vinyl thrill

brivido vinilico del giorno: the beast inside degli inspiral carpets (1991).
l’organo di clint boon§ ti porta su su su, ma il testo dice guess a man is no man if he doesn’t have the beast inside.

§ sul sito della band si scopre che il suo musicista preferito è philip glass. moo.

ai confini della realtà

l’8 e il 27 gennaio john peel ha trasmesso su bbc1 diversi brani dei modena city ramblers registrati dal vivo all’ultimo festival di groningen.

dice che dopo il festival ha cercato ripetutamente di contattarli, ma loro l’hanno ignorato.

museificare laurie anderson? mah…

ad aspettarsi di ritrovare, nella mostra arrivata da lione al pac di milano, l’atmosfera di certi dischi di l.a. (e degli spettacoli, immagino: io non li ho visti) si rischia di restare delusi. il titolo, the record of the time, viene proprio dal testo di una canzone e rappresenta senz’altro il suo lavoro – che, proprio perché in gran parte indaga sul tempo e si articola nel tempo, si presta male a essere ridotto a singoli pezzi rappresentativi da fruizione rapida. p., che ci è venuta con me, ha trovato il tutto un po’ freddo, e in effetti, restando precluso il coinvolgimento di una performance, quello che resta sono delle idee persino troppo furbe (rimane quasi l’impressione di trovarsi davanti degli scherzetti da prestigiatore, quando non subentra la frustrazione nell’osservare schizzi preparatori o documentazione video e fotografica di spettacoli che non vedremo). interessante, comunque, la panoramica sul lavoro di un?artista le cui cose più riuscite forse sono quelle equidistanti sia dall’arte concettuale che dalla musica pop: quelle che trascinano lo spettatore in una dimensione da cui si vede e si ascolta il mondo in modo diverso (sto ascoltando bright red: funziona).

carino, per me che non ne sapevo nulla, avere un’idea di cosa faceva agli esordi e vedere i 3 libri d’artista: handbook (vero «manuale»: bisogna sfogliarlo tutto, e il testo riflette sul gesto di sfogliare), windbook (qui sono due ventilatori in una teca a sfogliare a caso un libro), light in august (un elenco di oggetti – quelli spariti dalla casa di l.a. in occasione di un furto – abbinato a una lezione di osservazione della quantità di oggetti rappresentati nella melencholia di dürer: in ogni copia un elemento è evidenziato in rosso). la cosa più bella è senz’altro il tavolo manofonico, ma il cuscino che ti racconta le storie all’orecchio sarebbe carino averlo a casa. l.a. fa spesso cose che c’entrano col sonno e col sogno.

pessima l’idea di proiettare su schermo grande i brutti videoclip promozionali degli anni 80, tra l’altro quasi senz’audio, e il cd-rom puppet motel, che così sembrava avere una grafica bruttissima.

il vinile fa uno strano effetto ai gatti

o, per meglio dire, ai gatti fa uno strano effetto il giradischi di casa, che per problemi tecnici non ha mai girato i dischi fino a poche settimane fa, e ora invece si dà un bel da fare. per lo più fissano il piatto come sotto ipnosi, ma a volte appoggiano la zampina sul coperchio trasparente o ci camminano sopra. il vinile fa uno strano effetto a me, invece. potrebbe essere un bel surrogato di psicoterapia: recuperare una collezione di dischi rimasta intatta per quasi dieci anni, e cominciare a riascoltare. no, non gli album che si sanno a memoria, che qualcuno ce lo eravamo anche ricomprato in cd per poterlo sentire più comodamente, ma ripescare la compilation seeds I della cherry red records, acquisita probabilmente non quando uscì ma in quel momento di panico in cui il vinile stava sparendo e si abbrancava quel che si poteva. ascoltarla, dunque, e… desiderare di trovare anche gli altri volumi della serie. be’, decisamente come psicoterapia non vale una cicca. ma ci saranno altre sedute, è sicuro.

il corso d’aggiornamento in pop indipendente

che invocavo giorni fa, dal basso della mia negligenza musicale durata qualche anno, ovviamente esiste: indiepop.it. dunque, la negligenza è finita: esiste internet, che diamine. sono state adottate fiduciosamente le necessarie migliorie tecnologiche per agevolare l’ascolto, tra le pareti domestiche e fuori. basterà questo a spianare la via verso la mezza età a una «vivace inclinazione» per la musica? sarà possibile continuare a nutrirla senza essere né giovani né professionisti del settore né ridicoli nerd né adepti di una setta segreta né pateticamente rétro? c’è un’intera generazione che si pone questo problema o sono le solite paturnie di fine anno?

