione sistematica dei fenomeni dello spirito, in particolare quelli del proprio spirito, aveva un’identica capacità fatale di alterarli. la coscienza di colui che conduce l’introspezione ne incrina l’innocenza e man mano che aumenta la componente di metalinguaggio si perde autenticità. la coscienza in generale cessa di essere uno strumento di conoscenza per trasformarsi in uno sport di lusso, inutile e sciocco, ed elaborai il proposito di liberarmene.»
(miquel de palol, il giardino dei sette crepuscoli, trad. di glauco felici, einaudi 1999)

essere a pagina 25 di un libro di 1075 dà una strana sensazione, su cui per ora non esercito le mie facoltà introspettive.

my name is michael caine

l’altra sera ho visto finalmente l’americano tranquillo: non la versione del ’58 di mankiewicz ma quella recente di phillip noyce, con michael caine. ci tenevo perché sapevo che, per il cinismo malinconico di un personaggio di greene, caine sarebbe stato perfetto. il film lo è un po’ meno, ma comunque un’ottima scusa per andare a recuperare di corsa il libro – uno dei greene in cui l’ambientazione esotica è puro spaesamento e ci sono frasi come: «Chiusi gli occhi e immaginai di essere altrove, seduto in uno dei compartimenti di quarta classe delle ferrovie tedesche prima che Hitler andasse al potere, quando ero giovane e potevo stare alzato tutta la notte senza che mi venisse la malinconia, e quando i sogni del risveglio erano pieni di speranza e non di paura».

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