scaffali: vampiri

narrativa
joseph sheridan le fanu, carmilla, sellerio, palermo 1988 (trad. e nota di attilio brilli)
gianfranco manfredi, ultimi vampiri, feltrinelli, milano 1988
marin mincu, il diario di dracula, bompiani, milano 1992 (prefazione di cesare segre. con uno scritto di piero bigongiari)
john polidori, il vampiro, theoria, roma-napoli 1984 (seguito da frammento di george gordon byron. a cura di alessandra lanzoni)
anne rice, intervista col vampiro, salani, firenze 1993 (trad. di margherita bignardi)
bram stoker, dracula, mondadori, milano 1989 (introduzione e trad. di francesco saba sardi)
saggistica
fabio giovannini, in viaggio con dracula, il minotauro, milano 1994
edgar lander, bela lugosi. biografia di una metamorfosi, tranchida, milano 1984
clive leatherdale, dracula. il romanzo e la leggenda, atanòr, roma 1989 (trad. di augusta coffa)
vito teti, la melanconia del vampiro, manifestolibri, roma 1994
the illustrated vampire movie guide, titan books, london 1993

un aggiornamento degno di nota:
stephen king, salem’s lot, pocket books 1999

che palle


anche la feltrinelli ha la carta fedeltà. me la sono lasciata appioppare in un momento di debolezza, e ora sono Titolare (prego notare la maiuscola, Titolare, come la visa gold) di una carta più. un altro pezzetto di plastica che va ad aggiungersi a n suoi simili, in una busta apposta (pure di plastica), perché nel portafogli non ci stanno e perché spero mi venga voglia di buttarli via tutti insieme. titolare? non voglio essere titolare di niente, e se per caso decido di essere «fedele» (fedele, ma come parli) a un negozio, di certo non sento il bisogno di essere pagata in scrausissimi punti per micragnosi sconti. e vabbé, rientra nelle convenzioni del commercio, do ut des eccetera, ma capperi, se il liberismo deve trionfare, vorrei almeno che l’illusione di essere libera di comprare quel che voglio dove voglio non venisse tarpata da questi striscianti ricatti ma potesse volare libera qui nel cielo bigio della capitale morale. ormai mi sento chiedere «ha la tessera?» un numero di volte al giorno tale da farmi sospettare che ci sia il partito unico, ma si siano dimenticati di dirmelo.

la scrittura, i diari e julian green

ricopio qui un giudizio di benjamin su julian green (dall’articolo su jg di m. raffaeli su alias del manifesto, domenica scorsa), come piccola glossa alle riflessioni di palmasco sulla ricerca di immediatezza nella scrittura e nella narrazione: «La distanza di green dal comune romanziere sta tutta nella distanza che separa rendere presente da descrivere. … green non descrive le persone, le rende presenti in certi momenti fatali. è in certi momenti di strana assenza, di banale distrazione, che il destino visita le sue figure come una malattia» (1930).

io non li ho letti, i romanzi di jg, ma in questo periodo ho sottomano le langage e son double, raccolta bilingue in cui g. ha tradotto in francese i suoi saggi originariamente scritti in inglese e viceversa. e molti (di qui il titolo – forse uno dei primi calchi del titolo di artaud?) hanno per oggetto proprio il bilinguismo, la lingua materna, la traduzione, oltre alla pratica della scrittura.
c’è anche una conferenza degli anni 50 sul tenere un diario (il grado zero della «scrittura dell’immediato» di cui si parla da palmasco, quello schiacciato sul presente), interessante da leggere all’epoca dei weblog che, si sa, spesso non sono giornali di bordo sulla navigazione internet o su altri argomenti, ma diari personali.

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misurabilità

«i fisici sostengono che ogni strumento di misura, quando viene inserito in ciò che si vuole misurare, lo modifica e quindi altera il risultato. gli esempi classici sono quelli di un termometro in un liquido, di un manometro in una bombola. mi venne in mente che anche l’osservazione sistematica dei fenomeni dello spirito, in particolare quelli del proprio spirito, aveva un’identica capacità fatale di alterarli. la coscienza di colui che conduce l’introspezione ne incrina l’innocenza e man mano che aumenta la componente di metalinguaggio si perde autenticità. la coscienza in generale cessa di essere uno strumento di conoscenza per trasformarsi in uno sport di lusso, inutile e sciocco, ed elaborai il proposito di liberarmene.»
(miquel de palol, il giardino dei sette crepuscoli, trad. di glauco felici, einaudi 1999)

essere a pagina 25 di un libro di 1075 dà una strana sensazione, su cui per ora non esercito le mie facoltà introspettive.

