che palle


anche la feltrinelli ha la carta fedeltà. me la sono lasciata appioppare in un momento di debolezza, e ora sono Titolare (prego notare la maiuscola, Titolare, come la visa gold) di una carta più. un altro pezzetto di plastica che va ad aggiungersi a n suoi simili, in una busta apposta (pure di plastica), perché nel portafogli non ci stanno e perché spero mi venga voglia di buttarli via tutti insieme. titolare? non voglio essere titolare di niente, e se per caso decido di essere «fedele» (fedele, ma come parli) a un negozio, di certo non sento il bisogno di essere pagata in scrausissimi punti per micragnosi sconti. e vabbé, rientra nelle convenzioni del commercio, do ut des eccetera, ma capperi, se il liberismo deve trionfare, vorrei almeno che l’illusione di essere libera di comprare quel che voglio dove voglio non venisse tarpata da questi striscianti ricatti ma potesse volare libera qui nel cielo bigio della capitale morale. ormai mi sento chiedere «ha la tessera?» un numero di volte al giorno tale da farmi sospettare che ci sia il partito unico, ma si siano dimenticati di dirmelo.

meet me at the cemetery gates

o è più antipatico se lo intitolo looking for james joyce’s grave?
comunque, finalmente un argomento all’altezza del «blog più disgustosamente neoromantico mai visto» (volevo anche farci un marchietto per il banner, ma la pigrizia ha prevalso).
per quanto mi riguarda, tanto volentieri vado ai cimiteri quanto poco volentieri vado ai funerali.
e come per tutti gli argomenti che mantengono un’aura di culto anche se interessano a mezzo mondo (altro titolo: luoghi di culto?), anche per i cimiteri la rete costituisce una risorsa, per così dire, sfiziosa.

foto, naturalmente:
monumental images (da edimburgo, in b/n)
after life di jonathan clarke (link via indigoblog)

e per rintracciare tombe di personaggi famosi: find a grave

tram spotter

oggi mi sono imbattuta in un mare di foto dei tram milanesi: photorail e nycsubway (link via an italian in italy). la seconda pagina è curata da un tranviere di san francisco; come si sa, 10 tram milanesi dismessi qualche anno fa sono andati a finire proprio lì, dove il colore delle vetture lo chiamano milan orange. immagino che delle vomitevoli bomboniere verde smeraldo dei tram nuovi non ne vorranno sapere (milan green? no thank you).
mi ha colpito che quest’uomo abbia avuto la fortuna di trovare il «cielo di lombardia così bello quando è bello» il giorno in cui ha fotografato i tram al pestifero incrocio farini-monumentale. o sarà fotoritocco?

primo amore

di matteo garrone: film dove il fuoco consuma ma non riscalda.
spiazza meno dell’imbalsamatore, forse perché la storia rientra esplicitamente in un filone, quello delle relazioni di coppia sadomasochiste. questa ha la peculiarità di essere ambientata nel nordest ricco dei laboratori di oreficeria, un’ex campagna tirata a lustro dai soldi dove l’ossessione del protagonista – un orafo che forse si vorrebbe alchimista,§ per cercare e distillare nella vita l’essenza ultima, ciò che è veramente prezioso – è patologica più per la sua distanza idealistica da tutto ciò che ha intorno che non per le sue conseguenze.

mi sembra molto un film di trevisan, cosceneggiatore e interprete: c’è addirittura un posto che sembra uscito dal suo libro, i quindicimila passi, e la storia ha una dimensione concettosa assente nell’imbalsamatore (che continua a piacermi di più, per la sua ambiguità irresolubile). c’è sempre, però, quella specificità dell’occhio di garrone per i luoghi (nello sceglierli, nel riprenderli), con i suoi tocchi di realismo efficace perché non vuol darsi quel nome, non è «neorealistico», e quindi riesce a far guardare delle cose che sono indubbiamente italia, ma forse al cinema non le avevamo ancora viste.
e c’è l’ansia che questi suoi due film comunicano più di qualsiasi thriller, un’ansia percettiva, perché non sai mai che cosa stai per vedere e perché vieni sprofondato nel disagio dei personaggi: molte sequenze si concentrano su quei momenti di silenzio, d’imbarazzo, di attesa, di cercare le parole che normalmente vengono «tagliati» dalla memoria, e che raramente diventano materia cinematografica – espunti a monte, nella sceneggiatura, e ovviamente nel montaggio, se ne dovessero rimanere.

(§ commento di lr)

documenquête

non mi pare un neologismo felicissimo (documinchiesta?). invece il film di henri-françois imbert che ho trovato definito così, ovvero no pasaran, album souvenir, mi è piaciuto molto (qui apro un credito, perché ne ho visto solo la prima metà). è un documentario in cui la molla per ricostruire un episodio storico piuttosto misconosciuto (i campi di concentramento in cui i francesi chiusero i rifugiati provenienti dalla catalogna alla fine della guerra di spagna) è un episodio privato, un ricordo infantile del cineasta: sei cartoline dell’epoca, che immortalavano l’arrivo dei profughi, trovate in un vecchio album di famiglia. da lì parte un’inchiesta paziente, che dura anni, per trovare altre immagini della stessa serie e identificare precisamente i luoghi dei fatti, scrutando tutto quello che può dire uno scatto in bianco e nero del 1939. (trovato all’infinity festival, che si presenta male per quel titolo new age dietro cui si cela il concetto da oratorio di «cinema e ricerca dello spirito», e invece vale la visita, perché fa tanti bei film che opportunamente si coniugano alle attrattive enogastronomiche di alba. al contrario del pretestuoso tema del festival, che al massimo si coniuga con gli artificiosi fumi alla cioccolata provenienti dallo sponsor ferrero.) un nuovo sito francese di interviste di cinema: kinok.