ripescato dopo aver letto il post su pollock di garnant.
visioni
le immagini cristologiche
nel video della devastante hurt di johnny cash mi lasciavano alquanto perplessa.
ora scopro che vengono dal film gospel road. (ne parla filmbrain.)
ancora sulle riproduzioni d’arte in rete:
primo amore
di matteo garrone: film dove il fuoco consuma ma non riscalda.
spiazza meno dell’imbalsamatore, forse perché la storia rientra esplicitamente in un filone, quello delle relazioni di coppia sadomasochiste. questa ha la peculiarità di essere ambientata nel nordest ricco dei laboratori di oreficeria, un’ex campagna tirata a lustro dai soldi dove l’ossessione del protagonista – un orafo che forse si vorrebbe alchimista,§ per cercare e distillare nella vita l’essenza ultima, ciò che è veramente prezioso – è patologica più per la sua distanza idealistica da tutto ciò che ha intorno che non per le sue conseguenze.
mi sembra molto un film di trevisan, cosceneggiatore e interprete: c’è addirittura un posto che sembra uscito dal suo libro, i quindicimila passi, e la storia ha una dimensione concettosa assente nell’imbalsamatore (che continua a piacermi di più, per la sua ambiguità irresolubile). c’è sempre, però, quella specificità dell’occhio di garrone per i luoghi (nello sceglierli, nel riprenderli), con i suoi tocchi di realismo efficace perché non vuol darsi quel nome, non è «neorealistico», e quindi riesce a far guardare delle cose che sono indubbiamente italia, ma forse al cinema non le avevamo ancora viste.
e c’è l’ansia che questi suoi due film comunicano più di qualsiasi thriller, un’ansia percettiva, perché non sai mai che cosa stai per vedere e perché vieni sprofondato nel disagio dei personaggi: molte sequenze si concentrano su quei momenti di silenzio, d’imbarazzo, di attesa, di cercare le parole che normalmente vengono «tagliati» dalla memoria, e che raramente diventano materia cinematografica – espunti a monte, nella sceneggiatura, e ovviamente nel montaggio, se ne dovessero rimanere.
(§ commento di lr)
documenquête
non mi pare un neologismo felicissimo (documinchiesta?). invece il film di henri-françois imbert che ho trovato definito così, ovvero no pasaran, album souvenir, mi è piaciuto molto (qui apro un credito, perché ne ho visto solo la prima metà). è un documentario in cui la molla per ricostruire un episodio storico piuttosto misconosciuto (i campi di concentramento in cui i francesi chiusero i rifugiati provenienti dalla catalogna alla fine della guerra di spagna) è un episodio privato, un ricordo infantile del cineasta: sei cartoline dell’epoca, che immortalavano l’arrivo dei profughi, trovate in un vecchio album di famiglia. da lì parte un’inchiesta paziente, che dura anni, per trovare altre immagini della stessa serie e identificare precisamente i luoghi dei fatti, scrutando tutto quello che può dire uno scatto in bianco e nero del 1939. (trovato all’infinity festival, che si presenta male per quel titolo new age dietro cui si cela il concetto da oratorio di «cinema e ricerca dello spirito», e invece vale la visita, perché fa tanti bei film che opportunamente si coniugano alle attrattive enogastronomiche di alba. al contrario del pretestuoso tema del festival, che al massimo si coniuga con gli artificiosi fumi alla cioccolata provenienti dallo sponsor ferrero.) un nuovo sito francese di interviste di cinema: kinok.
ore liete
con il monty python’s flying circus box set appena atterrato sul computer casalingo. nel primo disco visto ieri sera ci sono, per esempio, gli immortali sketch della spedizione del kilimanjaro, del pappagallo morto e delle hell’s grannies.
mi delizia anche la notizia che life of brian esce di nuovo al cinema, perlomeno in america, non solo per festeggiare il 25° anniversario ma… usando il traino della passione di mel gibson! pure python politics.
william blake: collegamenti (e vite e morti)
dunque: il link all’archivio delle opere di blake (roba seria) l’ho trovato sul defunto <a href="
http://blake.blog.excite.it/”target=”_blank”>bob blake vive.
il mio collegamento a blake invece viene dall’età impressionabile:
viste incisioni (credo) alla tate gallery a 17 anni.
ricevuta questa cartolina da un cantante inglese in trasferta a modena un po’ di anni dopo.
imparata quasi a memoria jerusalem perché si sentiva sempre nei film inglesi.
l’imprinting era cosa fatta: menzione del nome o visione/lettura di un’opera di b. = sguardo sognante + acritica ammirazione + albeggiare di sentimenti magnanimi.
questo ben prima del (un po’ facile, per la verità, ma soddisfacente) collegamento tra il nome william blake e jarmusch/depp/neilyoung in uno dei Film degli anni 90: dead man.
le solite spigolature
da alias, l’unico supplemento che più o meno leggo (aboliti il sole della domenica – a meno che non lo compri qualcun altro – e tuttolibri). questa settimana, un paio di cose attinenti a quella certa fissa per le cose trovate, le cose vecchie, la vita degli oggetti morti eccetera.
intanto, vengo a sapere solo adesso che a reggio c’è una mostra di daniel spoerri (e mettiamo anche il link all’inutillimo sito di palazzo magnani). si intitola la messa in scena degli oggetti (dove quel «messa» sembra qualcosa di rituale) e dura fino al 12 aprile.
e poi sul retro del foglio di giornale c’è una recensione di un romanzo di iris murdoch dove il marito dice di lei: «la vita delle cose inanimate le stava a cuore … provava una tristezza vera per le bottiglie abbandonate, e ci ripenso adesso quando si china come una vecchia barbona a raccogliere da terra pezzi di carta argentata o mozziconi di sigarette. lei si sente tutt’una con loro, e se le riesce gli trova casa».
delle albe
il noboalfabeto, ovvero «l’abbecedario della nonscuola» del teatro delle albe, ovvero i laboratori teatrali più dionisiaci d’italia, di cui si è parlato giovedì scorso al cinema gnomo di milano ma c’erano solo trenta persone.
il sito del teatro delle albe sembra molto offline, ma qui c’è la traccia del loro spettacolo di qualche anno fa l’isola di alcina (apprezzabile anche in cd, sotto forma di ostico «concerto per corno e voce romagnola» – provo a mettere un assaggio in mp3).
terapeutico
ascoltare la voce asciutta di eliot leggere la terra desolata dopo aver visto il poco efficace spettacolo della cooperativa teatrale dioniso, che mette in scena il testo non resistendo però alla tentazione di inserire altre citazioni del poeta, in modo da far dire il celebre «è questo il modo in cui il mondo finisce» ecc. a una signorina che si toglie due topolini bianchi da sotto la gonna e se li fa correre sulle braccia. bravi i topolini.