biblioterapia

è una parola che ho trovato per la prima volta nel libro di cui parlavo ieri. marc-alain ouaknin ci ha scritto un altro libro (bibliothérapie: lire c’est guérir, seuil 1994), per mostrare «in quale modo la lettura e l’interpretazione aiutino a sciogliere i nodi del linguaggio e anche quelli dell’anima» e «l’esistenza di una forza del libro i cui effetti sono preventivi e curativi; un lavoro di apertura che consiste nel riaprire le parole ai loro significati molteplici e evidenti, consentendo di sfuggire alle chiusure e alla stanchezza per inventarsi, vivere e rinascere a ogni istante». un po’ enfatico, ma affascinante. la parola «biblioterapia», in realtà, è diffusissima in america per indicare una cosa un po’ più banale, ovvero un metodo didattico e di aiuto alla persona (o autoaiuto) che utilizza la lettura di libri adatti. online ho trovato un’altra segnalazione: un bell’articolo di biblioteche oggi parla a lungo del libro di jorge larrosa la experiencia de la lectura (laertes 1998) che descrive una biblioterapia «separata dalla tradizione censoria, ordinatoria, comminatoria di matrice scolastica» (il contrario del metodo americano); è invece «una somministrazione omeopatica e involontaria» «che lavora molto al di sotto della soglia di visibilità e di consapevolezza»; «la lettura disfa di notte quello che la memoria ha costruito di giorno, e compie un lavoro terapeutico che in molti casi è vicino a quello del sogno e del sonno». insomma, il valore psicologico, formativo e trasformativo della lettura va molto al di là del contenuto del libro.

nella vetrina piccola della libreria utopia

ouaknin.jpg c’è sempre qualcosa di interessante. sabato, questo curioso libro tutto in nero e rosso (fatto molto bene da una casa editrice di nome atlante) che ricostruisce in maniera divulgativa – e anche assai decorativa – l’evoluzione grafica di ogni lettera dell’alfabeto latino a partire dal protosinaitico, un alfabeto ancora «al confine tra l’immagine e la lettera». si tratta di un metodo per scorgere quali ombre di senso si porta dietro il nostro alfabeto, ombre che in gran parte derivano dal significato a cui ogni lettera ebraica, pur all’interno del sistema fonetico, è strettamente collegata. sono suggestioni, ma assai utili per approfondire un po’ il fascino squisitamente formale di queste benedette lettere dell’alfabeto, per dare un’altra accezione al loro corpo e carattere. il rabbino ouaknin è arrivato addirittura a elaborare il metodo dell’archeografia, ovvero «l’analisi e l’interpretazione delle parole in funzione non soltanto della loro radice etimologica, ma anche in funzione della forma grafica delle lettere dell’alfabeto». 

don’t panic.

aiuto, pare si stia facendo il film della guida galattica per gli autostoppisti di douglas adams (notizia via movieblog). io sono ancora alquanto immersa nella lettura: non solo è una «trilogia in cinque parti» ma ho letto prima la quarta, poi la prima, e ora sono a metà della seconda. non ridevo tanto da tre uomini in barca. È la mia lettura da metropolitana, quindi durerà ancora un po’, ed è l’antidoto ideale a qualsiasi malumore da ora di punta (qualche anno fa avevo adibito allo stesso uso la trilogia di pennac, in autobus).

questa è la voce su hitchhiker’s guide to the galaxy di h2g2, il sito della bbc che sta sviluppando proprio una guida «alla vita, all?universo e a tutto il resto».

ultimo dei compiti d’inglese del 2003:

bertolucci ha tradotto l’abbazia degli incubi di peacock nel 1951 per guanda; ora si può leggerlo nei grandi libri garzanti. Divertente, anche se qualche sbadigliuccio qua e là lo suscita.
queste ultime letture depongono decisamente a favore dell’utilità di una distinzione tra classici maggiori e minori (ognuno faccia la sua), e del canone – che in sé, come forma di giudizio, non mi piace – come forma d’inventario.

chi è marc cramer?

otranto.jpgecco la domanda che sorge spontanea davanti a questa incredibile copertina di tascabile degli anni 70 – su cui, sarà la suggestione pugliese, sembra aleggiare l’ombra di carmelo bene – fornita della didascalia «particolare da una fotografia di marc cramer». questo è un caso in cui il libro come oggetto finisce per essere più importante del testo: spunto feticista che non sarebbe forse spiaciuto allo stesso sir horace il quale, oltre ad assemblare la casa-capolavoro di strawberry hill con maniacale collezionismo, è arrivato a compilarne, delizia delle delizie, un inventario (ehi, possibile che la sellerio non abbia un sito?).
per tornare al il castello di otranto, confesso che mi ha deluso, complice probabilmente la traduzione vecchia e bruttina. anche qui, legi oportet, si dice, per arrivare alle radici di un genere: il romanzo nero (per cui s’intende gotico, non noir), la storia horror e via dicendo. radici moderne ed editoriali, immagino si voglia dire. È un po’ antipatico, in fondo, questo tipo di classificazione; utile per la storia dell’editoria, noioso per la letteratura.