punta d’invidia

per l’amica che, tornata dal weekend a londra, mi racconta di essere incappata in un concerto dei fall proprio la sera prima di ripartire… io mai visti, i fall. però mi è successa una cosa analoga, qualche anno fa: scendere dall’aereo, aprire il giornale e scoprire che quella sera lì c’erano i legendary pink dots a camden. son cose che ti illudono di essere baciato dalla fortuna (se ami i lpd). in realtà, se ti capita si spiega in due modi: 1. ti piacciono un sacco di gruppi, anche poco destinati a riempire gli stadi; 2. a londra ci sono proprio TANTI concerti.

I’ve been chasing ghosts, and I don’t like it

è uno dei frammenti di canzone che, per la combinazione unica di testo, musica o chissà, tengo appiccicati in testa come francobolli su una lettera già spedita. ce ne sono altri, ovviamente. se opportunamente brevi, si prestano tutti a fare da titolo a un blog (happy when it rains, per esempio: mi sentirei di regalarlo, solo a referenziatissimi).

dying on the vine è la mia canzone preferita di john cale. john cale non l’ha suonata nel concerto del 17 novembre. sarebbe scorretto dedurne che quel concerto mi è piaciuto meno di altri? e che per questo ho tardato a cata(b)log(g)arlo (accumulando anche un piccolo senso di colpa in merito)? forse, o forse no. fatto sta che l’impressione residua dell’evento si può chiarire con un confronto tra il biglietto caleiano del 1997 e quello del 2003. ecco, l’effetto è un po’ quello lì.

peraltro, johnny (con questo improbabile vezzeggiativo – se non addirittura giovanni, forse per citare un pezzo dell’ultimo disco – lo chiamavano due vicini di sotto-il-palco: credo fosse per questo che lui rifuggiva ostinatamente dal guardare il pubblico) ha sempre il suo splendido vocione, ha deliziato gli astanti esibendosi in venus in furs (fa un certo effetto sentir cantare quel I am tired, I am weary da uno sopra i 60: aggiunge qualcosa, credo), e i pezzi nuovi li ha suonati con un’incisività che poi mi ha fatto ascoltare hobo sapiens con interesse maggiore (per adesso, però, l’unica canzone alla sua altezza mi pare magritte). la band era simpatica. lui in forma, benché un po’ riservato. quei pezzi in cui imbraccia la chitarra acustica, sempre belli. e allora, cosa? gli anni passano, ecco cosa.

bizzarro, il filo conduttore degli ultimi concerti visti: over 50 (anni) e/o under 300 (persone)… dai wire (la cosa più punk, meno fronzoli da un bel po’ di tempo in qua) a I am kloot (mirabile sintesi di cinismo e calore). E cale, che di certo ha avuto più soldi (e più vanità) dei wire per curarsi denti, salute e guardaroba.

ipodismo

sport che può capitare di praticare in un piovoso lunedì mattina, in assenza di qualsiasi altro mezzo di trasporto per andare in ufficio. è in grado di rivelarsi esperienza non punitiva bensì esaltante, a patto che la scatolina bianca contenga un certo disco dei waterboys dal vivo nel 1986. l’esercizio dell’ipodismo viene allora scandito, a differenza di quanto potrebbe avvenire con altre colonne sonore, non da batteria o basso (che nel disco di cui sopra possono suonare alquanto tradizionali) ma dal ritmo irresistibile generato da un violino folk, o fiddle. la tensione impressa dal detto strumento all’esecuzione dei brani, unita alla visionaria energia sprigionata dall’interpretazione vocale, attraverso la pratica dell’ipodismo viene riscattata dalla distanza spazio-temporale per invadere – complici condizioni meteorologiche suggestivamente evocanti le terre d’albione e oltre – la (squallida quotidianità della) città contemporanea. gli effetti positivi si verificano anche trascurando di indossare calzature idonee, ma in questo caso va preventivata la perdita di un soprattacco, se di dimensioni sufficientemente piccole per infilarsi negli interstizi del pavé.